E' già finito il boom della Turchia
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E' già finito il boom della Turchia

L'economia rallenta, la moneta crolla, Goldman Sachs parla di recessione. Un problema anche politico, perché Erdogan è pronto a tutto pur di tirarsi fuori dai guai.

E' già finito il boom della Turchia
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19 Gennaio 2012 - 12.36


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di Nicola Mirenzi

Il lato oscuro del miracolo economico turco sta cominciando a scalfire l’immagine scintillante del paese che Recep Tayyip Erdogan e i suoi uomini erano riusciti a creare. Dopo anni di crescita sensazionale, condita da primati in classifica e numeri da capogiro, l’economia turca sembra essere arrivata al punto in cui non è più possibile nascondere le crepe che il suo successo strabiliante, accecando, celava.

Il valore della sua moneta è via via sempre diminuito negli ultimi mesi. Sino a toccare il suo minimo storico pochi giorni fa, quando è precipitata a quota 1,898 rispetto al dollaro. Goldman Sachs, preoccupata, aveva già fatto arrivare le sue raccomandazioni alla più grande banca del paese, la Garanti Bankasi, scrivendo nel suo report che la Turchia «è esposta a un deterioramento delle dinamiche bancarie che possono portare l’economia turca sino alla recessione».

La Turchia si potrebbe così trovare a passare, nel giro di pochi mesi, dall’essere il paese che cresce di più dopo la Cina a dover innestare forzosamente la marcia indietro della decrescita. Dall’euforia dei primi della lista precipiterebbe, repentinamente, alla depressione degli ultimi della classe. Con conseguenze sociali drammatiche, e con una potente diminuzione delle sue ambizioni politiche.

Va da sé che la Banca centrale turca sta facendo di tutto per scongiurare questo scenario, tentando di contenere l’erosione del valore della lira. Lunedì è intervenuta direttamente sul mercato, vendendo quasi settecento milioni di dollari. Ma l’obiettivo di rafforzare la propria valuta, al momento, non è andato a buon fine. In una nota scritta, la banca ha giustificato l’intervento – imprevisto dagli osservatori – con la volontà di iniziare la disinflazione «più presto di quanto il mercato non richieda», riservandosi la possibilità di adottare altre «misure complementari quando sarà necessario». Il fatto che la manovra, pur massiccia, non abbia dato gli effetti sperati è però il segno chiaro che il vuoto che si è aperto sotto la sua economia è molto più profondo di quanto si pensasse.

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Il buco nero dell’economia turca, infatti, è strettamente intrecciato al suo straordinario successo. Il «miracolo economico» di Erdogan, per dirla con l’espressione coniata dal Daily Telegraph, è stato reso possibile da una straordinaria iniezione di credito da parte delle banche, al ritmo del quaranta per cento all’anno verso le imprese e il trenta per cento verso le famiglie. Le banche islamiche vicino all’Akp, il partito attualmente al governo, hanno fatto ancor meglio. Secondo i dati diffusi dalla banca centrale, il volume dei loro prestiti nei mesi precedenti il 16 settembre del 2011 (in contemporanea con la campagna elettorale per la terza rielezione di Erdogan) è cresciuto del 53 per cento, mentre quello delle banche commerciali è salito del 36 per cento.

Ma tutti questi soldi, entrati facilmente nelle tasche delle aziende e della famiglie turche, anziché andare ricollocarsi nel mercato interno con l’acquisto di beni prodotti nel paese, sono andati invece a finire all’estero. Le importazioni sono aumentate vertiginosamente e con la stessa intensità è cresciuto il deficit della bilancia dei pagamenti, che ha fatto salire il debito sino al dieci per cento del Prodotto interno lordo.

Lo scricchiolio dell’economia turca, però, non sarebbe veramente tale se a questo puzzle non si aggiungessero altri due tasselli. Il primo è costituito dal fatto che la maggior parte del debito acceso dalle banche turche è stato finanziato con capitali approdati in Turchia nel momento in cui le economie occidentali erano duramente colpite dalla crisi finanziaria del 2008, attirati da rendimenti molto più alti che altrove. Quando la lira turca ha cominciato a deprezzarsi una parte di questi capitali è migrata automaticamente verso altre economie. Facendo diminuire ancora di più il valore della moneta e peggiorando la situazione di Ankara.

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Il secondo tassello necessario a completare il quadro della fragilità del successo economico turco è nella diminuzione delle sue esportazioni, calate sia per motivi politici che commerciali. Dal 2002 al 2010 l’export della Turchia verso i paesi del Medio oriente e del nord africa è raddoppiato, passando dal 13 per cento al 26 per cento. Ma le rivolte che hanno sconvolto questi paesi nell’ultimo anno ha creato un clima d’instabilità che ha avuto un contraccolpo duro nel volume di merci che Ankara ogni anno vendeva in questi stati. Inoltre, nonostante la Turchia abbia ridotto la sua dipendenza dalle esportazioni verso l’Europa – passando dal 56 per cento del 2005 al 46 per cento del 2010 – i problemi economici che interessano l’area dell’euro si ripercuotono gravemente sull’economia turca, rallentando la sua stabilizzazione.

«La forte dipendenza dai risparmi esterni», ha avvisato Standard & Poor’s, «espone la Turchia a degli shock sia interni che esterni». E di fronte a questo scenario, ha fatto notare Murat Ucer, nella rivista del Center for Economics and Foreign Policy Studies di Istanbul, «un serio e probabilmente abbastanza doloroso aggiustamento è inevitabile nel breve periodo». Secondo l’economista, l’intervento da mettere in campo deve riguardare sia la crescita, «che deve diminuire visibilmente», sia i fondamentali dell’economia turca.

Il problema di Ankara è infatti aggravato dal fatto che i suoi strumenti di reazione sono molto deboli. A differenza della Russia o del Brasile, la Turchia non dispone di grandi quantità di risorse naturali. E di certo non può competere con le economie asiatiche sul livello del capitale umano. Infine, nonostante da molte sue università vengano fuori eccellenti manager ed ingegneri, il livello di scolarità rimane basso. E non è un caso che nessuna azienda turca sia riuscita mai a ottenere risultati notevoli nel campo delle alte tecnologie – l’unico modo per competere con le economie occidentali.

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Il rimpicciolimento del successo economico turco, però, potrebbe avere delle conseguenze politiche altrettanto dolorose. La volontà di potenza di Ankara, la sua ambizione di diventare il centro nevralgico di un nuovo Medio oriente, ne uscirebbe senz’altro ridimensionata. E il fascino del suo modello di coniugazione di islam, istituzioni moderne ed economia di mercato perderebbe molta della sua potenza di seduzione una volta che le piazze arabe si trovassero di fronte a un altro paese in preda a una crisi economica, come un qualsiasi paese dell’occidente capitalista, finendo per rafforzare le obiezioni alla modernità degli integralisti islamici.

I problemi però non rimarrebbero confinati all’estero, ma avrebbero un risvolto immediato anche in patria. Dove in realtà sono già iniziati. Il processo di menomazione delle libertà e dei diritti che si sta registrando negli ultimi mesi in Turchia, con arresti ai danni di giornalisti e studenti, nonché l’imbarbarimento della lotta ai curdi, è il rovescio politico più evidente di una situazione economica che sta andando verso il peggio (unita all’arresto del processo di adesione all’Unione Europea). Il modo in cui Erdogan cercherà di cacciarsi dai guai, centralizzando ancora di più sulla sua persona il sistema turco, oppure aprendolo e correggendolo insieme alle altre forze della società, definirà il senso non solo del suo terzo mandato alla guida del governo, ma l’intero senso della sua avventura politica. Per questo, l’economia non è solo economia.

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