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Demos, come proiettarsi al futuro e non arrendersi all'orizzonte dell’eterno presente

Non si sono scoraggiati i promotori di Demos (acronimo di Democrazia Solidale) che ieri pomeriggio a Roma si sono riuniti nel loro primo congresso, passando dalla sua lunga fase provvisoria – iniziata con un’assemblea dell’ottobre 2018 - a una strutturata

Demos, come proiettarsi al futuro e non arrendersi all'orizzonte dell’eterno presente
Andrea Riccardi parla al congresso di Demos

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14 Maggio 2022 - 13.48


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di Antonio Salvati

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Fino a qualche decennio fa la nostra società era solidamente basata sulla famiglia e abitata da una vasta rete di relazioni prodotta dalla politica, dai sindacati e dai partiti, ma anche dalle associazioni o dalle comunità religiose. Le reti mappavano la nostra società. Era un mondo che produceva cultura, visione delle cose, interpretazioni, prospettive, miti. Produceva “culture popolari”. Non che non ci fossero problemi o fosse un paradiso, ma eravamo abituati ad una “società densa”, percorsa da movimenti che in qualche modo offrivano spazi di solidarietà, rappresentavano un destino comune e proiettavano verso un futuro. Oggi tutto questo è molto infragilito.  Il problema è che – come scrissero qualche anno fa in un loro bel libro De Rita e Galdo – oggi spesso siamo prigionieri del presente. Spesso un presente circondato da muri che dicono che il futuro non è possibile o troppo minaccioso: bisogna allungare il presente, difenderlo. Il nostro è spesso l’orizzonte dell’eterno presente. In questo scenario è assai difficile credere nella ragionevolezza e nella virtù della politica.

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Non si sono scoraggiati i promotori di Demos (acronimo di Democrazia Solidale) che ieri pomeriggio a Roma si sono riuniti nel loro primo congresso, passando dalla sua lunga fase provvisoria – iniziata con un’assemblea dell’ottobre 2018 – a una strutturata. Il Presidente di Demos Mario Giro, ex viceministro degli Affari Esteri, ha ricordato la sfida raccolta 3 anni e mezzo fa, mentre molti sostenevano «ma c’è proprio bisogno di un altro partito?». «Avevamo il timore – ha sostenuto Giro – di compiere un azzardo che poteva condurci all’irrilevanza, a quel sentimento di impotenza che spesso alberga nel cittadino (anche in noi) davanti alle cose grandi e ai problemi del paese». Ma è proprio questo il bello della politica: «esserci per provare a dire, provare a fare e provare a contare. Oggi lo possiamo iniziare a dire: abbiamo accettato la sfida del nostro senso di irrilevanza per diventare rilevanti». Oggi Demos è presente nel parlamento europeo con Pietro Bartolo, conta numerosi sindaci e consiglieri comunali (a Roma, a Milano, a Torino, a Quartu, a Corato, a Novara, a Elmas, a Prato) insieme a consiglieri regionali nel Lazio e in Sardegna. Un partito che ha da subito partecipato a tutte le elezioni amministrative, senza cautele, senza prendere scorciatoie, ma accettando la prova dell’elettorato, non dei sondaggi ma dell’elettorato. La politica – spiega Mario Giro – «non è un beauty contest, un concorso di bellezza come qualcuno crede, che si svolge essenzialmente sui media e sui social. No: la politica è confronto diretto (anche ruvido e complesso ma quotidiano) coi cittadini. E’ la costruzione di reti intrecciate con la società. Questo per noi significa partire dal basso. Questo per noi ridà senso alla politica mentre tanto spettacolo (talvolta indecoroso) la danneggia e la corrompe. E’ questo attualmente uno dei problemi della democrazia italiana ed europea». Non a caso il Sindaco di Roma Gualtieri – presente all’assise di Demos – ha sottolineato la forte politicità di Demos che ha dimostrato di non essere un partito politico tradizionale, né tanto meno una forza civica, ma un soggetto politico caratterizzato dalla radicale intransigenza a condurre la lotta alle diseguaglianze.

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Paolo Ciani, coordinatore nazionale di Demos, ha sottolineato la cifra della politica di Demos: «guardare le città, l’intero Paese, la società, il mondo, dalle periferie e con gli occhi dei più fragili». La realtà si capisce meglio dalle periferie, quelle geografiche ed umane, quelle urbane e quelle globali. Una società a misura dei più fragili è a misura di tutti. Dalla periferia «si capisce bene che un sostegno economico di base è necessario per tanti; e che tanti vorrebbero lavorare». La nostra società è divenuta più attenta (almeno formalmente) ad alcuni diritti individuali, ma sembra – ha osservato giustamente Ciani – «aver smarrito lo slancio di passioni e di ideali che hanno portato a grandi conquiste sociali per i lavoratori, le donne, ampi strati della società: penso ad esempio alla chiusura dei manicomi o degli orfanotrofi». In sintonia con quanto sostiene da tempo Papa Francesco, la vita degli anziani e dei disabili non è una vita inutile, non è una vita di scarto». Per questo è necessaria una nuova grande battaglia culturale, umana e politica: «la deistituzionalizzazione di anziani e disabili».

La guerra in Ucraina ha mostrato ancora una volta la necessità della politica, «senza la quale il paese si spegne», come ha sottolineato Andrea Riccardi. C’è bisogno di politica. Davanti a un mondo molto frammentato, come quello odierno, il problema oggi è la mancanza di visioni. Questo spiega il nostro spaesamento – ha spiegato Riccardi – e le difficoltà a confrontarci con la realtà, sia in termini culturali che politici. Ha ricordato un verso di Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia: negli anni plumbei della vita polacca sotto il regime comunista, quando la storia del suo paese sembrava immota e non si vedevano prospettive di cambiamento. Scriveva: «io credo che l’uomo soffra soprattutto per mancanza di visione». Occorre raccogliere la sfida – sostiene Riccardi – di un tempo difficile e cercare visioni, «perché le visioni sono icone di speranza, talvolta quasi progetti del futuro o, altre volte, luci in fondo a un tunnel. Oggi abbiamo molti problemi, ma si può mettere principalmente l’accento su questo fatto: in questi anni, soffriamo la mancanza di visioni». Di fronte al coro dei grandi semplificatori, Riccardi ha richiamato nuovamente l’attenzione sulla fine di un rapporto fecondo tra politica e cultura: un grave vulnus in un tempo in cui il presentismo e la superficialità la fanno da padroni. Fare politica sempre, anche in un tempo di guerra. La realtà si appiattisce, diviene cronaca, azione e reazione immediata, dichiarazione e contro dichiarazione, mentre la politica democratica avrebbe bisogno di riflessione e di tempo per svilupparsi. Si può fare politica senza sapere ma “intuendo”, percependo, reagendo di pancia. Si tratta di un’illusione – ricorda Riccardi – che lascia aperta una sola porta: affidarsi totalmente all’approccio emergenziale, che offre il vantaggio di “produrre notizie” ogni momento, di arrivare prima e di dire le cose giuste. Stando sempre sulla scena mediatica, la politica stessa s’indebolisce, si svaluta e si banalizza, sottoponendosi continuamente al superficiale scrutinio della contrapposizione che provoca infinite repliche di esasperazione, avversione o di sostegno. Alla fine rimane solo lo “hate speech” dei social: parole d’odio. Con il divorzio dalla cultura, lo stile e le parole stesse si svalutano, divenendo evocative di sentimenti. L’effetto più grave è la «percezione dell’inutilità della politica. La globalizzazione non ha soltanto cambiato i tempi e impresso velocità ai processi: ha anche alterato realmente le cose. Dire “virtuale” non significa attribuire alla globalizzazione un potere inconsistente. Sono cambiate le relazioni umane e mutate le relazioni economico sociali. Si tratta di modificazioni effettive che hanno avuto impatto diretto sulla vita delle persone. La velocità di tali trasformazioni, rende una politica svilita quasi inutile, strumento inadatto perché sempre in ritardo e non in grado di reagire a tempo o obbligata a rincorrerlo. In altre parole: se il mondo cambia esso stesso rapidamente, a che serve la politica per “cambiare”? La realtà è sempre più veloce della stessa democrazia e le istituzioni invecchiano rapidamente, diventando presto inutili o inadeguate. Per questo possono essere criticate. Considerate inutili, ma quale visione del futuro delle istituzioni?». In altri termini, il mondo ha bisogno di cultura per essere letto politicamente. La guerra in Ucraina ha risvegliato la passione e l’attenzione verso la politica, ha osservato Riccardi. Di fronte alla guerra e alle sue conseguenze, di fronte alla crisi del sud del mondo, c’è da ricostruire un dibattito pubblico. Mai da soli. Da qui la grande opportunità dell’Europa, creando un insieme di paesi più coesi. E’ la forza del noi.

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Istanze raccolte e condivise dal segretario nazionale del PD Enrico Letta che di fronte ai mesi che verranno ha sottolineato la necessità di avere saggezza e grande capacità di discernimento per realizzare un grande sforzo di pace. Serve porre le basi per una nuova Confederazione paneuropea, una superpotenza di nuovi valori, dello stato di diritto e delle libertà che accetti subito l’Ucraina nella famiglia europea. L’Europa siamo noi, con tutte le regole e le procedure complesse. L’idea di Confederazione si può realizzare subito.

Anche per Arturo Scotto, cofondatore di Articolo Uno, torna una domanda di universalismo per costruire una politica nuova. Di fronte al travaglio di dare le armi all’Ucraina che ha investito tutta la sinistra, ha ricordato significativamente le parole del cardinale Martini che riconosceva che il diritto alla difesa non si può negare a nessuno. Occorre, tuttavia, una continua vigilanza e un costante dominio su di sé e delle proprie passioni individuali e collettive per far si che nella necessaria azione di prevenzione e di giustizia non si insinui la volontà di rivalsa e di vendetta. Vincere la pace non la guerra. Ci vuole una nuova Helsinki, una nuova cooperazione europea, un secondo tempo dell’Europa dopo quello della pandemia.

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Anche gli altri interventi – da Antonio Tajani di Foza Italia a quello di Ettore Rosato di Italia Viva, da quello di Elisabetta Piccolotti di Sinistra Italiana a Filiberto Zaratti di Europa verde – hanno condiviso la stanchezza di una politica fatta di scontri, insulti, rapporti esacerbati da continue contrapposizioni. Sembra esserci un gusto inquietante nel mettersi gli uni contro gli altri.

Dobbiamo pensare al bene comune, è il caso di stare insieme bene, in maniera intelligente. Serve vivere in maniera responsabile in questo nostro tempo, senza nostalgie o vittimismi! Paolo Ciani ha ricordato cosa disse saggiamente Martin Luther King: «Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla». Forse non siamo responsabili di tante cose che non vanno o non condividiamo della nostra società, ma è necessario fare di tutto per cambiarle.

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