“Copriti, mi raccomando!”. La frase comincia a circolare già da alcuni di giorni tra gli italiani che, complice un brusco abbassamento delle temperature, si trovano ad affrontare freddo e malattie respiratorie, molte delle quali causate dall’influenza stagionale. E nelle nostre case tornano d’attualità fazzolettini e termometri. Ma non solo. Nei confronti dei più piccoli c’è già una netta divisione tra contrari e fautori del vaccino. Tra questi ultimi c’è la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale.
La premessa è d’obbligo: l’inserimento dei bambini sani di età compresa tra 6 mesi e 24 mesi – o comunque fino a 5 anni – nelle categorie da sottoporre a vaccinazione contro l’influenza è tuttora un argomento di attivo e vivace dibattito discussione da parte della comunità scientifica internazionale, soprattutto a fronte della mancanza di studi clinici controllati di efficacia. La vaccinazione è infatti offerta dal servizio sanitario americano e canadese e da tre paesi della Comunità Europea (Finlandia, Ungheria e Malta) ma i dati di copertura vaccinale finora conseguiti non consentono una valutazione a livello di analisi farmacoeconomica e politica sanitaria, per quanto uno studio recente condotto dall’Università di Genova (Gasparini et al. Clinical and socioeconomic impact of seasonal and pandemic influenza in adults and the elderly Hum Vaccin Immunother. 2012; 8:21-8) abbia stimato in 940 euro il costo complessivo di un singolo caso di influenza.
Per questa ragione non è attualmente ritenuta necessaria la promozione di programmi di offerta attiva gratuita del vaccino influenzale stagionale ai bambini che non presentino fattori individuali di rischio. Questo, però, non significa che vi siano controindicazioni alla vaccinazione dei bambini “sani” di età superiore a 6 mesi, qualora il loro pediatra optasse per tale scelta, anche perché i bambini sono un vettore importante.
“Noi pediatri – spiega il dottor Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS – abbiamo il dovere di contrastare le false credenze, di illustrare i rischi che comporta il contatto sempre più frequente con persone di cui ignoriamo lo stato vaccinale, di rafforzare la fiducia dei genitori nelle vaccinazioni e di sottolineare che solo il pieno rispetto del calendario vaccinale può garantire la protezione dei loro figli”.
“L’influenza – prosegue Di Mauro – è una malattia epidemica con la massima diffusione in età pediatrica: nella stagione 2012-2013, per esempio, nella fascia 0-4 anni il picco di incidenza ha sfiorato i 32 casi per 1.000 assistiti, e i 18 casi per 1.000 in quella 5-14 anni rispetto agli 8 casi per 1.000 assistiti nella fascia 15-64 anni. L’elevata diffusione della malattia nei bambini è attribuibile a una combinazione di fattori legati a una maggiore suscettibilità intrinseca all’infezione da virus influenzale (imputabile a un funzionamento non ancora efficiente del sistema immunitario) e ai continui e stretti contatti all’interno dei tipici luoghi di frequentazione dei bambini (asili, scuole, centri ricreativi e sportivi)”.
“L’elevata incidenza dell’influenza nella popolazione pediatrica, che rappresenta quindi il principale serbatoio della malattia, è tra l’altro responsabile del mantenimento della circolazione del virus all’interno dei nuclei familiari e delle comunità e conseguentemente nella popolazione generale.
I vaccini disponibili in Italia sono tutti inattivati e quindi non contengono particelle virali intere attive”.