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I ballottaggi dicono che la destra si può battere ma che la sinistra è marginalizzata nel centro-sinistra

Hanno prevalso, fin dal concepimento, i candidati civici e di centro. Perché il moderatismo di centro è ormai il luogo politico del Pd in via di democristianizzazione di Letta

I ballottaggi dicono che la destra si può battere ma che la sinistra è marginalizzata nel centro-sinistra
Enrico Letta e Pierluigi Bersani

Claudio Visani

27 Giugno 2022 - 18.00


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La tornata delle amministrative nei 26 comuni capoluogo dove si è votato il 12 e il 26 giugno scorsi consegna 13 comuni al centrodestra, 10 al centrosinistra e 3 alle liste civiche. Nelle precedenti elezioni il centrodestra aveva eletto 17 sindaci, il centrosinistra 5, le liste civiche 4. Il bilancio è dunque nettamente a favore del centrosinistra, che strappa agli avversari Verona, città simbolo del fascioleghismo, altre due città ad alta densità leghista come Piacenza e Alessandria, la berlusconiana Monza e una roccaforte della destra com’è stata per un quarto di secolo Catanzaro. Anche se perde Palermo, Lucca, Belluno e Barletta e non riesce a riconquistare la “rossa” Genova. Da segnalare anche il ritorno del centrosinistra al governo di Parma dopo 24 anni, pur se con un sindaco figlio dell’esperienza grillina e post grillina del primo cittadino uscente, Pizzarotti.   

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I ballottaggi ci dicono essenzialmente due cose. La prima che non è così ineluttabile la vittoria delle destre alle politiche del prossimo anno. La destra può anche perdere. Per le sue divisioni, certo, che però difficilmente si riproporranno alle politiche. E se il centrosinistra sa mettere in campo contenuti, alleanze, candidati credibili. Con un modo diverso di fare politica, un nuovo che sa di antico, che mette al centro le persone e il bene comune, come mi pare abbia fatto Damiano Tommasi a Verona, uno non a caso con “una vita da mediano”.

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La seconda è la sfiducia crescente dei cittadini nella politica politicante, quella tutta apparenza e social, slogan, tatticismi e furberie. Una sfiducia testimoniata da quel misero 42% di partecipazione ai ballottaggi, 12 punti in meno di cinque anni fa, frutto anche della disillusione per le parabole tristi del grillismo e del salvinismo. 

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Ma c’è un altro dato che a me pare emerga chiaramente da queste elezioni: la marginalizzazione dell’identità e dei valori della sinistra storica all’interno del centrosinistra. Tra i candidati sindaco del campo largo che dopo il disfacimento dei Cinquestelle sembrava morto e sepolto ed è invece miracolosamente risorto nelle urne, non ce n’è uno che sia espressione di quella identità e di quella cultura. Hanno prevalso, fin dal concepimento, i candidati civici e di centro. Perché il moderatismo di centro è ormai il luogo politico del Pd in via di democristianizzazione di Letta. Che ora, non a caso, in vista delle politiche, guarda oltre Conte, Speranza e Bersani, a un’alleanza che comprenda Calenda, Di Maio e forse persino Renzi. Una nave con troppi capitani e pochi o nessun mozzo che sarà difficile tenere a galla, di stampo draghiano e liberal-europeista, con la prua rivolta però solo alla sponda atlantica.

E se da un lato l’unità rimane una aspirazione condivisa e troppo spesso disattesa per gli elettori del centrosinistra orfani dell’Ulivo, dall’altro non si può non vedere che una coalizione siffatta rischierebbe di seppellire definitivamente quel che resta della matrice social-comunista della sinistra italiana.  No, l’Ulivo era un’altra cosa. Per non dire della Nupes di Mélanchon, che addirittura pensa di cambiare il mondo. 

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