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La "guerra del Tigrè": così rischia di esplodere il Corno d'Africa

A suonare l’allarme è l’Unhcr: in corso una crisi umanitaria su vasta scala, dal momento che migliaia di rifugiati ogni giorno fuggono dai continui combattimenti per mettersi in salvo nel Sudan orientale.

Rischio di guerra civile in Etiopia
Rischio di guerra civile in Etiopia

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

18 Novembre 2020 - 13.45


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Una guerra “dimenticata” che prelude ad una nuova tragedia umanitaria. E la “guerra del Tigrè”. A suonare l’allarme è l’Unhcr, In un comunicato, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, avverte “che è in corso una crisi umanitaria su vasta scala, dal momento che migliaia di rifugiati ogni giorno fuggono dai continui combattimenti nella regione dei Tigrè, in Etiopia, per mettersi in salvo nel Sudan orientale. Si tratta di un afflusso mai registrato negli ultimi due decenni in questa parte del Paese. Donne, uomini e bambini varcano il confine a un ritmo di 4.000 persone al giorno dal 10 novembre, sovraccaricando rapidamente le capacità di risposta umanitaria a disposizione sul campo.

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Sono oltre 27.000 le persone che, ad oggi, hanno fatto ingresso in Sudan attraverso i varchi di confine di Hamdayet, nello Stato di Kassala, e di Lugdi, nello Stato di Gadaref, e presso una nuova località più a sud, vicino al varco di Aderafi, attraverso cui i rifugiati etiopi hanno cominciato a transitare nel corso del fine settimana.

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Etiopia, nuovo fronte africano

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“Rifugiati in fuga dagli scontri continuano ad arrivare spossati dal lungo cammino per mettersi in salvo, portando con se pochi effetti personali. L’Unhcr, insieme ai partner, sta supportando il governo sudanese nelle attività di risposta, intensificando l’assistenza umanitaria presso i confini, dal momento che le esigenze delle persone in fuga sono in continuo aumento. 

Ad Hamdayet, sono in corso le attività di distribuzione di acqua potabile e di allestimento di latrine.  La distribuzione di sapone è assicurata, ma l’Unhcr continua a sollevare seri motivi di preoccupazione in relazione alle condizioni igieniche man mano che aumenta il numero di persone in arrivo.

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Al Villaggio 8, il centro di transito nei pressi del varco di frontiera di Lugdi, i rifugiati hanno accesso all’acqua potabile grazie alle vicine comunità e usufruiscono dei 1.200 alloggi temporanei esistenti.

Le agenzie umanitarie continuano a distribuire beni di prima necessità, tra cui coperte e materassi. Il Programma alimentare mondiale (PAM/WFP) sta assicurando cibo e biscotti a elevato contenuto proteico. Muslim Aid distribuisce pasti caldi.

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Il ministero della Salute del Sudan, col supporto della Mezzaluna Rossa Sudanese, ha allestito due cliniche e sta effettuando screening sanitari e nutrizionali, nonché visite mediche specialistiche e rinvii.

Da sabato, l’Unhcr ha trasferito 2.500 rifugiati dall’area a ridosso del confine al campo di Um Raquba, dove i lavori di rimodernamento continuano. È assolutamente necessario individuare nuovi siti presso cui trasferire dal confine i rifugiati per permettere loro di accedere ad assistenza e servizi.

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Nel Tigrè, in Etiopia, l’interruzione di elettricità, telecomunicazioni e accesso a carburanti e denaro contante continua a ostacolare gravemente ogni tentativo di risposta umanitaria. Dopo quasi due settimane di conflitto, si registrano sempre più testimonianze di crescenti numeri di sfollati interni, mentre la difficoltà di accedere a quanti necessitano di assistenza, sommata all’impossibilità di fare entrare aiuti nella regione, continuano a costituire un serio ostacolo alle operazioni umanitarie.

L’Unhcr e i partner sono pronti ad assicurare aiuti, compresi beni di prima necessità, alle persone sfollate nel Tigrè, non appena saranno garantite condizioni di sicurezza che permetteranno di accedervi. 

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Il conflitto rappresenta, inoltre, un serio motivo di preoccupazione per la popolazione rifugiata eritrea di quasi 100.000 persone presente nel Tigrè, la quale fa affidamento sugli aiuti assicurati dall’Unhcr e dai partner. Le possibilità che i rifugiati siano ulteriormente costretti a fuggire all’interno del Paese sono sempre più reali.

La situazione sul piano umanitario, a causa di questa crisi, è in rapida evoluzione. L’Unhcr rinnova l’appello ad assicurare la pace ed esorta tutte le parti a garantire l’incolumità e la sicurezza di tutti i civili nel Tigrè”.

Racconti agghiaccianti

Disorientati per aver dovuto lasciare la loro casa, gravati dal senso di colpa per aver perso dei familiari durante la fuga e terrorizzati dalle immagini di morte impresse nella loro mente, alcuni profughi etiopi vagano per il campo. Seduta per terra, con indosso una tunica blu e un velo bianco sulla testa, Ganet Gazerdier è rimasta sola. I bombardamenti nella regione etiope dei Tigrè non solo hanno distrutto la sua casa a Humera. Hanno ucciso la sua famiglia. 

“Abitavo con le mie tre figlie. Quando i colpi d’artiglieria hanno cominciato a piovere sulla nostra casa, sono fuggite in preda al panico in mezzo al buio più totale e non sono più riuscita a trovarle”, spiega la donna di 75 anni. 

Ganet si è unita alla colonna dei profughi. “Ho incontrato alcuni amici che stavano scappando e li ho seguiti”, racconta. Lungo il percorso “ho visto corpi smembrati dalle esplosioni, altri putrefatti, per terra, uccisi a coltellate”, aggiunge. Ganet ferma altri profughi per raccontare la sua storia, ma nessuno le presta troppa attenzione perché ognuno ha vissuto la sua dose di disgrazie. 

“Ho un’altra figlia che vive a Khartoum, ma non conosco il suo indirizzo. Come faccio a trovarla in quella grande città?”, mormora la donna. 

I racconti della gente in fuga sono agghiaccianti. Hanno detto di aver visto decine e decine di corpi senza vita nelle strade, mentre cercavano di fuggire notte tempo, dopo essere stati attaccati nel Tigray da truppe del vicino Amhara State, leali al primo ministro etiope. Secondo i testimoni, avrebbero ammazzato chiunque fosse tigrino. “Hanno rubato dalle nostre case i nostri soldi, il nostro bestiame, il raccolto. “Siamo fuggiti con i soli vestiti che avevamo addosso”, ha confermato la 52enne Barhat, fuggita da Moya Khadra., In un filmato dell’emittente al Jazeera, i fuggitivi hanno descritto i massacri che si stanno verificando nel Tigrè. “Abbiamo visto persone ammazzate con coltelli, machete, asce e fucili”.

Secondo Amnesty International civili sono stati massacrati a colpi di machete nella località di May Kadra, nella regione del Tigrai. Testimonianze raccolte dall’organizzazione riferiscono però che le vittime non apparterrebbero all’etnia locale, ma ad altre etnie etiopi, e sarebbero state uccise dai miliziani tigrini per vendetta.

Escalation di violenza

La guerra tra governo federale e Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), il partito che domina la regione del Tigrè, potrebbe presto allargarsi. Gli scontri armati tra i due schieramenti sono iniziati nella prima settimana di novembre, e si sono via via intensificati. Domenica le forze locali del Tigrè hanno lanciato alcuni razzi contro Asmara, la capitale della vicina Eritrea, probabilmente per cercare di “internazionalizzare” il conflitto: il TPLF, infatti, ha sostenuto che i soldati eritrei stiano combattendo a fianco dell’esercito etiope – affermazione che per ora non trova riscontri – nel tentativo di far sembrare il governo federale debole e in difficoltà, così in difficoltà da chiedere aiuto ai suoi nemici storici, gli eritrei.

“Che gli attacchi partano da Asmara o da Bahir Dar, ci saranno rappresaglie: spareremo razzi anche su altri obiettivi selezionati oltre che sugli aeroporti”, ha minacciato il leader del Tigrè, Debretsion Gebremichael, accusando l’esercito eritreo di effettuare offensive nel Tigrè su richiesta del governo federale etiope. “Lanceremo anche razzi per contrastare qualsiasi movimento militare ad Asmara e Massaua (porto eritreo sul Mar Rosso, ndr)”, ha minacciato Gebremichael.

Il coinvolgimento dell’Eritrea nella guerra tra governo federale e TPLF è molto preoccupante, perché rischia di allargare il conflitto fuori dai confini nazionali etiopi e di destabilizzare l’intero Corno d’Africa, regione dell’Africa orientale che oltre a Etiopia ed Eritrea comprende Gibuti e Somalia.

Il regime eritreo, guidato dal dittatore Isaia Afwerki, è tradizionalmente ostile al governo regionale del Tigrè. Tra il 1998 e il 2000 Etiopia ed Eritrea combatterono una sanguinosa guerra di confine, conclusa ufficialmente solo nel 2018 con la firma di un trattato di pace. Allora il governo federale etiope era dominato dal TPLF, che pur rappresentando un’etnia molto minoritaria in Etiopia – quella dei tigrini, che abitano la regione del Tigrè – aveva mantenuto per decenni un ruolo incredibilmente influente nella politica nazionale etiope. Nonostante il trattato di pace, anche dopo il 2018 i rapporti tra TPLF e governo eritreo non migliorarono: tra le altre cose, il trattato era stato possibile grazie alle politiche di apertura del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace 2019, la cui elezione era coincisa proprio con l’esclusione dal governo federale del TPLF.

“Davanti alla sfida del Tigrè – rimarca Pierre Haski, direttore di France Inter in un articolo su Internazionale – che si considera emarginato e coltiva velleità secessioniste, Abiy ha ritenuto di non avere altra scelta se non quella di usare la forza.  Davvero l’unità dell’Etiopia è minacciata? Il paese è effettivamente sottoposto a forti pressioni centrifughe. Negli anni ottanta l’Etiopia ha combattuto una guerra con la Somalia per il controllo dell’Ogaden, una provincia etiope popolata da somali. In seguito ha concesso l’indipendenza all’Eritrea, occupata dall’Etiopia dal 1961 al 1991. 

Da due anni Abiy affronta intense tensioni regionaliste, con diversi popoli (tra cui quello a cui appartiene, gli oromo) in preda a una febbre identitaria.  Resta da capire se l’Etiopia sta vivendo il suo momento ‘jugoslavo’, ovvero la ribellione di una serie di popoli che vogliono uscire da un matrimonio non esattamente felice. 

Questo potrebbe spiegare il metodo estremo adottato dal primo ministro, che vorrebbe scoraggiare chiunque aspiri a seguire l’esempio del Tigrè. E pazienza per il Nobel per la pace”.

A rischio i frutti della cooperazione internazionale

L’Etiopia è dagli Anni 90 un Paese prioritario per i progetti della cooperazione internazionale. L’Italia è uno dei primi partner impegnati nello sviluppo del Paese. Eppure, nonostante crescano le preoccupazioni ed i timori, per le organizzazioni non governative italiane impegnate anche nella regione del Tigrai non sono ancora trapelate posizioni ufficiali dalla Farnesina. Sandro De Luca e Gianluca Antonelli, rispettivamente direttore del Cisp e direttore dei programmi del Vis, sottolineano l’estrema fragilità di una gran parte della società etiope, nonostante il Paese abbia dato negli ultimi anni segnali incoraggianti di sviluppo. Ora il conflitto nel Tigrai rischia di aggravare la situazione umanitaria e di spostare le lancette indietro di qualche decennio

Tra i fattori di debolezza dell’Etiopia – spiega De Luca, direttore del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli – la strutturale vulnerabilità alimentare, che nel solo Tigrai colpisce circa 600 mila persone. Il Paese, come del resto tutta la regione, è alle prese non solo con l’emergenza sanitaria del Covi-19, ma anche con la carestia provocata dall’invasione delle locuste che ha colpito tutta l’area del sahel e dell’Africa Occidentale. In Etiopia – aggiunge Gianluca Antonelli – si affronta anche un forte problema migratorio che ha portato nel Paese oltre 800mila rifugiati eritrei, sud-sudanesi e somali. Una situazione molto complessa, dunque, in cui le sfide dello sviluppo e quelle dell’emergenza si intrecciano inesorabilmente. Ora tutte le operazioni umanitarie sono bloccate”.

 

 

 

 

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