Fronda anti-Corbyn: sette deputati 'blairiani' lasciano in Labour in dissenso sulla Brexit

I laburisti dissidenti accusano il leader Jeremy Corbyn di "antisemitismo istituzionalizzato".

Jeremy Corbyn

Jeremy Corbyn

globalist 18 febbraio 2019

Jeremy Corbyn si è dichiarato "deluso" della scissione annunciata da sette dei circa 260 deputati del Labour alla Camera dei Comuni e del fatto che i dissidenti abbiano ritenuto di "non poter continuare a lavorare insieme a sostegno delle politiche laburiste che hanno ispirato milioni di persone alle ultime elezioni, nelle quali il partito ha avuto il più grande aumento di voti fin dal 1945".


Corbyn ha ribadito quindi la sua linea di "redistribuzione della ricchezza e del potere dai pochi ai molti". E ha rinnovato un appello all'unità sia contro le politiche conservatrici, che lasciano a suo dire "milioni di persone nella miseria" e nell'insicurezza; sia in favore della "credibile e unificante proposta alternativa laburista alla Brexit pasticciata del governo Tory".


I sette scissionisti comunque hanno fatto sapere di aver rotto ponti. Per ora hanno annunciato la formazione di un cosiddetto "Gruppo Indipendente" a Westminster, con un sito web e un profilo Twitter ad hoc. Ma non senza far riferimento alla formazione di un nuovo partito.
"I partiti attuali sono parte del problema, non della soluzione", ha detto il leader di fatto della rivolta, Chuka Umunna, nella conferenza stampa in cui è stata illustrata la scissione liquidando l'alternativa di oggi fra Tory e Labour come "tribalismo politico".


Alla leadership di Corbyn i ribelli hanno rimproverato un po' di tutto: dalla posizione sulla Brexit ritenuta non sufficientemente pro-Ue, all'atteggiamento sull'antisemitismo; dalla svolta verso "l'estrema sinistra" fondata a loro giudizio su una piattaforma ideologica "ristretta e datata", a una politica estera pacifista considerata poco interventista rispetto a "Russia, Siria e Venezuela".


Chris Leslie ha inoltre affermato apertamente di non volere che Jeremy Corbyn possa diventare primo ministro al posto di Theresa May. Aggiungendo che sarebbe "irresponsabile" consentirlo e che altri deputati rimasti nel Partito laburista concorderebbero "in privato" con lui su questo.