Il professor Merigliano: "In Veneto test differenziati per un contenimento ancora maggiore dei contagi"

Il Presidente della Scuola di Medicina di Padova. "Dobbiamo ottimizzare le risorse disponibili e ottenere una grande copertura territoriale"

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Chiara D'Ambros 30 marzo 2020

Lo studio ormai noto di Vo Euganeo proposto dal Prof. Crisanti è sempre più ascoltato guardato con interesse anche a livello nazionale. Oltre alle evidenze scientifiche che, come spesso ribadisce Crisanti stesso, sono da settimane sotto gli occhi di tutti, perché i dati sono stati subito resi pubblici, a partire dell’Università di Padova si è costituito un apparato organizzativo che sta agendo con risultati positivi in tutta la Regione Veneto e che sta affinando la propria organizzazione per diventare ancora più efficiente. Questo gruppo di lavoro sul territorio lavora in sinergia con la Regione Veneto, non scevra da discutibili decisioni in campo sanitario negli ultimi anni ma che in questa fase emergenziale si sta muovendo con decisione ed efficacia che merita particolare attenzione. Uno dei protagonisti della gestione organizzativa del tutto è il Dottor Stefano Merigliano.


Il gruppo di Padova di cui lei fa parte assieme al Professor Crisanti, come si è costituito e come sta operando?


Io sono un clinico chirurgo di Padova, e sono il decano dei Chirurghi e di Medicina Generale di Padova e il Presidente della Scuola di Medicina di Padova. Quando si è trattato di passare da una fase di idea a una fase di realizzazione di un progetto Regionale sulla base dello studio di Vo, è risultato evidente che era necessario un supporto per interloquire con le istituzioni e la burocrazia, io faccio da facilitatore, mi sono affiancato al Prof. Crisanti per gestire tutta la parte burocratica e siamo riusciti a fare in tre giorni quello che di solito si fa in tre mesi, ossia fare la delibera del piano regionale, la delibera del piano sanitario ecc.


Quindi è nata la squadra che ci permetterà di portare avanti il monitoraggio sul territorio.


Quale è stato lo scoglio burocratico maggiore, o il problema maggiore che si è trovato ad affrontare e che avete risolto? Che viene da pensare si possa riscontrare anche in altre regione e che impedisce forse di affrontare in modo così sistematico questa emergenza?


Non ci sono scogli. Diciamo che la complessità sta nel mettere assieme tutte le varie parti. Poi se tu hai un progetto valido che interessa la Regione e che non è solo un progetto di ricerca ma è un progetto di sanità pubblica, la Regione è altrettanto interessata. Il problema se vuole, lo scoglio è che stiamo affrontando una guerra con una legislazione da tempo di pace.


Per un atto che dovrebbe essere fatto con un tratto di penna, si deve comunque fare una delibera, approvarla, pubblicarla. Poi per carità magari si fa in due giorni.


Ma sono comunque due giorni persi e vite umane in pericolo.


L’idea centrale da mettere in piedi è quella di rendere efficiente la raccolta dei dati, di non perderli, di non fare il lavoro trenta volte. Per cui per esempio abbiamo utilizzato il sistema degli screening oncologici, modificato leggermente. Per agganciarsi al database regionale di tutti i dati sanitari della regione Veneto. Abbiamo pensato ad una macchina per gestire potenzialmente 5milioni di persone in pochi giorni.


Il tutto si è innestato quindi su un sistema informatico pre esistente?


Si, la regione Veneto ha un sistema informatico ragionevolmente centralizzato. Molte procedure sono uniche regionali, fanno capo all’azienda zero, per cui per esempio tutti i sistemi di prevenzione possono pescare in automatico i dati da tutti i laboratori di esecuzioni dei test della Regione.


Quindi fino ad oggi avete agito con un monitoraggio il più possibile capillare secondo le possibilità ma diventerà sistematico una volta che parte questa operazione? Quando dovrebbe partire?


Siamo in pre riscaldamento per vedere se tutto funziona, dopo di che nell’arco di questa settimana partiamo. Abbiamo già fatto le prime riunioni, è tutto in fieri. Perché sono cose che non si sono potute svolgere con le tecniche tradizionali di pianificazione nel tempo.


Questo sistema come ha più volte ricordato il Prof. Crisanti non è a tappeto come avete progettato di agire?


Si individuano delle priorità, sicuramente le case di riposo sono un punto su cui focalizzarsi. C’è da completare lo screening di tutto il personale sanitario. Io lo definirei uno screening ad ampia scala su una serie di situazioni di rischio. Il rischio può essere per chi sta in una casa di riposo o per uno che sta a casa o nel pianerottolo, con un positivo, perché poi noi li temiamo a casa ma se uno vive in un condominio non posso pensare che non faccia due chiacchiere con la vicina, tanto uno può pensare che sta sempre a casa.


Eventuali positivi vengono comunque lasciti a casa o c’è comunque un piano per creare delle strutture dove possono fare la quarantena?


Questa di nuovo non è una mia competenza, è il passo successivo all’individuazione dei contagiati. L’esperienza della Cina diceva che per migliorare la limitazione del contagio sarebbe opportuno isolare del tutto le persone positive. Quindi se io dovessi dire, per esempio, qui: prendo un albergo a Abano, prendo tutti i positivi di Abano e Padova e li metto ciascuno in una camera singola. Perché se io ho un positivo con la nonna, la zia e la mamma, 9 su 10 “i se impesta tuti”.


Un’altra questione delicata è la possibilità di fare questi test. Nel senso che sono emerse molte criticità rispetto alla reperibilità dei reagenti, delle pipette..


Sa, nel momento in cui tutto il mondo dopo che ha un po’ deriso l’Italia e il Veneto, sta cercando di fare quello che si è fatto qui, che il sistema vada in crisi, è ragionevole. Le risorse non sono mai infinite. Quindi dobbiamo utilizzarle al meglio. Perché se noi ci concentriamo solo sul tampone, che è un test che considera 3 geni e richiede 7/8 ore e un certo impegno, non ne usciamo. Sono usciti nel frattempo dei test più rapidi. Kit diversi che ti danno una risposta in un’ora pur mantenendo un test di biologia molecolare, ma comunque più di 8 all’ora non se ne possono fare. Poi sono usciti i testi sierologici che non possono però essere usati per trovare inizialmente l’asintomatico positivo, cioè quello che a noi interessa per isolare la malattia, ma sono molto utili per confermare se un sintomatico è positivo o negativo. E questo è un test che in 5/10 minuti le dà la risposta a un costo molto banale. Quello che discuteremo in questi giorni è di prevedere un test più massivo con la sierologia, che è già disponibile, per cui già tutti quelli positivi vengono identificati, poi verifico di fino con i test a tampone. Per esempio se io faccio i test in una casa di riposo, faccio la saponetta a tutti. In questo modo individuo 4 categorie: avrò ospiti positivi e ospiti negativi che dovrò proteggere. Questi cerco di isolarli, tutelarli. Poi ho inservienti, personale quelli positivi li curo o mando in quarantena a seconda dello stato. A quel punto faccio il tampone solo al personale negativo, perché vado a cercare l’asintomatico positivo, che nessun altro test più riconoscere. Quindi se io procedo così utilizzando anche il sierologico, i tamponi li posso usare con più logica, e risparmio sia sui costi che sui tempi.. . Dopo di che è tutta questa strategia è in fieri. Tra pochi giorni potremmo avere altre risorse, si naviga a vista, questa cosa è possibile oggi non lo era una settimana fa. Qui bisogna avere una flessibilità assoluta, come un gatto che corre nella foresta.


Un’altra azione che è stata fatta in Veneto da subito è stata quella di creare dei centri esclusivamente Covid deputati. Lei ha seguito anche questa parte?


L’ho vissuta perché ci sono dentro. Non spettano a me queste scelte, ma quella si chiama igiene pubblica. Però posso dirle? Il Veneto ha agito secondo le norme di igiene pubblica di fronte a qualunque epidemia o malattia epidemica seria. Io quando ho fatto l’esame di igiene, nel lontano 1974, c’era scritto che prima si isola il portatore, secondo si dividono i percorsi, terzo si cerca di evitare ulteriori contagi. Il fatto di creare dei percorsi per ammettere all’ospedale i possibili positivi, di andarli a cercare sul territorio e poi di creare all’interno degli ospedali dei percorsi separati è scritto nei libri degli anni ‘50/’60. Così venivano costruiti i dispensari anti tubercolosi. Non si è inventato niente. In quasi tutti gli ospedali di una volta la palazzina delle malattie infettive era diversa, staccata. Sono “cagate” moderne gli ospedali per l’intensità di cura, la creazione di aree omogenee per cui lei ha l’area medica, 4 oncologici, tre di questi, 6 di quelli perché vuole risparmiare sui reparti, sulle strutture, fare economia di scala. I vecchi ospedali degli anni ’50 aveva la palazzina degli infettivi perché stava bene lontano dall’ospedale. L’idea della Regione è stata quella sin da subito, dal primo caso di Vo, di utilizzare vecchi ospedali che erano stati lasciati in disparte quando si sono raggruppati i poli negli scorsi anni – perché anche qui si stava andando verso una concentrazione delle strutture sanitarie -  si sono individuati subito questi ospedali e altri ospedali più nuovi dai quali sono stati spostati i pazienti non Covid e sono diventati ospedali Covid.


Gli errori della Lombardia sono stati clamorosi, non hanno fatto percorsi separati, non hanno attivato il territorio. I malati arrivavano in pronto soccorso e venivano ricoverati dove capitava. Risultato? Gli ospedali della Lombardia hanno il 20% di persone infette. Noi a Padova ci hanno messo Mascherine e protezioni dopo tre giorni dall’inizio. I Percorsi separati di triage sono comparsi il giorno dopo Vo. In Lombardia ancora una settimana fa si arrivava di corsa all’ospedale e si entrava in pronto soccorso. Quindi si chiama Igiene Pubblica.


Qual è stata per la costruzione di tutta queste strategia l’importanza di essere un ospedale universitario e pubblico?


Io sono un uomo “pubblico” da sempre. E ho sempre detto che la sanita gestita secondo il modello lombardo, che ha messo il 50% in privato convenzionato, ha dato l’impressione di avere una sanità di eccellenza ma ha trascurato la sanità quotidiana e la sanità quotidiana è quella che ha pagato dazio. Bergamo, Lodi, Brescia, Bergamo, Cremona. Mentre per esempio l’ospedale di Padova è come se lei prendesse il San Raffaele e il Niguarda e li fondesse insieme ma senza presenza del privato, è tutto pubblico. Noi siamo un ospedale pubblico Universitario e un ospedale pubblico territoriale. Per cui in questo momento noi abbiamo scaricato sul territorio tutta la ricchezza dell’ateneo. Noi abbiamo quasi 1000 persone delle professioni sanitarie, le abbiamo lasciate tutte sul territorio, non le abbiamo richiamate. Quindi questa ricchezza costituita dalle scuole infermieristiche, i tecnici di specialità, i tirocini, li abbiamo mantenuti e riversati sul territorio.


In tutto questo, rispetto a come vi state muovendo e alla strategia messa in campo, siete in dialogo con le altre regioni e con il Governo?


No. Io non sono un politico. Molte delle cose vengono magari poi copite, riprese. Ma non ci viene chiesto nulla.


Voi a Padova siete coperti con i DPI?


Come tutti gli italiani. Abbiamo giorno per giorno difficoltà anche noi. Un giorno ti manca una cosa un giorno un’altra, cerci di fare i salti mortali. Non devi sprecare. Devi fare scelte diverse per rispondere a circostanze diverse. Tra il non avere niente, meglio una cosa che ti protegge l’80%. Allora se io vado in sala operatoria mi metto la mascherina chirurgica di quelle omologate, se io giro per le strade di Padova, o sto in studio dove non ci sono malati, io mi sono fatto le mie mascherine di cotone, sono mie me le pulisco tutte le sere con un disinfettante.


Quindi le mascherine di cotone per andare a fare la spesa possono andare bene?


Si. Una bella mascherina doppia, di cotone, protegge lei e soprattutto protegge gli altri. Quando vedo uno senza mascherina è doppiamente irresponsabile. Se tutti noi ci proteggessimo verso gli altri faremmo un gesto di grande civiltà e contemporaneamente saremmo tutti protetti.


Tra gli operatori sanitari in Italia ci sono molti contagiati. Qual è la situazione in Veneto?


Abbiamo il più basso tasso di sanitari contagiati. Stiamo scrivendo un lavoro, che riscontra come a Padova siamo attorno all’1% mentre a Bergamo è il 25% certo la situazione là è davvero drammatica nel contesto ma la nostra azienda sanitaria ci ha imposto da subito tutti i protocolli di sicurezza. Perché non l’hanno fatto anche le altre ULSS? Vedo qui da una tabella che noi, per esempio abbiamo un tasso di tampone sul nostro personale che è del 62%. Abbiamo già testato 4311 persone su 7115. Quando c’è un dubbio noi tamponiamo subito tutti, anche gli inservienti.


Altra questione sono i medici di base che in altre regioni presentano una forte criticità, avete predisposto un protocollo per loro?


Si hanno tutto. Ma ricordo che i medici di base sono dei privati convenzionati, perché non hanno mai voluto diventare personale sanitario. Tutti i medici di famiglia cosiddetti, hanno voluto mantenere uno status di liberi cittadini convenzionati. Cioè lo stato paga loro una convenzione, quindi è vero che sono personale del Sistema Sanitario Nazionale ma non sono dipendenti. Quindi purtroppo, avrebbero dovuto loro prevedere con le loro associazioni, con i loro sindacati delle strategie. Poi è ovvio siamo colleghi, ci si aiuta. Perché io ho spostato gli specializzandi alla territoriale? Stanno facendo un lavoro mostruoso sul territorio ma armati di un fucile di legno e una baionetta, e anche loro da soli non ce la farebbero. Anche perché abbiamo cercato di tenere più persone possibili a casa per i tenere gli ospedali per i casi medio gravi e gravi, altrimenti avremmo intasato gli ospedali, e a quel punto non dai più risposte di salute a nessuno, ma chi è a casa va monitorato. Stiamo studiando dei numeri semi automatici per aumentare questo monitoraggio. Stiamo lavorando su più fronti.


Quello che sta succedendo a Verona vi preoccupa?


Certo perché Verona sta facendo argine su Brescia. I bresciani non dovrebbero venire a Verona perché tra l’altro è una violazione delle norme di sicurezza perché stanno esportando la loro epidemia. Ma difronte a uno che sta morendo cosa vuole fare? Non lo mandi indietro. Lo accogli, lo curi. Stavo vendendo a Verona sono Borgo Roma 86 e Borgo Trento 40. Loro sono messi peggio con le rianimazioni, ne hanno più casi di Padova ma sono ancora numeri gestibili.


Che visione temporale ha la vostra strategia?


Qui è tutto da vedere giorno per giorno. In questo momento contenimento e sopravvivenza. Isolamento, identificazione, chiarezza sui numeri. Poi è chiaro che dipenderà anche della risorse. Arrivano tamponi, non arrivano? Ci sono tantissime variabili. Si è come correre la Formula1 cambiando i motori in corsa. Non solo i motori, anche le regole in corsa e quindi riprogettando il motore durante la corsa.


I test quindi arrivano da fuori regione?


Anche i test che ci siamo fatti in house, qui a Padova, richiedono comunque dei reattivi, delle sonde, per cui noi possiamo fare e non comprare i kit ma i reattivi vengono sempre prodotti da qualcun altro. Quindi quando l’altra sera il governo inglese ha comprato 32 milioni di sterline di reattivi da una ditta che produce in Inghilterra, quella gli ha comprato la produzione di un anno e l’ha tolta al mondo. Perché in questo momento tutto il mondo sta facendo “vita mia, morte tua”.


Noi abbiamo la possibilità di produrre reattivi?


Non lo so. Alcuni probabilmente si, è chimica fine. Altri no perché sono kit chiusi di aziende che hanno costruito tutto il sistema. Come quando lei va a comprare il filtro di una certa marca di auto, non lo trova sul mercato, lo dovrebbe copiare, magari c’è dietro un brevetto, magari manca un pezzo fondamentale. Questo è un altro dei problemi che apre ad altre questioni. Quando lei costruisce delle industrie tutte di filiere in cui ognuna costruisce un pezzo, il migliore del mondo, al miglior prezzo del mondo e poi uno lo assembra e poi toglie quello che costruisce la chiave di accensione, lei ha lo strumento pronto ma non ha la chiave di accensione. E anche qui, si dovrà ripensare questo tipo di industria. Questa epidemia credo scatenerà un ripensamento generale se lo potremmo vedere. E comunque ci lascerà tutti enormemente più poveri.


Rispetto ai reagenti, pensare che il limite sia un brevetto rende discutibile la non diffusione.


Si ma il brevetto oggi significa anche competenze, esperienze, controllo delle risorse, non è solo forma. Se lei pensa che l’80% della farmaceutica mondiale è fatta in India. Se si ferma l’India non avremmo più n’è l’aspirina, n’è il Buscopan, né il Pantoprazolo, né i farmaci normali perché tutti quelli per cui sono scaduti i brevetti oggi sono prodotti lì come generici. Abbiamo deciso di mandare la chimica fine in India perché loro inquinano senza problemi legali e ce li fanno a prezzo più basso. E ora cosa può succedere?


Perché siamo andati in crisi con le mascherine ecc.. ? perché l’80% dei DPI del mondo sono prodotti in un’area geografica ben delimitata, a Wuhan, che era il centro della produzione biomedicale del mondo. E’ stato chiuso un mese. Hanno consumato la produzione di un anno per cui è venuta a mancare anche la banalità.


Nonostante importanti voci di monito, ognuno pensa di farcela da solo


Non ce la fa nessuno da solo.