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Credo: nell’eterno Papeete della politica salviniana la religione è sempre un'esca

A certa politica il sacro non è chiaro che sia qualcosa di “sperato”, inaccessibile a loro come agli altri. Sembra piuttosto un ingrediente prezioso, quasi confondibile con l’alloro.

Credo: nell’eterno Papeete della politica salviniana la religione è sempre un'esca
Matteo Salvini

Riccardo Cristiano Modifica articolo

13 Agosto 2022 - 13.58


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Nell’eterno Papeete della politica salviniana la religione ha forse un ruolo di esca? Prima è stato il crocifisso, poi il rosario, quasi un ritorno nel Terzo Millennio di quelle Madonne Pellegrine che se non si fanno rimpiangere per gusto e sobrietà avevano un senso nella campagna elettorale del ‘48, quella tra filo-americani e filo-sovietici.

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L’irruzione del simboli religiosi nel papeetismo di Salvini fece storcere il naso alla Chiesa, più innamorata di molti politici della separazione tra potere politico e potere spirituale. I cattolici hanno ottenuto ormai da molto tempo il loro diritto di impegno politico, ma a differenza del ‘48 non ci sono più scomuniche, chi vuole votare questo o quello lo può fare. Addio partito dei cattolici, si spera per sempre (soprattutto per loro, e quindi anche per la nostra società, che non ha più bisogno di guelfi e ghibellini, è il caso di dire, “grazie a Dio”).

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Ma a certa politica il sacro non è chiaro che sia qualcosa di “sperato”, inaccessibile a loro come agli altri. Sembra piuttosto un ingrediente prezioso, quasi confondibile con l’alloro.

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E così ecco la campagna elettorale nel nome del Credo. Quel “Credo” riguarda un solo Dio, creatore del cielo e della terra. Questo Credo è diverso, ma quello potrebbe voler ricordare, no? In che cosa ci si propone di credere con la Lega di Salvini? Vediamo. Nel testo diffuso da Matteo Salvini si comincia con il credere nel movimento: “ Credere è il motore di tutto. Della vita, del lavoro, dello sport, dello studio, perfino dell’amore”.

Dunque si comincia bene, anzi, benissimo. Il credere-motore di tutto ci porta a cambiare, a vivere nel movimento, e quindi a cambiare nella vita, nel lavoro, quindi anche culturalmente. Vuol dire che non siamo condannati a odiare chi abbiamo odiato in tempi lontani. Possiamo rappacificarci, riconciliarci, e cominciare a cercare l’armonia. Ci vorrà tempo, lo so, ma i nostra antenati sembrano tranquillizzati: abbiamo smesso di sbranarci! Il motore, che difficilmente sarà immobile, ci porta nel movimento della storia, del tempo, non nella stasi immutabile per cui il rosario è una novena contro i turchi invasori. Quei turchi dunque non sono i nemici di sempre, cioè i dannati musulmani, ma possono essere grazie al motore, al movimento che ci fa vivere nella storia, i nostri nuovi fratelli, amici da soccorrere e che ci soccorrono, se ci troviamo magari senza figli disposti a lavorare. Interessante. Basta geopolitica della paura, dell’odio: il motore del credere ci porta verso la riconciliazione e poi l’armonia. In un mondo senza nazionalismi!

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Ma le illusioni durano poco. Il credo dell’eterno Papeete si riduce a parlarci di credere nella Flat -tax. Davvero? In effetti quelli che il leader leghista chiama “punti luce”, quasi un design post-moderno a metà strada tra Fede rivelata e Dea Ragione, va così nel dettaglio, sebbene non dica se Flat Tax al 23 o al 15%? Magari il nuovo Credo vede anche il nome del ministro competente? Forse no, ma se si passa ad altra materia il credo diventa ad personam come la luce, un punto-luce che illumina l’aspirante ministro. Si parla infatti di Lampedusa, “porta d’accesso all’Europa” e quindi luogo simbolo “del controllo dei confini”. E’ emozionante vedere come una parola così alta e profonda possa scendere nelle mire dei singoli, nella fede secondo l’eterno Papeete. Una domanda: per candidarsi al Viminale c’era bisogno di scomodare il Credo?

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