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Emergenza casa a Roma: serve uno sforzo sociale per una Agenzia dell'abitare

Non per costruire nuove case ma una struttura che guardi a quelle vuote che già esistono e con le istituzioni pubbliche a fare da ponte e da garante tra richiesta e offerta.

Emergenza abitativa a Roma
Emergenza abitativa a Roma

globalist

13 Luglio 2021 - 22.35


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di Antonio Salvati

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In Italia e in particolar modo nella sua Capitale, il tema della casa – e della sua mancanza – sta rivestendo il carattere dell’emergenza e della drammaticità. Molti a Roma ricordano la pagina nera, nell’estate del 2019, dello sgombero di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle, che costrinse molte famiglie a dormire in macchina. Famiglie e tanti bambini che alla ripresa delle lezioni hanno vissuto grandi difficoltà a tornare nelle scuole dove avevano studiato l’anno precedente. Qualcuno ebbe l’ardire di dire che i romani e gli italiani meritavano legalità.

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L’urbanista Carlo Cellamare, in un volume da lui curato, Fuori raccordo. Abitare l’altra Roma, uscito per i tipi Donzelli nel 2016, ci ha rivelato che Roma oggi è la sua periferia. Qui si sta sviluppando la sua nuova identità. Non è più la città caratterizzata da un centro storico circondato da quartieri periferici consolidati. Intorno al Grande Raccordo Anulare gravitano un milione e mezzo di abitanti, mentre nel centro storico risiedono meno di centomila persone. Attorno alla periferia si è realizzato «non solo un intenso sviluppo insediativo, ma anche un vero e proprio cambiamento antropologico nei modi dell’abitare». Sulla sua periferia Roma in passato ha svolto un’azione attrattiva, assorbendone risorse e persone; oggi invece assistiamo ad una sorta di «ribaltamento dei rapporti di forza tra città e periferia». Quest’ultima tende a rendersi autonoma, ma le difficoltà restano ancora tante: se infatti ad attrarre la popolazione in queste zone sono fattori legati a una migliore qualità della vita, queste continuano a essere «le aree in cui Roma “esporta” le funzioni indesiderate, dalle discariche ai poli della logistica». 

Una delle piaghe di Roma, visibile principalmente nelle periferie, è la scarsità di nuclei abitativi. Il diritto alla casa è fondamentale per lo sviluppo armonioso della società. Dal 1970 ad oggi la popolazione di Roma è rimasta sostanzialmente stabile, circa 2 milioni e 800 mila abitanti. Eppure, nonostante si sia costruito molto, ancora si parla di emergenza abitativa. Non è possibile che abbiamo case vuote a fronte di più di 13 mila nuclei iscritti in lista per una casa popolare, 6 mila persone nei campi rom, coloro che abitano le occupazioni, i senza dimora che vivono in strada. È una città nella città in precarietà abitativa, quando ci sono molti luoghi pubblici e privati in abbandono, molte case private sfitte e appartamenti costruiti ma rimasti invenduti.

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Per questo occorre uscire dalla contrapposizione tra istituzioni e cittadini e realizzare percorsi per costruire la giustizia sociale nell’abitare. Si può fare. Il tema delle politiche abitative a Roma è drammatico, non più solo emergenziale, ma strutturale e va affrontato in maniera responsabile. Coloro che abitano le occupazioni vivono in posti evidentemente più nascosti e isolati, dove è più difficile essere visti, aiutati, è più facile essere vulnerabili e indifesi, è possibile sentirsi male o morire senza che nessuno se ne accorga. È come quando si sceglie di sgomberare persone (da immobili o baracche) senza una soluzione abitativa alternativa: le persone non scompaiono, semplicemente si riversano altrove. Quanto ai campi Rom, essi vanno superati con l’accoglienza abitativa delle famiglie. Sono luoghi precari e ghettizzanti, che nella loro precarietà sono anche generatori di comportamenti sbagliati particolarmente invisi alla popolazione circostante (come i roghi). Ci sono persone che vivono da decenni nei campi e vanno considerate come parte di quella cittadinanza in sofferenza abitativa. È evidente che nessuno è geneticamente incompatibile con le leggi italiane, che anzi devono essere conosciute e rispettate da tutti. Deleterio parlare propagandisticamente di sgomberi. Il rischio è solleticare gli istinti peggiori dei cittadini, ma non risolve i problemi.

Per ciò che riguarda le politiche sociali e abitative non ci sono scorciatoie. La politica, troppo spesso aggrovigliata su sé stessa, deve abbandonare i tatticismi: a Roma è necessario rimettere in moto le idee, gli ideali e la passione per gli altri e per la città. E’ quanto va dicendo da tempo Paolo Ciani, Consigliere Regionale del Lazio e Coordinatore nazionale di Democrazia Solidale (DEMOS). Per Ciani va compiuta una “fatica sociale” per trovare soluzioni diversificate: recupero di spazi pubblici inutilizzati, garanzie pubbliche sull’affitto. Serve un’Agenzia dell’abitare che coinvolga tutti i protagonisti del settore, dai costruttori ai movimenti per la casa. Non per costruire nuove case ma che guardi a quelle vuote che già esistono e con le istituzioni pubbliche a fare da ponte e da garante tra richiesta e offerta. Mettendo a tavolino tutti i soggetti si possono trovare delle soluzioni.

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Roma ne ha fortemente bisogno. Del resto, Roma non può essere considerata una città come le altre. Più che di poteri speciali (spesso invocati), essa ha bisogno di un’amministrazione efficiente capace di dare risposte concrete anche all’emergenza abitativa. Oltre a essere la capitale italiana e a ospitare il Pontefice, Roma rappresenta il cuore del Mediterraneo. In tal senso, una città dal “profilo universale”. Occorre valorizzare l’unicità della città di Roma, soprattutto amandola e avendo per lei una visione. Per il presente e il futuro, anche i suoi cittadini devono ritrovare un senso di coesione e di valore del bene comune, uscendo dalla rassegnazione e prostrazione quotidiana e ritrovando anche l’orgoglio di essere cittadini di Roma.

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