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Le dimissioni di Sarraj, un 'signor nessuno' reinventato premier

Con un video-messaggio il premier libico Fayez al- Sarraj ha annunciato ieri notte le sue dimissioni, augurandosi che un nuovo esecutivo possa portare a termine la difficile transizione politica del Paese

Fayez al-Sarraj
Fayez al-Sarraj

Umberto De Giovannangeli

17 Settembre 2020 - 19.23


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Come anticipato nei giorni scorsi da Globalist, il “signor nessuno” di Tripoli si fa da parte. Dichiaro il mio desiderio sincero di cedere le mie responsabilità al prossimo esecutivo non più tardi della fine di ottobre“. Con un video-messaggio alla tv pubblica il premier libico Fayez al- Sarraj ha annunciato ieri notte le sue dimissioni, augurandosi che un nuovo esecutivo possa portare a termine la difficile transizione politica del Paese, martoriato da anni da una guerra civile contro le milizie del generale Haftar che controllano Libia orientale.

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L’annuncio arriva dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi: la data indicata, secondo gli osservatori, non è stata scelta a caso, visto che il mese prossimo a Ginevra sono previsti i negoziati per la formazione di un nuovo governo che rimpiazzi quello attuale riconosciuto dall’Onu. L’obiettivo sarebbe quello di rappresentarvi le diverse anime del Paese (Tripolitania, Cireanica e Fezzan), raggiungendo un’intesa che preveda una nuova composizione del Consiglio presidenziale per poi indire le elezioni. “Spero – ha aggiunto il leader del governo di accordo nazionale, riconosciuto dalla comunità internazionale – che la commissione per il dialogo finisca il suo lavoro e scelga un consiglio presidenziale e un primo ministro”. Il punto è che come ha spiegato il presidente dell’Alto consiglio di Stato (altro ramo legislativo con sede a Tripoli assieme al Parlamento di Tobruk) Khaled al-Mishri a Bouznika, in Marocco e a Ginevra in Svizzera si sono tenute “discussioni informali” i cui risultati “non sono vincolanti”

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Del resto anche il generale Haftar sta in qualche modo lasciando la scena al presidente del parlamento insediato a Tobruk, nella sua Cirenaica, Aqila Saleh, che si è distinto con una proposta politica di unificazione delle istituzioni del Paese. L’esecutivo, con l’aiuto militare della Turchia, a giugno era riuscito a respingere un attacco portato a Tripoli per 14 mesi dalle forze del generale Khalifa Haftar. Lo spostamento verso Sirte del confronto militare, ora sospeso per un cessate il fuoco, ha dato spazio a proteste di piazza nella capitale libica contro le cattive condizioni di vita e la corruzione. Proteste che si sono incrociate con un braccio di ferro tra Sarraj e il ministro dell’Interno Fathi Bashagha, prima sospeso e poi reintegrato dopo pochi giorni a inizio mese. D’altro canto, annota Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi&Difesa, “Non è un mistero che il ministro dell’Interno, il misuratino Fathi Bashaga molto vicino alla Turchia e al movimento islamista dei Fratelli Musulmani, punti da tempo al posto di al-Sarraj a cui potrebbe aspirare anche il moderato Ahmed Maitig (nella foto sopra col ministro degli Esteri turco Cavusoglu), stimato da molti negli USA e in Europa. Annunciando il supporto di USA, Turchia ed Egitto al cessate il fuoco, Bashaga ha precisato che ora occorre “un serio dialogo politico”.

Resa dei conti

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Reuters ha scritto che le dimissioni di Sarraj potrebbero provocare nuovi scontri tra importanti esponenti del Gna, e tra gruppi armati provenienti da Tripoli e da Misurata. Da tempo Sarraj è visto come un primo ministro molto debole, non in grado di unire la Libia sotto un’unica autorità, ma anche un leader moderato che aveva stabilito rapporti diplomatici stretti con diversi Paesi.

Dimissioni a catena

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L’altra domenica, dopo giorni di proteste di piazza e anche di attacchi a sedi istituzionali, si è dimesso il governo “parallelo” dell’Est presieduto da Abdullah al Thinni. Sul sito del Parlamento della Cirenaica viene confermato che il governo Al Thinni, non riconosciuto dalla comunità internazionale, “ha presentato le proprie dimissioni al presidente della Camera dei Rappresentanti, Agila Saleh, dopo le proteste popolari dei giorni scorsi per chiedere migliori condizioni di vita e la fine della corruzione. Le dimissioni “saranno presentate al Parlamento per il voto”. Le dimissioni sono state presentate durante una riunione di emergenza, convocata domenica da Saleh per discutere delle cause del deterioramento dei servizi pubblici e delle condizioni di vita dei cittadini, in primis la mancanza di elettricità e la situazione sanitaria dovuta al coronavirus. Il tutto mentre ormai da settimane, dopo la sconfitta militare che lo ha costretto a rinunciare all’assedio di Tripoli, il generale Khalifa Haftar rimane in disparte, silenzioso: molti segnali indicano che il generale non ha rinunciato all’idea di riprendere le operazioni militari, ma per il momento si tiene lontano dalla gestione degli affari civili in Cirenaica.

Per evitare il caos totale, è in corso una mediazione guidata da personalità politiche e sociali libiche della Cirenaica per assegnare a Ibrahim Buchnaf, ministro dell’Interno del governo non riconosciuto dell’est della Libia, l’incarico di primo ministro dell’esecutivo sostenuto dal parlamento di Tobruk. . Una fonte vicina alla presidenza della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha riferito ad Agenzia Nova che fino ad ora Buchnaf non ha ancora formalmente ricevuto un nuovo incarico. Il presidente del Parlamento, Aguila Saleh, sta ancora conducendo diverse consultazioni con alcuni ministri del governo Al Thinni e un certo numero di leader politici e sociali su questo tema. Il ministro dell’Interno di Bengasi è considerato uno dei ministri più potente del governo di Thinni nella Libia orientale e uno dei più vicini al generale Khalifa Haftar. Proviene dalla tribù Awlad Sheikh, che ha una relazione sociale con la tribù degli Al Furjan a cui appartiene Haftar, poiché le due tribù sono considerate discendenti degli Almoravidi. 

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La “rivoluzione dei poveri”

“Di recente in Libia, a sei anni dall’ultima vera manifestazione a Tripoli, la popolazione ha infranto il muro della paura per protestare contro un peggioramento delle condizioni di vita, e la risposta delle autorità è stata orribile – annota su Internazionale Khalifa Abo Khraisse, regista libico da sempre impegnato nella difesa dei diritti umani -. Il presidente del consiglio presidenziale e primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna) Fayez a- Sarraj è apparso in televisione rivolgendosi alla popolazione con un discorso che per la sua debolezza e confusione ha deluso tutti quanti. Le sue parole non sono state all’altezza di un primo ministro, sembravano più quelle di uno youtuber. Al Sarraj ha respinto le responsabilità e ha parlato di soluzioni teoriche senza fornire indicazioni pratiche. Non ha dimenticato di accennare in modo subdolo al diritto legittimo che le autorità hanno di perseguire i manifestanti.” 

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D’altro canto, rimarca ancora Abo Khraisse, “In Libia tutti lavorano con le milizie ritenendole ormai un dato di fatto. Le proteste che le autorità di Tripoli sono riuscite a reprimere nella capitale ne hanno ispirate altre simili in luoghi diversi. In città I  controllate dal generale Haftar nella regione orientale della Libia ce ne sono state diverse contro la corruzione e il peggioramento delle condizioni di vita, e lo stesso sta accadendo nel sud del Paese. La chiamano la ‘rivoluzione dei poveri’”. 

In gran parte del Paese montano le proteste. A Sirte, Ghat, Sabha e ad altri centri, il 20 agosto, data in cui si commemora la battaglia di Tripoli del 2011, i giovani hanno imbracciato di nuovo le bandiere verdi di Muammar Gheddafi esprimendo il loro bisogno di cambiamento e il loro sostegno al figlio del Colonnello, Saif al-Islam Gheddafi. A Sirte le dimostrazioni sono continuate anche nei giorni successivi. I giovani di Zawyia sono usciti in strada venerdì sera contro il ministro dell’Interno Fathi Bashagha e la presenza di mercenari siriani. A Sabha è partita la “rivoluzione dei poveri”, in centinaia si sono riversati nelle piazze sollevando la bandiera della patria e domandare i propri diritti più basilari.

Di fronte al malcontento popolare, Tripoli ha risposto con durezza: le milizie fedeli ad al-Sarraj non hanno esitato a sparare lacrimogeni e proiettili veri dimostrando per l’ennesima volta come non siano meno brutali dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) fedele ad Haftar.

 Fonti di sicurezza libica hanno rivelato che il premier ha cercato l’aiuto dell’intelligence turca di stanza a Tripoli per far infiltrare nel movimento popolare individui a lui fedeli che avrebbero sollevato richieste in linea con gli interessi turchi e cambiato il corso delle richieste politiche e sociali. Secondo il quotidiano The Arab Weekly, le direttive turche alle milizie libiche avrebbero incluso il cambiare gli slogan contro Sarraj, i mercenari siriani e il deterioramento delle condizioni di vita in quelli a favore dell’immediata riapertura dei terminal petroliferi e del ritorno alla normalità.

Il futuro della Libia deve essere deciso dai libici, ripete come un mantra il nostro ministro degli Esteri. Un principio sacrosanto, che cozza, però, con la realtà. E la realtà è che in Libia si combatte ormai da tempo una guerra per procura. Annota ancora Gaiani: “Difficile credere che emiratini e russi lasceranno la Cirenaica e ancor più difficile ipotizzare che i turchi lascino la Tripolitania dopo che il Gna ha concesso loro l’uso delle basi di Misurata e al-Watya per 99 anni nell’ambito di un trattato firmato (e finanziato) anche dal Qatar”.

Più che difficile, appare impossibile. Perché sono in tanti a voler sedere al tavolo della “Jalta libica”, quando si deciderà la spartizione della torta “miliardaria” che riguarda non solo le ricchezze energetiche, petrolio e gas, ma anche la non meno appetitosa ricostruzione: Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Russia, Usa, Francia.. Una ricostruzione post bellica destinata ad arricchire soprattutto le aziende turche. .A quel tavolo è sold out. E l’Italia? Al massimo uno strapuntino, in seconda fila. E sarebbe già tanto. E se l’otterremo, sarà grazie a Eni e non certo al titolare della Farnesina e all’uomo di Palazzo Chigi, i cerchiobottisti del Mediterraneo. Altro che premiership nella “cabina di regia” internazionale sulla Libia. L’Italia in Libia ha smesso di contare da tempo, a Tripoli come a Tobruk, nonostante il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Conte e Di Maio hanno puntato su un “cavallo” che credevano di razza e comunque addomesticato, ma che alla prova dei fatti si è rivelato un ronzino. Ed ora è troppo tardi per cambiare in corsa.

 

 

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