La stampa mainstream, con tanto delle “ammiraglie” Rai, ridicola riedizione dell’Istituto Luce di fascistica memoria, hanno provato a vendere l’immagina di una presidente del Consiglio dalla schiena dritta che in nome dell’orgoglio patrio ha fatto fronte agli attacchi del perfido Trump. I più ardimentosi balilla mediatici si sono spinti fino al punto di proclamare che l’ardimentosa Giorgia aveva pugnacemente difeso l’onore dell’Europa.
Verrebbe da dare con il grande Totò: “Ma mi faccia il piacere”. Lui nell’indimenticabile Totò a colori di Steno, ce l’aveva con l’onorevole Cosimo Trombetta. Oggi ci permettiamo di parafrasare il principe Antonio de Curtis, in arte Totò: “Ma mi faccia il piacere”, onorevole presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Insomma, tutte chiacchiere e distintivo. La realtà è ben altra, e a chiarirlo, molto bene, è il report di Rete Italiana Pace e Disarmo (Ripd)
“Si è chiuso ad Ankara il vertice NATO che, ancora una volta, ha messo la corsa al riarmo davanti a ogni altra priorità. Il governo italiano ha confermato l’impegno, fortemente voluto da Trump ma non legalmente vincolante, a portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035.
Come campagna “Ferma il Riarmo” contestiamo fermamente questo target. Non è questa la via per garantire la sicurezza reale delle persone: è la strada dello spreco di risorse, della militarizzazione e del profitto per l’industria bellica, a scapito degli impegni inderogabili su clima, sanità e cooperazione internazionale.
Il conto lo pagheremo tutti. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Milex, il differenziale tra una spesa militare al 5% e il mantenimento del precedente plateau del 2% si concretizzerebbe per l’Italia in un impegno aggiuntivo di circa 500 miliardi di euro in più da qui al 2035. Una cifra enorme, sottratta a sanità, scuola, welfare e transizione ecologica, per finanziare un riarmo che non produce sicurezza ma nuove tensioni, nuova corsa agli armamenti e nuovi mercati per l’industria bellica.
Il riarmo è una falsa soluzione. Lo diciamo da tempo: la logica per cui più armi significano più sicurezza è smentita dalla storia e dai fatti. L’aumento della spesa militare non ha impedito nessuna guerra in corso, non protegge le persone dalle vere minacce alla loro vita quotidiana (crisi climatica, precarietà, disuguaglianze crescenti, inquinamento, mancanza di cura) e alimenta invece una spirale di corsa agli armamenti e scontro che rende il mondo più instabile e pericoloso, non certo più sicuro. Investire su droni, caccia e sistemi d’arma non “fa funzionare ospedali e scuole”, per usare le stesse parole scelte dal governo: è vero l’esatto contrario.
Le promesse tradite. Mentre si trovano decine se non centinaia miliardi (in prospettiva) per la difesa, restano inevasi impegni ben più urgenti per la sicurezza reale delle persone:
gli obiettivi di riduzione delle emissioni e la giusta transizione ecologica, mentre l’Europa continua a fare i conti con ondate di calore sempre più letali;
- la spesa sanitaria italiana in rapporto al PIL che rimane ferma sotto la media europea, con liste d’attesa e carenza di personale che pesano ogni giorno su chi ha più bisogno;
- il target dello 0,7% del PIL per la cooperazione internazionale allo sviluppo, mai raggiunto, mentre si taglia su prevenzione dei conflitti e diritti umani nel mondo.
Sono questi gli investimenti che garantiscono sicurezza reale alle persone e ai territori in cui vivono: meno disuguaglianza, più sanità pubblica, più cooperazione, più clima. Non un ulteriore aumento della spesa militare deciso a tavolino da vertici internazionali e recepito acriticamente da chi ci governa.
Cosa chiediamo. Come campagna “Ferma il Riarmo” chiediamo con forza che il Parlamento italiano:
- non dia seguito alle indicazioni di spesa militare uscite dal vertice NATO di Ankara, rinunciando a bruciare altre risorse pubbliche nella corsa al riarmo;
- verifichi come il governo italiano intenda reperire le risorse per il 5% e quali capitoli di spesa sociale, sanitaria e ambientale verrebbero sacrificati;
- rispetti finalmente gli impegni già assunti su clima, sanità e cooperazione internazionale, oggi sistematicamente disattesi;
- apra un confronto pubblico e democratico sulle scelte di sicurezza nazionale, oggi delegate a vertici tra pochi governi e alleanze militari.
La sicurezza delle persone non si costruisce con più armi, ma riducendo le disuguaglianze, curando la crisi climatica e investendo in relazioni di cooperazione tra i popoli. Continueremo a mobilitarci, in Italia e in Europa, perché la scelta del riarmo non sia mai data per scontata”.
Così stanno le cose. Che non leggerete mai sugli organi di regime.
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