La critica di Calenda: "Il Covid segna la crisi definitiva dello stato"

Il leader di Azione: "Siamo vicini al collasso se non riusciamo più a pagare la cassa integrazione. In Italia non votiamo sulla base della credibilità dei programmi".

Carlo Calenda

Carlo Calenda

globalist 14 novembre 2020
Il leader di azione Calenda ha parlato a tutto campo della grave situazione nazionale:

"La crisi Covid è la crisi definitiva del funzionamento dello stato italiano. Non riusciamo più nemmeno a spendere i soldi che abbiamo ottenuto indebitandoci, cosa che una volta sapevamo fare benissimo. Quando uno stato non riesce a pagare la cassa integrazione in modo efficiente vuol dire che la quota di collasso è vicina". 
Il candidato sindaco di Roma ha confessato "una profonda stanchezza nell'assistere alla ripetizione di tutto quanto accaduto da febbraio scorso. Lo scaricabarile tra stato e regioni, la retorica melensa di Conte, i proclami di Arcuri, le risse tra virologi, le pagliacciate di Salvini. Tutto quello che conta continua a non accadere: è il giorno della marmotta. Nulla si muove anche dal punto di vista del consenso dei partiti, gli elettori sembrano del tutto indifferenti, non cambiano gli orientamento di voto. Non traiamo alcuna conseguenza politica dall'efficacia della gestione della crisi o dalla capacità di proposta dell'opposizione. Tutto va avanti come sempre".

Secondo Calenda tutto ciò "forse dipende dal fatto che non afferriamo la profondità di quanto sta accadendo, forse non è un problema politico ma di semplice mancanza di comprensione. Questa crisi di funzionamento investe regioni, comuni, stato centrale e dà luogo allo scaricabarile cui assistiamo ogni giorno. Il funzionamento dello stato oggi fa la differenza tra la vita e la morte. Questo problema si è determinato perché la politica ha smesso di essere arte di governo. In Italia non votiamo sulla base della credibilità dei programmi, della capacità o dei risultati del governo ma su un vago senso di appartenenza".

L'europarlamentare di centrosinistra ha sottolineato che "non è rilevante se l'azione politica sia effettivamente di destra o di sinistra. Salvini ha espulso meno migranti di Alfano, la sinistra va al governo ma non fa nulla sull'integrazione. Questo vuol dire che nessuno è più in grado di implementare una politica di destra o sinistra. Siamo stati addestrati a decenni di scontro ideologico. Conte è passato da burattino a grande punto di riferimento dei riformisti, solo perché ciò ha permesso di scalzare momentaneamente Salvini. In nessun paese al mondo gli elettori avrebbero permesso un livello tale di trasformismo".

Mentre "in Italia accade perché la politica è diventata come il palio di Siena- prosegue il leader di Azione Carlo Calenda- l'unica cosa che conta è non fare vincere l'avversario. Perché dovremmo avere uno stato che funziona se non votiamo i politici affinché lo facciano funzionare? Se ereditassimo un bar non lo affideremmo a Salvini, Meloni, Di Maio, Conte o Raggi, perché non hanno alcuna esperienza amministrativa. Ma lo stato o la Capitale d'Italia glieli affidiamo senza problemi, nonostante siano immensamente più complicati del bar".

Questo accade, secondo Calenda, "perché non sentiamo lo stato come una cosa nostra. Perché ci hanno convinto che la politica è un'altra cosa, un mondo regolato da leggi diverse dove l'amministrazione spetta alla burocrazia e il politico puro deve essere solo l'eco delle nostre rabbie e le nostre identità".
Per il leader di Azione "questo è un cambiamento decisivo. Dalla nascita della democrazia, è stato chiaro per gli elettori che chi si proponeva alla guida politica doveva essere più colto e preparato di loro per trovare soluzioni ai loro problemi. Oggi questo principio si e invertito: "per essere votato devi essere il mio specchio, altrimenti mi stai anche sulle balle: che vuoi fare il primo della classe? Dimostrare che sei più capace?'".

Di conseguenza "la politica è diventata opposizione, anche se si sta al governo. Per questo sentiamo Di Maio e Zingaretti lanciare duri moniti al governo di cui fanno parte. Non puoi perdere la funzione di specchio della rabbia e insoddisfazione degli elettori- prosegue Calenda- Poi, se qualcosa non funziona, c'è sempre la possibilità di incolpare la burocrazia. Ma lo stato della burocrazia e la responsabilità di gestirla ricadono interamente sulla politica. Non accetteremmo mai dal gestore del famoso bar che ci dicesse 'il bar fa schifo perché i dipendenti lavorano male'. Pretenderemmo che fosse lui a farli lavorare bene. In politica però tutto è accettabile, siccome non segue le leggi della razionalità".