Il fascismo in tutte le sue forme: quando l'antifascismo diventa un'arma politica
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Il fascismo in tutte le sue forme: quando l'antifascismo diventa un'arma politica

Si spende un'enorme energia nel segnalare la presunta imminenza di una dittatura totalitaria, invece di dedicarsi a un compito molto più complesso: analizzare e smontare razionalmente le loro politiche economiche, sociali e diplomatiche

Il fascismo in tutte le sue forme: quando l'antifascismo diventa un'arma politica
Francia
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Beatrice Sarzi Amade Modifica articolo

31 Ottobre 2026 - 23.22


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Considerando la gravità delle tensioni che attualmente attraversano l’Europa, sento un profondo bisogno di partecipare al dibattito sulla situazione politica generale, ma soprattutto francese e di esprimere la mia preoccupazione riguardo agli eventi.

Ritengo che il momento attuale sia troppo critico affinché una cittadina come me si limiti ad osservare passivamente.

Per strutturare il mio pensiero e sostenere le mie argomentazioni, ho deciso di ricordare alcuni fatti recenti e di citare posizioni pubbliche che mi colpiscono e, a mio parere, illustrano le fratture attuali.

Osservo che è diventato comune, in alcune frange della sinistra radicale, etichettare come “fascista” qualsiasi movimento che difende la sovranità nazionale, chiede il controllo dell’immigrazione, rivendica la priorità degli interessi dei cittadini o critica le élite politiche ed economiche.

A mio parere, questa assimilazione sistematica non è un’osservazione insignificante.

Vedo in questo un’arma di screditazione politica: non si tratta più di contrastare le idee dell’avversario, ma di presentarlo come una minaccia per la Repubblica, che andrebbe impedita di esprimersi.

Comprendo perfettamente la logica intellettuale che spinge una parte della sinistra a trarre questo parallelo.

Per i miei oppositori, la preferenza nazionale, per sua stessa, conterrebbe la discriminazione di Stato, che inevitabilmente porterebbe all’autoritarismo. Analizzano la genealogia di questi partiti, spesso nati ai margini dell’estrema destra storica, e ne deducono che la loro attuale legittimità istituzionale è solo una maschera ingannevole, una strategia elettorale.

In questa logica di “precipizio”, un dibattito razionale con il nazionalismo populista significherebbe fare un patto con il diavolo prima che riveli la sua vera natura.

Tuttavia, questa lettura mi sembra colpevole di anacronismo e di una mancanza di rigore intellettuale.

Il fascismo non è semplicemente una forma di conservatorismo associata a una politica migratoria rigida.

Si tratta di un progetto totalitario volto a forgiare un “uomo nuovo”.

Storicamente, si basa sulla militarizzazione della società civile, sull’espansionismo imperiale, sull’abolizione del pluralismo attraverso un partito unico, e sull’uso deliberato, e persino sulla glorificazione, della violenza fisica nei confronti degli oppositori.

Il nazionalismo populista contemporaneo, come lo osservo, si sviluppa secondo una dinamica fondamentalmente diversa. Non mira a rovesciare la democrazia rappresentativa con la forza, ma a utilizzarla sfruttando il suffragio universale. Non aspira a conquiste militari, ma promuove invece una politica protezionistica. Non valorizza la violenza miliziana, ma pretende insistentemente l’ordine e l’autorità dello Stato.

Le sue proposte possono e devono essere contestate politicamente, ma non sono sufficienti a definire un progetto fascista.

Sono convinta che, persistendo nel concentrarsi sulle minacce che evocano gli anni ’30, si rischia di perdere di vista la vera natura della sfida politica odierna.

Si spende un’enorme energia nel segnalare la presunta imminenza di una dittatura totalitaria, invece di dedicarsi a un compito molto più complesso: analizzare e smontare razionalmente le loro politiche economiche, sociali e diplomatiche.

Questo non significa, a mio parere, che le tendenze nazional-populiste siano immuni a derive autoritarie o xenofobe. Sono la prima a dire che tali derive devono essere denunciate quando si manifestano. Tuttavia, attendo che siano dimostrate attraverso un’analisi dei fatti, piuttosto che sostituire il dogmatismo e le etichettature con il pensiero politico.

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Trappes, Francia: un crimine odioso che è diventato un argomento politico.

Gli omicidi avvenuti a Trappes il 23 ottobre 2026 appaiono come un atto di estrema gravità. La persona responsabile, che ha ammesso di aver avuto l’intenzione di colpire individui di origine musulmana, africana o nordafricana, deve rendere conto dei suoi atti alla giustizia. Non esprimo alcuna esitazione riguardo alla condanna definitiva di questo crimine razziale.

Tuttavia, ritengo che la gravità di un crimine non ci esenta dal considerare come può essere utilizzato a fini politici.

Nei giorni successivi, ho osservato che Jean-Luc Mélenchon e diversi esponenti della sinistra hanno stabilito un nesso tra questo atto isolato e i discorsi dell’estrema destra. Anche il sindaco di Trappes, Ali Rabeh, ha messo in discussione alcuni discorsi politici e mediatici. Ritengo legittimo interrogarsi sull’influenza dei discorsi pubblici.

Tuttavia, affermo che stabilire una responsabilità collettiva in un atto criminale richiede elementi concreti.

Rifiuto l’idea che milioni di cittadini che votano per movimenti nazional-populisti vengano ritenuti collettivamente responsabili di questo crimine.

Tuttavia, temo che stiamo assistendo a un deterioramento, in cui l’opposizione politica e i media che la sostengono devono essere silenziate.

La situazione si complica ulteriormente: Ali Rabeh ha infatti chiesto la sospensione dei giornalisti di CNews.

A Saint-Denis, il sindaco Bally Bagayoko ha espresso, in modo simile, il desiderio di impedire al Rassemblement national di esprimersi pubblicamente e sui media, qualora i suoi rappresentanti presentassero, secondo lui, affermazioni razziste.

Questa ostilità, che mira a eliminare l’avversario dalla scena piuttosto che affrontarlo con argomentazioni, si manifesta anche nei programmi televisivi.

A fine ottobre, su BFMTV, ho potuto osservare la militante Sofia Tizaoui rivolgersi direttamente al deputato RN Julien Odoul:

“Certamente, ho odio verso di te, perché voglio che il tuo partito crolli”.

Di fronte a questa forma di linguaggio aggressivo, l’eletto ha terminato per abbandonare la trasmissione, facendo riferimento a minacce di morte nei confronti della sua famiglia. E non sono gli sforzi della conduttrice per “mitigare” questa dichiarazione, presentandola come “politica” o “simbolica”, che cancelleranno la durezza di questa sequenza.

Sono assolutamente disponibile a contrastare le idee del RN o a contestare la linea di alcuni media. Tuttavia, mi chiedo da quando la libertà della stampa dipende dalle “allergie” o dall’approvazione dei politici.

Da quando la democrazia si è convinta che l’opposizione deve essere “silenziata”?

La censura di un media o di un’organizzazione politica non può diventare uno strumento opportunistico.

La questione palestinese: solidarietà e calcolo elettorale.

Osservo che questa strumentalizzazione politica non si limita all’affare di Trappes.

A partire dal 7 ottobre 2023, La France insoumise ha reso la causa palestinese uno dei principali elementi costitutivi della sua identità politica.

A mio parere, la sofferenza dei civili palestinesi, la denuncia delle distruzioni a Gaza e la difesa del diritto internazionale sono argomenti assolutamente legittime.

Non posso mai associare la solidarietà con una popolazione vittima di guerra a un’azione di destabilizzazione.

Tuttavia, sarebbe ingenuo ignorare la dimensione politica di questo impegno.

Ho letto con attenzione un’inchiesta del Le Monde, pubblicata a marzo 2024, che analizza l’intenzione della leadership di LFI di utilizzare la questione palestinese come un elemento di mobilitazione degli elettori nei quartieri popolari, in particolare quelli di fede musulmana.

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Non si tratta, per me, di considerare questi cittadini come un blocco elettorale omogeneo, e certamente non di negare loro la libertà di giudizio.

Si tratta semplicemente di constatare che una causa internazionale può diventare uno strumento di conquista politica.

Questa strategia mi sembra particolarmente preoccupante, dato che alcune dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon e dei suoi collaboratori hanno sollevato accuse di antisemitismo o di banalizzazione dell’Olocausto.

Vorrei essere precisa su questo punto, più che mai attuale oggi:

criticare il governo israeliano o denunciare le politiche di Benjamin Netanyahu non è antisemitico.

Tuttavia, esigo che stereotipi antisemiti, generalizzazioni che coinvolgono gli ebrei, insinuazioni cospiratorie e qualsiasi forma di tolleranza verso il terrorismo siano condannati in modo inequivocabile.

Rifiuto un antirazzismo selettivo.

Non comprendo come sia possibile sostenere di combattere tutte le discriminazioni, pur minimizzando quelle che colpiscono i cittadini ebrei.

Per me, la solidarietà con i palestinesi e la lotta contro l’antisemitismo non sono in contraddizione.

Cercare di contrapporre queste due posizioni per ragioni elettorali, a mio avviso, rappresenta un grave errore politico.

17 ottobre: quando la protesta sociale sfocia nella violenza

Il 17 ottobre 2026, ho scoperto anche un’altra realtà, che, a mio parere, la retorica politica non è in grado di nascondere.

Comprendo perfettamente le rivendicazioni sindacali riguardo ai salari, al potere d’acquisto e ai servizi pubblici, che sono legittime. Ritengo che anche le preoccupazioni degli studenti delle scuole superiori e degli studenti riguardo a Parcours Up, all’età dei locali scolastici e alla sostituzione dei docenti meritano di essere prese in considerazione.

Tuttavia, non posso ignorare le scene di violenza urbana particolarmente gravi che hanno caratterizzato questa giornata in Francia.

A Lione, alcuni negozi sono stati saccheggiati e un edificio comunale in Place Bellecour è stato incendiato. A Limoges, il municipio è stato distrutto dalle fiamme. A Marsiglia, alcuni individui hanno forzato l’ingresso al municipio e sono entrati nell’edificio, causando dei danni.

Sono fermamente convinta che queste azioni non hanno nulla a che vedere con la difesa del potere d’acquisto o il miglioramento delle condizioni di studio. Si tratta di un atto di saccheggio, di distruzione e di attacco contro le istituzioni pubbliche.

La presenza di queste fasce marginalizzate e disaffiliate che, in determinate circostanze, possono costituire un gruppo di predazione e violenza.

Tuttavia, ritengo assurdo equiparare questi gruppi ai lavoratori precari, ai residenti dei quartieri popolari o ai manifestanti pacifici.

Ritengo questa distinzione fondamentale: le rivendicazioni sociali mi sembrano legittime; la violenza e il saccheggio non lo saranno mai.

Mi preoccupa anche il modo in cui alcuni politici, come Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento trotskista, mantengono una retorica di confronto costante e cercano di unire rabbie di diversa natura in un’opposizione generale al governo di Sébastien Lecornu e al partito RN, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali del 2027.

So che il sostegno ai palestinesi, le rivendicazioni sindacali, le mobilitazioni degli studenti delle scuole superiori e universitarie possono avere motivazioni del tutto diverse.

Ritengo che ridurre tutto a una singola strategia politica significherebbe ignorare la diversità di coloro che si impegnano. Tuttavia, credo che l’utilizzo di questi movimenti da parte di gruppi politici con una logica di contestazione del potere debba essere attentamente valutato.

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In particolare, sono convinta che nessuna causa sociale o politica possa giustificare un incendio di un municipio, una rapina a un negozio o la distruzione di beni collettivi. Ritengo che coloro che sostengono di difendere le classi popolari dovrebbero iniziare rispettando i luoghi in cui vivono, i negozi e i servizi pubblici di cui hanno bisogno.

I paradossi dell’antifascismo che si trasformano in uno strumento di esclusione.

Secondo me, questo è il punto cruciale del problema.

In nome della lotta contro il fascismo, osservo alcuni esponenti politici che chiedono l’esclusione di media, la marginalizzazione di partiti politici eletti e la delegittimazione di milioni di cittadini.

In nome dell’antirazzismo, temo che stiano sostituendo la colpa collettiva con la responsabilità individuale.

In nome della solidarietà internazionale, percepisco la loro tendenza a trasformare una causa umanitaria in uno strumento di conquista elettorale.

E, in nome della rabbia sociale, a volte mi sembra che siano incapaci di condannare con la stessa fermezza le violenze commesse da coloro che considerano i loro alleati politici.

Questa contraddizione mi sembra molto evidente.

Credo fermamente che la democrazia non può essere difesa rinunciando ai principi fondamentali su cui si basa.

La libertà di espressione non vale solo per le opinioni che condivido.

La libertà della stampa non protegge unicamente i giornali di cui approvo gli editoriali.

Il diritto di manifestare non autorizza alla distruzione.

E, secondo me, l’antirazzismo non può essere usato come giustificazione per nuove forme di intolleranza.

Ritengo che il governo, tutti i governi, debba essere soggetto a critiche e contestazioni. Allo stesso modo, il Rassemblement National dovrebbe essere tale. E anche La France insoumise e tutti gli altri partiti politici dovrebbero godere delle stesse garanzie democratiche.

Sono convinta che sia perfettamente possibile contrastare il nazionalismo populista, denunciare le derive dell’estrema destra e opporsi alle loro proposte senza chiedere la loro proibizione.

Sono convinta che sia possibile difendere i palestinesi senza sminuire l’antisemitismo.

Sono convinta che sia possibile difendere i lavoratori e gli studenti senza giustificare i vandali.

Ritengo che la storia del fascismo sia troppo tragica da essere ridotta a un insulto politico.

Credo che banalizzare il termine applicandolo a qualsiasi avversario ideologico significhi privarlo del suo vero significato.

Temo che, a causa della costante esposizione al fascismo, rischiamo di arrivare a un punto in cui non saremo più in grado di riconoscerlo quando è realmente presente.

Tuttavia, ritengo che la democrazia non appartenga a nessun partito, nessuna ideologia o nessun gruppo.

Appartiene a tutti i cittadini.

Sono convinta che essa si difenda attraverso il diritto, il pluralismo, la libertà di espressione e l’uguaglianza di fronte alla legge.

Rifiuto di credere che possa essere difesa silenziando i propri oppositori, identificando nemici interni o considerando che la Repubblica sia di coloro che pretendono di essere gli unici a proteggerla.

In Italia trovo più che mai attuale una rispolverata a quello che sosteneva Pasolini.

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