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Cosa dovrebbe dire un candidato a guidare il Partito Democratico

Molti candidabili mi sembra abbiano abbiano già scelto una ricetta:  pensare che tutto si possa risolvere risvegliando la memoria e tornando al passato

Cosa dovrebbe dire un candidato a guidare il Partito Democratico
La sede del Pd

Riccardo Cristiano Modifica articolo

17 Novembre 2022 - 14.32


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Al Pd hanno letto bene il capolavoro di T.S. Eliot, La terra desolata e i suoi celebri versi che fissano in “aprile il mese più crudele dell’anno”. Ma sanno anche che i mutamenti climatici hanno anticipato a marzo l’inizio della primavera e quindi oggi è marzo il mese più crudele dell’anno, quello che ci strappa al letargo e ci impone di tornare alla vita, nell’eterno alternarsi di morte e vita. L’invito di Eliot è a considerare il riproporsi della vita mischiando il presente con la memoria e quindi con la promessa del desiderio che corrisponde al futuro. Ma la terra desolata è quel deserto interiore che porta poi a renderci conto della nostra sterilità. Per questo aprile per Eliot era il mesa più crudele, e nell’oggi del nuovo quadro metereologico quel mese è marzo, il desolante ricominciare della vita. Dunque il congresso fissato per il mese più crudele dell’anno vuole costringere tutti i candidati a prendere atto che la sterilità è il prodotto di un problema interiore, la vita in realtà starebbe per ricominciare se non fosse per la nostra desolazione interiore. Sta ai candidati dire come sconfiggere o superare questa sterilità.

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Molti candidabili mi sembra abbiano abbiano già scelto una ricetta:  pensare che tutto si possa risolvere risvegliando la memoria. In poche parole è l’opzione che prospetta un viaggio omerico, cioè non andare verso nuovi lidi, ma intraprendere il viaggio di ritorno a casa, come quello di Ulisse: “noi siamo stati un grande partito, interpreti dei bisogno degli svantaggiati, dei giovani, dei lavoratori, questo è il nostro desiderio, il nostro luogo d’origine, dove tornando troveremo il nostro domani”. Tutto si risolve mettendosi in marcia verso il passato, ricordando i giorni felici del campo largo, ritorno a quell’ambiente che con qualche amico benevolente avrebbe regalato al Paese il  Conte ter che poteva essere e non fu, ma che avrebbe rappresentato il nostro bene, la fedeltà a ciò che era stato, il Conte bis,  il bene da cui venivamo e che avremmo potuto ritrovare con qualche volenteroso aiuto. 

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Ma ragionando così si finisce a mio avviso  in quella terra desolata che ci fa rendere conto della nostra caducità. E’ l’illusione pensare che  basterebbe unirsi a chi strilla con noi, a chi offre ricette totali  e facilmente accessibili, nostalgiche. E’ un’illusione pensare che se si vuole la pace, ad esempio, basterebbe non dare armi a uno dei belligeranti, magari quello sprovvisto, e così la guerra finisce e il nostro pacifismo torni a mostrarsi glorioso. E’ un’illusione pensare che se  si vuole risolvere il problema dei profughi in mare basti esaltare i vascelli delle ONG, proclamando un buonismo senza costi, visto che i protocolli finanziari rimarrebbero in favore di certi libici come si volle ai tempi di Minniti, in modo da non urtare ma senza dirlo gli umori ritenuti prevalenti. Questi sono due esempi di una terra desolata che confonde la pace con la resa, il salvataggio della civiltà con la delega di civiltà,  peraltro a soggetti a dir poco poco raccomandabili. 

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Io credo che il Pd dovrebbe partire dal fatto che è finita un’epoca; aprile, o marzo, in questa loro lettura dei mutualmente climatici, non segna più l’inizio della primavera perché siamo in un’epoca post-stagionale, tanto che sono decenni che si dice che non ci sono più mezze stagioni. In questo tempo il ciclo memoria-presente non ha senso, serve uscire di casa e incamminarsi verso il futuro, che proprio le mezze stagioni dovrebbero incarnare per una forza che torni ad essere davvero di cambiamento. Accettare l’estremismo “ caldissimo contro freddissimo”, “ultra inverno contro ultra estate”, vuol dire cadere nel gioco degli opposti estremismi che in realtà esprimono lo stesso orientamento. Un massimalismo anti-massimalista non ha senso, contrastare un  redivivo integralismo pseudo cattolico con un fondamentalismo liberale è deleterio, perché per fare in modo che ognuno sia davvero libero non serve un mondo in cui si possa uscire di casa in calzini e mutande se ciò aggradasse a qualcuno, ma essere liberi di essere davvero se stessi senza impedirlo agli altri, e diventando insieme qualcos’altro. La rivoluzione è possibile, ma il suo manifesto congressuale dovrebbe concludersi dicendo “moderati di tutto il mondo, unitevi!” 

Sì, il candidato a guidare il Pd dovrebbe presentarsi ai suoi possibili elettori dicendo che il suo progetto è di riunire i moderati, di partire alla scoperta della terra promessa  della moderazione, la vera rivoluzione, l’opposto dell’estremismo odierno. Le mezze stagioni, quelle che ci mancano di più e che i mutamenti climatici ci stanno togliendo per lasciarci in balia di stagioni estreme, bollenti o gelate, sono le stagioni della moderazione, delle pioggerelline e delle giornate non troppo ventose. Essere moderati allora vuol dire pretendere sapendo di dover anche dare, per esempio chiedere all’Europa più impegno sui migranti ma dare a loro, oggi, la possibilità concreta di intervenire nella nostra vita da protagonisti dell’Italia che verrà: protagonisti della nostra nuova storia,  non ripescati. Anche loro oltre ad avere  potrebbero scoprire di dover dare, e sono sicuro ne sarebbero lieti. Il moderato contempera, non inciucia, riconosce, non pretende soltanto riconoscimenti. In questa senso la moderazione è radicale, addirittura rivoluzionaria, perché rispetta le libertà individuali, tutte, ma non le sostituisce a quelle sociali. Il candidato a guidare il Pd dovrebbe scegliere di puntare a unire tutti i moderati perché non si vergogna di dire che lui guida un partito oggi rinchiuso nelle ZTL non per colpa sua, ma perché il liberismo selvaggio ci ha sottratto cultura, benessere, e solo cultura e benessere ci possono far capire l’importanza di non odiare, di apprezzare l’altro, ciò che oggi è diventato un privilegio per i sempre più ristretti ceti medi. Dunque il programma del nuovo Pd sarebbe rivoluzionario perché capace di propone non prebende, piccole mancette, ma  cultura e amicizia sociale per chi vive fuori dalle ZTL, grazie a  minore burocrazia, servizi sociali efficienti, tasse per la sanità, l’ambiente, l’infanzia, le madri lavoratrici, l’aggregazione sociale, i luoghi pubblici a servizio dei quartieri, cioè la prossimità delle istituzioni ai cittadini in difficoltà, in un Paese non di consumatori ma di cittadini, consapevoli che la loro non è la rabbia dei poveri, che non sono rabbiosi, ma quella degli impoveriti, pericolosissimi e violenti. Ecco allora che la moderazione rivoluzionaria indica i motivi per cui ci siamo impoveritI: rapacità, consumo a tutti i costi, incuria per la casa comune, separazione dagli altri. La rivoluzione dei moderati uniti dal Pd propone non di urlare, non di odiare, non di escludere, ma di opporsi esplicitamente ad ogni estremismo, populismo, riannodando le fila tra chi si odia spiegando che i capri espiatori sono sempre serviti a questo: nascondere i problemi dietro falsi paraventi.  Si tratti dei meridionali, degli immigrati, di chi crede diversamente da noi, di chi non crede, o dei Paesi vicini. 

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