Libia, Di Maio strappa promesse a Sarraj. Come ad al-Sisi...

Il ministro non ha fatto la spola tra Tripoli e Bengasi. L’Italia deve scegliere da che parte stare: Sarraj o Haftar. E, su spinta di Eni, Conte, e il suo messaggero diplomatico, hanno scelto Sarraj.

Di Maio e Sarraj

Di Maio e Sarraj

Umberto De Giovannangeli 24 giugno 2020

Tripoli, Di Maio ci ha provato. Buon ultimo, direte, ma ci ha provato. Con la sua missione lampo, ha provato a riconquistare un posto in prima fila nella “partita” libica, con i suoi sminatori, che per Fayez al-Sarraj, primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna), sono poca roba rispetto ai droni, consiglieri militari, mercenari siriani, che il “Sultano” di Ankara, al secolo il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan, ha messo al servizio di Sarraj, ribaltando i rapporti di forza sul campo, ai danni dell’uomo forte, ma fortemente indebolito, della Cirenaica, il general Khalifa Haftar, sostenuto a sua volta da Egitto, Russia, Emirati Arabi Uniti e, sia pur in modo più defilato, dalla Francia.


Ultima chiamata


Stavolta, il titolare della Farnesina non ha fatto la spola tra Tripoli e Bengasi. Non è più tempo di un doppiogiochismo mascherato da strategia dell’inclusione. L’Italia deve scegliere da che parte stare: Sarraj o Haftar. E, su spinta di Eni, Conte, e il suo messaggero diplomatico, hanno dovuto scegliere. E hanno scelto Sarraj.


Nel suo incontro a Tripoli con il ministro degli Esteri italiano, ll premier libico ha consegnato una serie di proposte per la modifica del memorandum del 2017 fra Italia e Libia. Sono proposte che vanno incontro alle richieste avanzate dal governo italiano a quello di Tripoli. Secondo fonti vicine al ministro Di Maio nel documento è riportato che “la Libia si impegna nell'assistere i migranti salvati nelle loro acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalle Nazioni Unite”,  è uno dei passaggi centrali del documento di 7 pagine.


In un altro passaggio dell’incontro, il presidente Sarraj ha confermato la richiesta del suo governo alla Ue che la missione militare europea nel Mediterraneo “Irini” effettui verifiche anche delle forniture di armi che giungono via terra al generale Khalifa Haftar, senza concentrarsi solo sui traffici via mare. La richiesta è stata riferita anche in un comunicato della Presidenza libica su Facebook: “L'incontro ha riguardato anche l'operazione europea Irini per attuare l'embargo sulle armi alla Libia, il presidente ha ribadito la necessità che l'operazione sia inclusiva e integrata per terra, aria e mare”. All'incontro che si è svolto sede del Consiglio presidenziale libico, hanno partecipato fra gli altri il Segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, e l'ambasciatore d'Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi.
 Sarraj “ha ringraziato l'Italia per aver contribuito alle operazioni di rilevamento delle mine che le milizie dell'aggressore” di Tripoli, il generale Khalifa Haftar, "hanno piazzato in aree residenziali dalle quali sono state scacciate".



 Il nodo migranti


“Il motivo prioritario della visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Tripoli è giungere a una nuova intesa sulla questione migranti”. Così a La Stampa l’ambasciatore di Libia a Roma, Omar Abdelsalam al Tarhouni,.”C'è l'urgenza di risolvere la questione migranti La questione sarà affrontata nel dettaglio con il ministro dell'Interno Fathi Bashaga», colui che ha apposto la firma sui decreti di chiusura dei centri di accoglienza e che, anche in questo caso, opporrà a Di Maio la consueta obiezione già mossa in passato: “Non possiamo cooperare senza un sostanziale supporto dell’Italia. A Tripoli si sta parlando di migranti e ancora migranti”, dice il diplomatico sottolineando come vi sia un senso di urgenza nei colloqui con i rappresentanti del Gna) sostenuto dalle Nazioni Unite, dettato dall’atteso intensificarsi dei traffici di esseri umani dalla Libia all’Italia attraverso l’utilizzo di barconi e barchini. Quello che l’ambasciatore non dice, è che barconi e barchini stanno riprendendo il mare dai porti e dalle coste della Tripolitania riconquistate, grazie al sostegno turco, proprio dalle forze fedeli a Sarraj.


Quando ho iniziato a lavorare sulla Libia gli obiettivi erano e sono ancora tre: garantire i nostri interessi geostrategici; assicurare l’unità della Libia; e fare in modo che si arrivi alla cessazione di questo conflitto. Tutti dicono che l’Italia perde terreno: sicuramente l’Italia non dà armi alle parti libiche e io mi tengo i nostri valori della Costituzione rispetto ad altre realtà”, aveva anticipato ieri a Porta a Porta il ministro degli Esteri, aggiungendo che i nostri asset geostrategici sono ancora lì”, e rivendicando che “l’Italia è l’unica che ha ancora un’ambasciata a Tripoli fra tutti i paesi europei e che ha un rapporto importantissimo con tutte le istituzioni libiche”.


Concetti che il capo della diplomazia italiana ha ribadito al suo rientro a Roma. Il 2 luglio sarà la data per l'avvio dei negoziati sulla modifica del memorandum con la Libia in tema di migranti, annuncia Di Maio, di ritorno da Tripoli, aggiungendo che la proposta libica di modifica deve essere "approfondita" ma sembra andare "nella giusta direzione per quanto riguarda le richieste italiane di tutela dei diritti umani".


"Il presidente Sarraj mi ha consegnato la proposta libica di modifica del memorandum of understanding in materia migratoria. Ad una prima lettura si va in una giusta direzione, con la volontà della Libia di applicare i diritti umani", ha aggiunto Di Maio. 


"Anche nelle fasi più drammatiche dell'epidemia, il dialogo dell'Italia con la Libia non si è mai interrotto. La Libia è una priorità della nostra politica estera e della sicurezza nazionale". L'Italia ritiene "inaccettabile" una divisione del Paese, che sarebbe "l'anticamera di nuovi conflitti armati", ha sottolineato il ministro.


Promesse e realtà


Le promesse, di Sarraj, sono tutte da verificare. La realtà resta un’altra. Drammatica. Sono 477 i naufraghi respinti in Libia in una sola settimana dal 16 al 22 giugno. A rivelarlo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che è presente in Libia. Sono 4800 i migranti che sono stati intercettati e tornati nel paese in guerra dall’inizio dell’anno come riferisce il portavoce di Oim in Italia, Flavio Di Giacomo.


Nella settimana appena trascorsa di fronte ai quasi 500 migranti rispediti indietro dalla guardia costiera libica sono 187 i migranti arrivati in Italia.


Tra le ultime testimonianze raccolte, il team di Medici per i diritti umani ha incontrato in un centro a Ragusa uno dei naufraghi che ancora una volta racconta la sua testimonianza dall’inferno libico:


“Sono stato a Ossama prison per un mese circa, nel periodo del Ramadan di quest'anno. Lì dentro è Osama che comanda: lui tortura in prima persona e fa torturare, beve spesso e bestemmia. Ci sono poi le guardie libiche, armate di kalashnikov, ma anche alcuni prigionieri del sub-sahara vengono utilizzati come aiuto-guardie: fanno un po' di tutto, dalle pulizie alla distribuzione del cibo. Loro hanno il permesso di picchiare altri prigionieri anche se non gli vengono date armi, usano bastoni o altri oggetti. A Tripoli sono le milizie a rapirti e poi contattano le mafie (termine usato dai migranti per indicare gruppi criminali) le quali ti comprano e poi ti rinchiudono in magazzini nel deserto per chiederti il riscatto in cambio della liberazione. Ogni zona ha la sua milizia ma tutte sono vestite con divisa militare e collaborano con il governo. Tutti qui abbiamo tentato la traversata più di una volta ma la guardia costiera libica ci ha sempre riportato indietro. A volte la Guardia costiera stessa ti chiede soldi, prima di riportarti in prigione: chiedono 1000 euro altrimenti ti dicono che farai un anno di prigione. So di una persona che ha pagato il giudice 1500 dinari per non finire in prigione”.


E. da questi estorsori in divisa l’Italia dovrebbe attendersi il rispetto delle convenzioni internazionali e dei diritti umani...


Ministro Di Maio, ma ci faccia il piacere, avrebbe detto un suo illustre corregionario, il principe Antonio de Curtis, in arte Totò.