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Perché il Caucaso rischia di diventare la nuova Libia

Il Nagorno-Karabakh è il potenziale innesco di un incendio che rischia di investire direttamente Russia e Turchia

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Guerra nel Nagorno- Karabakh

Umberto De Giovannangeli

7 Ottobre 2020


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Il Caucaso è in fiamme. E il rischio di un conflitto che investa direttamente Russia e Turchia si fa sempre più realistico. Dopo una settimana di bombardamenti su Ganja e Stepanakert, la città autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian e riconosciuta solo da tre stati non appartenenti all’Onu, e l’ultimatum del presidente azero, Ilham Aliyev, all’Armenia, la guerra continua. Mosca interviene nel conflitto tramite Il portavoce Dmitrij Peskov: in questa fase “siamo molto attivi dal punto di vista diplomatico”, sottolineando come “la Russia è uno dei Paesi che può mediare per la soluzione di questo conflitto. Rimaniamo estremamente preoccupati per quello che sta succedendo e crediamo che le parti debbano cessare il fuoco e sedersi al tavolo dei negoziati”.

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La regione di Nagorno-Kharabakh è contesa tra secessionisti armeni (sostenuti dall’Armenia) e forze azere di Baku.

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 “Erevan (Capitale dell’Armenia, ndr) deve riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaijian, scusarsi con il suo popolo e ammettere che la regione contesa non fa parte dell’Armenia”, ha dichiarato qualche giorno fa il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev. Un ultimatum, rimasto inascoltato, supportato dalla Turchia dichiaratamente determinata ad aiutare l’Azerbaijian a “recuperare le terre occupate” nel Nagorno Karabakh. Dichiarazioni pubbliche (quelle turche) che, su richiesta dell’Armenia, hanno costretto la Corte di Strasburgo a intervenire sulla vicenda: “Tutti gli stati, compresa la Turchia, implicati direttamente o meno nel conflitto in Nagorno-Karabakh devono astenersi da tutte le azioni che possano contribuire alla violazione dei diritti dei civili e rispettare gli obblighi imposti dalla convenzione europea dei diritti umani”. La guerra tra Armenia e Azerbaigian è monitorata anche dall’Iran: “Vogliamo che l’Armenia restituisca queste terre occupate all’Azerbaijan, ha dichiarato Ali Akbar Velayati, influente consigliere per la politica estera della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. “Noi rispettiamo l’integrità territoriale di tutte le nazioni, che è uno dei principi della Carta delle Nazioni Unite”, ha ribadito Velayati spiegando che: “Nel caso specifico, il territorio di un paese è occupato da un altro Paese. Parti del sud della Repubblica dell’Azerbaijan, circa sette città sono occupate dall’Armenia. Sono state adottate quattro risoluzioni delle Nazioni Unite, che chiedono agli armeni che hanno occupato queste parti dell’Azerbaijan di tornare nei confini internazionali”.

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La denuncia di Amnesty

Amnesty International denuncia in un report l’utilizzo di bombe a grappolo da parte delle forze armate azere. Analizzando le immagini dei bombardamenti nella capitale dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno, Stepanakert, gli esperti di Amnesty hanno potuto confermare l’uso di bombe a grappolo di tipo M095 Dpicm, di fabbricazione israeliana.  “L’uso di bombe a grappolo in qualsiasi circostanza è vietato dal diritto internazionale umanitario”, ha affermato Denis Krivosheev, capo ad interim di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale.  Krivosheev ha sottolineato anche che il loro impiego per attaccare aree civili è particolarmente pericoloso e porterà sicuramente a ulteriori morti e feriti. 

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Le bombe a grappolo sono state bandite da una convenzione internazionale sottoscritta da più di cento Paesi, che tuttavia Israele, Azerbaijan e Armenia si sono rifiutate di siglare. 

Per questo motivo Amnesty ha esortato almeno a Erevan e Baku di aderire e rispettare quanto prima tale convenzione.

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Il difensore dei diritti umani nella regione, Artak Beglaryan, ha recentemente dichiarato che metà della popolazione del Nagorno-Karabakh sarebbe stata sfollata, parlando di cifre – non ancora possibili da confermare – che si aggirano tra le 70.000 e le 75.000 persone.

Mercenari jihadisti

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Fonti dell’opposizione armata siriana contattate da AsiaNews, affermano che la Turchia ha inviato 4mila mercenari siriani dell’Isis da Afrin per combattere contro gli armeni del Nagorno Karabakh. Alcuni giorni fa convogli via terra hanno raggiunto la Turchia e poi via aerea l’Azerbaijan. L’ingaggio è per 1800 dollari Usa al mese, per la durata di tre mesi. Un dirigente del gruppo terrorista siriano ha affermato: “Grazie ad Allah, dal 27 settembre fino alla fine del mese saranno trasferiti altri 1000 mercenari siriani in Azerbaijan”.  Le fonti di AsiaNews hanno fornito anche una registrazione audio del nucleo operativo della Brigata del Sultano Murat (fazione armata dell’opposizione siriana, che arruola mercenari da inviare anche in Libia) nella quale si sente dire: “Volontari siriani sono destinati ad essere inviati in prima linea al confine armeno-azero…e combatteranno con gli azeri cioè con gli sciiti”. In un talk show dell’emittente dell’opposizione siriana “Orient”, che trasmette dagli Emirati, si è parlato in modo critico dell’invio di mercenari siriani in Azerbaijan: essi vanno a combattere una guerra contro “i cristiani crociati” proprio mentre servono uomini per combattere Assad ad Idlib, trasformando i combattenti siriani anti-Assad in una fonte di mercenari transnazionali arruolati dalla Turchia.

Fra gli ospiti del talk show, vi era il colonello dell’Esercito siriano libero, Zia Hajj Obeid, residente in Turchia, che ha negato vi sia un invio di “volontari” siriani in Azerbaijan.  Il colonnello Zia è stato subito interrotto dal presentatore, che gli ha ricordato come all’inizio era stato negato anche l’invio di mercenari siriani in Libia. E invece, dopo la cattura di alcuni, non è stato più possibile negare. A tutt’oggi – ha detto – “sappiamo che ci sono 35mila mercenari siriani pro turchi in Libia”.

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La notizia di invio di 4mila mercenari siriani da parte della Turchia è stata confermata i anche dall’Osservatorio dei Diritti umani in Siria, con sede a Londra, di chiara ispirazione anti-Assad.

Anche il presidente della Repubblica del Karabakh, Arayik Arutyunian ha parlato di 4mila mercenari integralisti arrivati dalla Siria e da altri Paesi nei giorni scorsi. “Questa non è una guerra fra Karabakh e Azerbaijan, o Armenia contro Azerbaijan. È una guerra diretta della Turchia, dei mercenari affianco ai 10 milioni di azeri, contro i 3 milioni di armeni”.

 “E’ una guerra per l’esistenza – ha continuato Arutyiunian – una guerra in cui essi possono perdere; ma noi non possiamo permetterci questo lusso. Ogni sconfitta per noi significa la fine della nostra nazione. Questa è la nostra patria, altra non ne abbiamo, e vinceremo perché noi combattiamo per la nostra esistenza. Gli azeri e la Turchia combattono per espansionismo e per odio raziale anti-armeno”.

L’’Armenia ritiene che quanto avviene oggi sia dovuto alla debole reazione della comunità internazionale alle aggressioni del 2016, quando nella cosiddetta “guerra dei 4 giorni”, l’Azerbaijan sostenuto dalla Turchia, ha accolto combattenti dell’Isis che hanno perpetrato orrori contro inermi civili armeni. La Turchia partecipa in modo diretto, non solo con dichiarazioni ufficiali, ma anche militarmente a fianco dell’Azerbaijan: jet militari turchi della Nato sorvolano i cieli e bombardano i centri abitati. I droni da attacco Bayrakdar sono guidati a distanza da esperti militari turchi presenti in Azerbaijan.

Secondo le fonti di AsiaNews, in Azerbaijan sarebbe arrivato anche il famigerato terrorista siriano Abu Amsha (originario delle tribù sunnite di Hamah) comandante della brigata Suleiman Shah, diventato famoso nelle battaglie in Libia. I suoi uomini sono definiti “i peggiori killer mercenari”, caratterizzati anche da un estremo odio nei confronti dei cristiani “infedeli”.

Dentro il conflitto del Nagorno Karabakh c’è anche l’Italia, primo partner commerciale europeo dell’Azerbaijan. Proprio da Baku parte infatti il TAP, la condotta di gas naturale che dovrebbe poi sbucare in Salento, lungo la zona fino a oggi incontaminata di San Foca, proveniente da Albania, Grecia, Turchia, Georgia e Azerbaigian: un percorso tortuoso, voluto proprio per evitare il passaggio in territorio armeno, dove le influenze russe sugli idrocarburi sono dominanti.

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