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Ecco perché Trump ha già perso la battaglia con i giocatori che non onorano l'inno nazionale

Il presidente ha minacciato, preteso, insultato, senza fare menzione dei perché della protesta. Un atteggiamento politicamente poco lungimirante, arrogante e prepotente.

Alejandro Villanueva
Alejandro Villanueva

globalist Modifica articolo

25 Settembre 2017 - 07.35


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Attaccando chi si inginocchia sulle note dell’inno, il presidente non fa menzione dei perché della protesta. L’immagine del giocatore degli Steelers, eroe della guerra in Afghanistan, con la mano sul cuore, ma non in campo, per il presidente la peggiore sconfitta
L’ondata irrefrenabile di polemiche scatenata da Donald Trump su sport e rispetto dell’inno nazionale è poco comprensibile per chi ne sta leggendo ora i resoconti e non mastica abbastanza di sport americani professionistici. Difficile da spiegare, ma se si cerca di farlo è forse bene premettere che in questa storia, quale che ne sia l’esito, Trump perderà. 
Il presidente, più che arrabbiarsi vedendo inginocchiati decine di giocatori di football negli stadi, mentre cominciano a librarsi gli accordi dell’inno americano, dovrebbe guardare con preoccupazione un’altra immagine che per lui è il vero smacco.
Mentre tutta la squadra dei Pittsburgh Steelers restava negli spogliatoi mentre veniva intonato ”The star spangled banner”, un solo giocatore ha fatto capolino, restando fuori dal campo di gioco, ma comunque visibile a tutti. Si chiama Alejandro Villanueva. D’altra parte, non è uno che passa inosservato: 29 anni, alto 2 metri e 6 centimetri e pesa 145 chilogrammi. Ma è la sua storia a renderlo particolare perchè è uscito dall’accademia di Wst Point, ha prestato servizio militare nell’Esercito americano (nei Rangers, unità d’elite celebrata in tanti film, partecipando ad azioni di guerra in Afghanistan) ed è stato decorato con la medagli di bronzo al valore. Un ragazzo che, seguendo il padre, anche lui militare, ha vissuto la sua giovinezza nelle basi militari americane di mezzo mondo. Quindi un ‘vero americano’, nell’accezione che forse piace di più a Donald Trump. Restando davanti allo spogliatorio, con la mano sul cuore mentre risuonava l’inno americano, Alejandro Villanueva ha solo voluto dire: vorrei essere con i miei compagni, ma sono stato anche un militare, per questo Paese ho combattuto e onoro l’inno. E’ solo per questo che non sono con gli altri.
Donald Trump in questa storia ha commesso un duplice errore. Il primo è che, nel condannare la protesta degli atleti (basket, football americano, in parte anche baseball), non ha parlato del perchè giocatori professionisti si ritrovano, tutti insieme, al di là del colore della pelle, a chiedere maggiore rispetto per la gente nera. Non una parola per dire: sì, il problema forse c’è, cerchiamo di risolverlo tutti insieme. No, il presidente ha minacciato, preteso, insultato, senza fare menzione dei perchè della protesta. Un atteggiamento politicamente poco lungimirante, arrogante e prepotente da un punto di vista caratteriale.
Poi la sua pretesa che la politica non entri nello sport quando è stato proprio lui a farcela entrare rivolgendosi, non da privato cittadino, ma da presidente degli Stati Uniti ai proprietari della squadre professionistiche dicendo di licenziare chi non onora l’inno nazionale. 
Il mondo dello sport americano è particolare e non rispecchia l’America che sogna Trump. Nel basket e nel football professionistici la quasi totalità dei giocatori è nera. E neri, negli anni, sono sempre più allenatori così come i giocatori di colore che hanno ruoli (come i quarterback del football) tradizionalmente dei bianchi. Inginocchiarsi mentre risuona l’inno non è certo una offesa, è un modo inusuale, ma anche civile di portare avanti un’idea, giusta o sbagliata che sia, ma nel rispetto degli altri, di chi non la pensa come te. E’ tanto difficile capirlo anche per un presidente degli Stati Uniti?

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