Tunisia, cronaca da un paese sotto choc
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Tunisia, cronaca da un paese sotto choc

Con la plateale uccisione del leader dell'opposizione Belaid la Tunisia fa i conti con un pauroso salto di qualità della violenza politica. [Patrizia Mancini]

Tunisia, cronaca da un paese sotto choc
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7 Febbraio 2013 - 15.40


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da Tunisi

Patrizia Mancini

Appresa la notizia via telefono da un compagno italiano che come me vive qui, le prime immagini che mi sono venute in mente sono state quelle delle bambine di Chokri e Besma che giocano nel giardinetto della nostra casa a Bou M’Hel. Non c’è stato nulla di politico nella mia prima reazione, ma molto di personale e quindi più doloroso e lancinante. Così come l’immagine di Chokri, un fascio di giornali sotto il braccio, che esce dal portone della sua precedente abitazione al centro di Tunisi.

Più tardi, sull’avenue Bourghiba, con le lacrime agli occhi e in mezzo a migliaia di tunisini scesi in strada per urlare il loro sdegno e la loro rabbia, il dolore si trasforma in un’angosciante consapevolezza della gravità del momento e delle conseguenze che quest’assassinio politico potrà avere sulle sorti del paese.

L’hanno aspettato all’uscita di casa, in due o in quattro, ancora non è certo, quindi del tutto appurata la premeditazione e la precisione dell’intento omicida. Se gli italiani conservano nella memoria un lugubre e lungo elenco di omicidi fascisti o mafiosi, altrettanto non si può dire del popolo tunisino che per la prima volta (l’assassinio di Farhat Hachad, leader anticolonialista e fondatore del sindacato tunisino fu opera della Main Rouge, un’organizzazione terrorista francese) si trova di fronte ad un fenomeno del genere.

Di questo soprattutto si parla sul viale, mentre arrivano a centinaia gli studenti che hanno abbandonato spontaneamente gli edifici scolastici e le aule universitarie per unirsi al resto dei manifestanti, di fronte al Ministero degli Interni. Arrivano anche le notizie di attacchi alle sedi del partito Ennahdha a Sousse, a Beja e in altre città.

Le reazioni a caldo, infatti, sono dirette contro il principale partito di governo che ben poco ha fatto da quando è al potere per tenere unito il paese e per contrastare l’ondata di violenza politica che ormai da troppo tempo attraversa la Tunisia, rendendo arduo il processo di democratizzazione. Se di fatto la dinamica conflitto-repressione delle lotte può ritenersi simile a quelle in atto in altri paesi cosiddetti democratici, i contrasti fra le diverse fazioni, l’insulto, l’aggressione fisica e verbale del “nemico” arrivano spesso al parossismo e a gravi conseguenze, così come è accaduto a Tataouine qualche mese fa in cui lo scontro fisico fra membri della cosiddetta Lega per la protezione della rivoluzione ha portato al linciaggio e alla uccisione di un leader regionale di Nida Tounes, principale partito dell’opposizione a Ennahdha.

Ma è proprio di questo che si discute sull’avenue: del salto di qualità che è stato compiuto per quanto concerne l’attentato a Chokri Belaid, un cambiamento della strategia che mette semplicemente i brividi. Ma che porta anche ad interrogarsi sui mandanti dell’uccisione del leader comunista.

La commozione e la rabbia sono ancora troppo vivi perché la lucidità dell’analisi prenda il sopravvento. Di certo, tutti pensano che la responsabilità politica e morale sia del governo della troika, in particolare del partito islamico Ennahdha che, da quando è al governo, ha applicato la linea del laissez faire nei confronti dei sedicenti comitati per la protezione della rivoluzione e non ha mai contrastato seriamente, tramite l’azione dei ministeri competenti (Interni e Giustizia), l’azione delle frange più violente del proprio partito o delle correnti salafite.

Mentre ipotesi più fantasmagoriche sui mandanti si fanno strada fra i gruppetti che discutono (Mossad, i servizi segreti siriani, Nida Tounes, Ben Alì)nel primo pomeriggio arriva l’ambulanza con la salma di Chokri Belaid e Besma, sua moglie e compagna di lotta, saluta con il gesto della vittoria le migliaia di persone presenti.

Ma la polizia carica la folla e i lacrimogeni arrivano a colpire anche l’ambulanza, mentre gruppi di giovani si preparano alla battaglia contro la polizia col materiale disponibile sulla stessa strada: transenne, filo spinato divelto dalla cinta dell’Ambasciata francese, sassi e bottiglie di plastica. Ho visto la polizia tirare i lacrimogeni ad altezza d’uomo che solo per caso non hanno fatto feriti.

E gli scontri si sono spostati per tutte le viuzze laterali fino a la place Barcellone, di fronte all’ambasciata italiana e da lì all’interno della stazione ferroviaria, fin sui binari da dove nessun treno per la banlieu sud è partito. Colonne di persone a piedi (fra cui io e mio marito) si sono dovute dirigere a piedi verso la cintura esterna di Tunisi per cercare un mezzo di trasporto e rientrare a casa. Dal taxi che fortunosamente abbiamo trovato, per chilometri abbiamo visto donne e uomini a piedi dirigersi verso sud e a Djebel Jelloud la strada era bloccata da un barrage di pneumatici in fiamme . Questo infatti è il villaggio poverissimo in cui la famiglia di origine di Chokri Belaid si trasferì dalla regione di Jendouba, il villaggio che si ribella, che protesta, che si indigna.

Come tutta la Tunisia.

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