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Bestemmie e ingannare l'arbitro: un baby calciatore racconta il suo mister

Mentre imperversa il dibattito sugli insulti nel calcio, Francesco, 16 anni, ci parla degli allenamenti e delle partite in una prestigiosa società calcistica fiorentina.

Bestemmie e ingannare l'arbitro: un baby calciatore racconta il suo mister

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28 Gennaio 2016 - 16.48


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Francesco, sotto forma anonima, ci racconta quello che succedeva agli allenamenti, e che spesso lo lasciava perplesso. Una testimonianza interessante, che arriva dopo quanto successo nelle ultime settimane in serie A e che prende spunto da quanto affermato ieri da Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio sul razzismo nel calcio, che ha chiamato in causa le categorie minori e, soprattutto, i tornei giovanili. Lì si parlava di atteggiamenti razzisti e discriminazioni, qui di atteggiamenti incompatibili con la sana e corretta pratica sportiva di base.
Si comincia dalle volgarità dell’allenatore: “L’ho sentito più volte bestemmiare, anche urlando, soprattutto quando qualcosa andava storto e quando non era soddisfatto dei risultati o degli schemi che provavano durante gli allenamenti. Era un modo per stimolarci, a me però infastidiva”. Per non parlare delle parolacce: “Tantissime, senza freni” racconta Francesco, che due anni fa ha cambiato società e che tiene a precisare: “Queste volgarità non ci sono in tutte le società, non si può generalizzare, certamente è più probabile che avvenga nelle squadre più importanti e con traguardi più ambiziosi”.

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Bestemmie, parolacce, atteggiamenti quotidiani che mal si coniugano con l’aspetto educativo che il calcio dovrebbe rivestire. Si guarda in alto, soprattutto in questi giorni d’insulti, a quello che succede sui campi di Serie A, spesso dimenticandoci dei campi minori, laddove fioriscono quegli atteggiamenti che poi si trascinano salendo di categoria. Ad infastidire Francesco, oltre le volgarità gratuite, c’era quella che lui chiama “istigazione a barare”. Spiega meglio Francesco: “Se il pallone carambolava in rimessa laterale, indipendentemente da chi avesse buttato il pallone fuori, l’allenatore ci diceva di alzare il braccio verso l’arbitro per fare pressione sulla sua decisione e tentare di convincerlo ad assegnare la rimessa laterale alla nostra squadra. L’allenatore ci diceva di usare questo atteggiamento sempre e comunque, anche se avevamo la certezza che la rimessa laterale dovesse spettare agli avversari”. E ancora: “Ci diceva addirittura, una volta uscito il pallone, di andarlo a riprendere velocemente e battere il fallo laterale, per mostrare all’arbitro determinazione e sicurezza”. Atteggiamenti abitudinari, che vediamo ogni domenica sui campi di serie A. Comportamenti che definiamo “normali”, talvolta connaturati al calcio, ma che hanno ben poco di sportivo.

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Poco fair play, anzi. E’ il caso delle simulazioni: “Se l’avversario vi tocca e rischiate di perdere palla, butatevi per terra”. Atteggiamenti consuetudinari in molti campi di periferia. “Il mister faceva così con tutti, dai pulcini agli juniores”. Francesco ricorda tutto, anche quando l’arbitro disegnato per la partita era una donna. In quell’occasione “il mister ci disse che, essendo un arbitro donna, non avrebbe saputo tenere in pugno la partita, per cui dovevamo approfittarne e mostrare più determinazione”.

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