Lo spettacolo offerto in Parlamento dalle opposizioni nel dibattito sul riarmo non è solo preoccupante. È qualcosa di ancora peggiore. Il segnale che su questioni così cruciali, come gli investimenti abnormi in armamenti, il centrosinistra si sfarina, si frantuma, implode. Non è un “campo largo”. È un “campo minato”. Senza girarci attorno o zuccherare l’amara pillola. Così la destra continuerà a vincere. E se per grazia divina, il centrosinistra dovesse farcela a vincere le elezioni, poi su politica estera, sul riarmo, sull’Europa a trazione bellicista, con queste divisioni interne non si governa.
In un passato recente, Elly Schlein faceva riferimento a non meglio precisati “establishment” che non la vorrebbero a Palazzo Chigi.
La segretaria Dem non fa i nomi. Li facciamo noi di Globalist: lil sistema militare-industriale e la lobby israeliana.
Alla seconda, Schlein ha mandato un messaggio attraverso l’intervista al “Foglio” filoisraeliano ad oltranza. Lo ha fatto con il silenzio. Non dicendo nulla sui crimini di Netanyahu, sul genocidio a Gaza, sul bestiale sistema di apartheid instaurato in Cisgiordania dall’”unica democrazia in Medio Oriente (sic).
Silenzio che ha inquietato, per usare un eufemismo, quel popolo della pace sceso in piazza più volte per denunciare i crimini d’Israele, per chiedere lo stop di qualsiasi accordo commerciale, economico, militare tra l’Italia, l’Europa è lo Stato il cui governo è composto da una cricca di criminali, fascisti e messianici.
Sul no al riarmo, non è andata meglio.
Di cosa si tratti, è presto detto.
La prenotazione dei 14,9 miliardi da parte dell’Italia rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.
Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di preammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.
L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.
Dunque, i cittadini italiani, la maggioranza dei quali si è dichiarata in più sondaggi contraria all’incremento delle spese militari, pagheranno, pagheremo, oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.
Una enormità.
Spiegata, con la sua consueta chiarezza e profondità analitica, dal professor Emiliano Brancaccio in un articolo su Il Manifesto. Rimarca Brancaccio: “Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo. È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito. Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi. I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale. Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato. Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui. Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis. Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035. Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato. L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo. All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne. In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”. A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto”.
Così Brancaccio, alla vigilia del voto in Parlamento. Come sia andata a finire è cronaca. La maggioranza di centrodestra ha dato luce verde, mentre le opposizioni si sono presentate divise, senza una visione condivisa.
In questo modo, procedendo in ordine sparso, subendo la pressione, forse sarebbe meglio dire ricatto, dei “riformisti” sedicenti tali, non si fa molta strada. Giocare di rimessa è una strategia perdente. Che disorienta la tua gente senza acquistare alcun consenso nel cosiddetto campo “moderato”. Ad applaudire, soddisfatto, è quell’establishment che andrebbe combattuto, con intelligenza e determinazione, e non accarezzato. Perché quelli ti mordono, sempre.