Salario, libertà di saccheggio e di stupro: così operano i jihadisti al servizio di Erdogan
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Salario, libertà di saccheggio e di stupro: così operano i jihadisti al servizio di Erdogan

Fonti dell’opposizione armata siriana contattate da AsiaNews, affermano che la Turchia ha inviato 4mila mercenari siriani dell’Isis da Afrin per combattere contro gli armeni del Nagorno Karabakh.

Mercenari jhadisti mandati a combattere in Libia da Erdogan
Mercenari jhadisti mandati a combattere in Libia da Erdogan
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

29 Settembre 2020 - 15.49


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Globalist lo aveva scritto ieri. Oggi, arriva una doppia, autorevole , conferma da parte della Reuters e del Guardian. La Turchia starebbe inviando combattenti siriani per sostenere l’Azerbaijan negli scontri nel territorio del Nagorno-Karabakh conteso con l’Armenia: gli scontri sono i più duri dal 2016 e hanno causato già decine di morti e centinaia di feriti.

Lunedì l’ambasciatore armeno in Russia aveva detto che la Turchia aveva inviato circa 4mila combattenti dal nord della Siria in Azerbaijan, ma il presidente azero Ilham Aliyev aveva smentito.

Secondo l’Armenia, la Turchia starebbe fornendo aiuto all’Azerbaijan, paese a maggioranza musulmana di cui è alleata, inviando nel paese anche esperti militari, droni e aerei da guerra. La Turchia non ha commentato la notizia, anche se alti funzionari del governo turco, compreso il presidente Recep Tayyip Erdogan, hanno espresso il loro sostegno all’Azerbaijan. La fonte di Reuters sarebbero due combattenti appartenenti a gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia nelle aree del nord della Siria sotto il controllo turco e sosterrebbero di combattere in Azerbaijan coordinati dalla stessa Turchia.

Il salario dei tagliagole

I due combattenti, per ragioni di sicurezza, hanno voluto rimanere anonimi, ma hanno detto a Reuters di essere andati a combattere in Azerbaijan per soldi, trovandosi in difficoltà economica: hanno raccontato che i comandanti della loro brigata siriana hanno detto  che andando a combattere in Azerbaijan avrebbero potuto guadagnare circa 1.500 dollari (circa 1.300 euro), l’equivalente di 3 anni di stipendio in Siria.

Fonti dell’opposizione armata siriana contattate da AsiaNews, affermano che la Turchia ha inviato 4mila mercenari siriani dell’Isis da Afrin per combattere contro gli armeni del Nagorno Karabakh. Alcuni giorni fa convogli via terra hanno raggiunto la Turchia e poi via aerea l’Azerbaijan. L’ingaggio è per 1800 dollari Usa al mese, per la durata di tre mesi. Un dirigente del gruppo terrorista siriano ha affermato: “Grazie ad Allah, dal 27 settembre fino alla fine del mese saranno trasferiti altri 1000 mercenari siriani in Azerbaijan”.  Le fonti di AsiaNews hanno fornito anche una registrazione audio del nucleo operativo della Brigata del Sultano Murat (fazione armata dell’opposizione siriana, che arruola mercenari da inviare anche in Libia) nella quale si sente dire: “Volontari siriani sono destinati ad essere inviati in prima linea al confine armeno-azero…e combatteranno con gli azeri cioè con gli sciiti”.

Il documentato articolo di AsiaNews scritto da Pierre Balanian spiega che in un talk show dell’emittente dell’opposizione siriana “Orient”, che trasmette dagli Emirati, si è parlato in modo critico dell’invio di mercenari siriani in Azerbaijan: essi vanno a combattere una guerra contro “i cristiani crociati” proprio mentre servono uomini per combattere Assad ad Idlib, trasformando i combattenti siriani anti-Assad in una fonte di mercenari transnazionali arruolati dalla Turchia.

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Fra gli ospiti del talk show, vi era il colonello dell’Esercito Siriano Libero, Zia Hajj Obeid, residente in Turchia, che ha negato vi sia un invio di “volontari” siriani in Azerbaijan.  Il colonnello Zia è stato subito interrotto dal presentatore, che gli ha ricordato come all’inizio era stato negato anche l’invio di mercenari siriani in Libia. Dopo la cattura di alcuni non è stato più possibile negare. A tutt’oggi – ha detto – “sappiamo che ci sono 35mila mercenari siriani pro turchi in Libia”.

Numero quest’ultimo che risulterebbe molto gonfiato pur in assenza di dati verificati: durante i combattenti della primavera scorsa in Tripolitania il numero di mercenari siriani in Libia avrebbe raggiunto le 17 mila unità secondo l’Osservatorio dei Diritti umani in Siria, Ong vicina agli insorti siriani ani-Assad con sede a Londra.

In estate, con il cessate il fuoco, tale presenza sarebbe scesa a circa 10mila unità. Esiste quindi la concreta ipotesi che Ankara impieghi i combattenti siriani (più “spendibili” dei soldati turchi, sui diversi fronti in cui è impegnata militarmente: Siria, Libia e ora Azerbaijan.

La notizia dell’invio di mercenari dell’Isis in Azerbaijan è negata anche dal portavoce delle fazioni armate dell’opposizione ad Astana, Ayman Al Assemi, contattato da AsiaNews. Un’altra fonte di Afrin, un combattente dell’opposizione di Jind al-Sham ha confermato ad AsiaNews di aver parlato con un collega azero che combatte in Siria, e di avergli chiesto perché andiamo a combattere in Azerbaijan, affianco agli sciiti, contro il Karabakh.  Quest’ultimo gli ha risposto: “Perché fa parte del Jihad; è una guerra santa di musulmani contro cristiani”. Ma in un video, uno dei terroristi feriti, consiglia ai suoi colleghi di “non andare a combattere in Azerbaijan!” In un altro video, diffuso su twitter, si vedono camion con militanti che gridano “Allah akhbar!”

Fonti armene affermano che finora sono stati uccisi almeno 89 mercenari islamisti.

Anche il presidente della Repubblica del Karabakh, Arayik Arutyunian ha parlato di 4mila mercenari integralisti arrivati dalla Siria e da altri Paesi nei giorni scorsi. “Questa non è una guerra fra Karabakh e Azerbaijan, o Armenia contro Azerbaijan. È una guerra diretta della Turchia, dei mercenari affianco ai 10 milioni di azeri, contro i 3 milioni di armeni”.

La presenza di integralisti islamici siriani in Azerbaijan è stata confermata da diverse cancellerie occidentali e dall’intelligence russa.  Il contratto firmato coi mercenari delle frazioni terroristiche islamiche della Siria, il loro addestramento previo ad Al Bab nella Provincia di Aleppo e poi trasferiti in Turchia, tende a mostrare che Baku si preparava da tempo alla ripresa del conflitto.

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Secondo le fonti di AsiaNews, in Azerbaijan sarebbe arrivato anche il famigerato terrorista siriano Abu Amsha (originario delle tribù sunnite di Hamah) comandante della brigata Suleiman Shah, diventato famoso nelle battaglie in Libia. I suoi uomini sono definiti “i peggiori killer mercenari”, caratterizzati anche da un estremo odio nei confronti dei cristiani “infedeli”.

Il Guardian racconta, da testimonianze raccolte in Siria, che ci sarebbero delle milizie siriane ribelli che si stanno preparando a partire per Baku. I combattenti raccontano di essere stati ingaggiati da una non ben identificata compagnia turca privata. Il giornale britannico ha parlato con tre uomini che vivono nell’ultima enclave siriana controllata dai ribelli. Dopo un decennio di guerra e povertà estrema si sono detti contenti di lavorare all’estero per una società di sicurezza privata turca all’estero, considerato anche l’ottimo salario rispetto ai loro standard. A breve partiranno per l’Azerbaigian. Il reclutamento da parte turca sarebbe avvenuto un mese fa. Diverse fonti dell’Esercito nazionale siriano (Sna), affermano che un primo blocco di 500 combattenti siriani è già arrivato nel Paese.
Il precedente libico

Erdogan, per la sua campagna in Libia si affida in particolare ai mercenari della compagnia militare privata Sadat, etichettata da alcuni come “l’esercito ombra di Erdogan” in Libia, dove è attiva già dal 2012 (stesso anno in cui è stata fondata). Si tratta di gruppi di contractor formati da ex militari, con la benedizione dei servizi segreti turchi (Mit). Alla testa di Sadat è Adnan Tanriverdi, comandante in pensione dell’esercito, che ha specificato che la compagnia “fornisce sostegno e addestramento militare in 22 Paesi del mondo islamico e dell’Asia Centrale”. 

 Sadat è stata impegnata in operazioni spesso clandestine, come l’addestramento delle milizie siriane da opporre al regime di Bashar al-Assad. L’intervento di Sadat nei Paesi coinvolti nelle “primavere arabe” è servito a Erdogan per spingere nell’orbita turca realtà in profondo cambiamento, come appunto quella libica, molto spesso attraverso la raccolta di informazioni e interventi diretti circoscritti. 

La Turchia per avere la meglio sul campo in Libia si affida anche ai mercenari siriani. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani negli ultimi mesi Ankara ha portato sul fronte a Tripoli 9.600 mercenari e altri 3.300 li sta addestrando nei campi siriani, pronti a partire. Tra le reclute, segnala l’Osservatorio, vi sono circa 180 minori di età compresa tra 16 e 18 anni. 

Secondo il Pentagono, la Turchia avrebbe pagato e offerto la cittadinanza a migliaia di mercenari siriani per combattere al fianco delle milizie libiche alleate del Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al-Sarraj ed eterodiretto dal “Sultano”. Lo studio del Pentagono copre solo i primi tre mesi del 2020 e, quindi, non ha tenuto conto dei nuovi afflussi di mercenari avvenuti tra aprile e maggio per sostenere la controffensiva delle forze del GNA per scacciare i militari di Haftar dalle aree a sud di Tripoli. Infine il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti precisa che la Turchia avrebbe dispiegato in Libia un “numero sconosciuto” di militari durante i primi mesi dell’anno (secondo indiscrezioni almeno 1.500 tra militari e contractors della società privata Sadat. Molti siriani arruolati militavano in milizie jihadiste per lo più affiliate alla Fratellanza Musulmana ma anche veterani delle milizie di al-Qaeda e probabilmente dello Stato islamico.

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 Mani su Baku

Sul fronte azero-armeno, , Erdogan ha criticato Francia, Stati Uniti e Russia – i tre presidenti del cosiddetto gruppo di Minsk che è stato istituito nel 1992 per risolvere il conflitto in Nagorno Karabakh – dicendo che non sono riusciti a risolvere la questione in 30 anni. “Hanno fatto del loro meglio per non risolvere il problema. E ora vengono, consigliano e minacciano”, accusando la Turchia di intervenire, ha detto il presidente turco.  “Quali terre sono state occupate? Quelle dell’Azerbaigian. Nessuno ha chiesto all’Armenia di risponderne. Baku è stata costretta a prendere in mano la situazione”, ha aggiunto il ”Sultano”  di Ankara.

Miliziani, e non solo. La Turchia sembra partecipare in modo diretto   alle operazioni militari a fianco dell’Azerbaijan con cacciabombardieri e droni Bayraktar TB-2 che sarebbero guidati da consiglieri militari turchi, e del resto sul sito internet e sui social del ministero della Difesa turco il sostegno a Baku non vene certo celato.

Più che Baku, a “prendere in mano la situazione”, come è avvenuto in Libia, e prim’ancora nel Rojava,  è Ankara.

“Due Stati, una sola nazione”. E’ la frase ripetuta più spesso da membri del governo turco e dallo stesso presidente per descrivere la relazione che lega Turchia e Azerbaigian e per ribadire l’appoggio a Baku nella contesa. Il forte legame con quella che Ankara considera parte della “patria del cuore” è condiviso da tutta la Turchia. E allora, avanti con i disegni neo-ottomani. Con il nazionalismo più esasperato, che mischia storia, lingua, religione, geopolitica e appetiti territoriali e petroliferi.

Cambia il teatro ma non lo spartito: quello è sempre lo stesso, affidato ai miliziani itineranti, killer di professione, pronti a tutto. Basta pagarli e lasciargli libertà di saccheggio e di stupro.

 

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