In Italia sempre matrimoni e sempre più tardi
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In Italia sempre matrimoni e sempre più tardi

Il rapporto Istat registra il calo dei matrimoni, in favore delle convivenze. Ad incidere le incertezze lavorative e i cambiamenti culturali. Dato positivo solo per le unioni miste.

In Italia sempre matrimoni e sempre più tardi
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20 Gennaio 2026 - 21.57 Culture


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Il calo delle coppie che dicono sì è generalizzato, non vi è differenza tra matrimoni civili, religiosi, seconde nozze, o unioni civili. In Italia ci si sposa sempre meno, e sempre più tardi. Questo il risultato del rapporto Istat Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi – Anno 2024 pubblicato il 19 gennaio scorso, che riferisce appunto i dati afferenti all’anno 2024 (ma quelli parziali dei sei mesi del 2025 confermano la tendenza). I matrimoni celebrati sono stati 173.272 nel 2024. Sono sei punti percentuali in meno per i matrimoni civili, e addirittura di undici punti per quelli religiosi rispetto al precedente anno 2023. 

La responsabilità di questa flessione risiede in molteplici fattori. In un paese che è sempre più anziano, a diminuire sono anche il numero di papabili sposi. Citando direttamente il rapporto Istat “la riduzione della consistenza numerica delle generazioni più giovani, da attribuire alla denatalità persistente”, mette alla luce appunto un paese vecchio, con poche possibilità di migliorare la propria situazione. Quando sussistono le coppie nubende, aumenta l’età in cui le prime nozze avvengono.

Ad incidere su questo dato è la percentuale di giovani costretta a restare in famiglia fino ai 35 anni di età: il 63%. Dietro tale cifra risiede la difficoltà di inserimento stabile nel mondo del lavoro, a cui si legano le difficoltà abitative. Spesso ad essere concausa del ritardo (o diniego) alla scelta matrimoniale, è però anche la diffusione marcata delle convivenze, le così dette libere unioni, o convivenze more uxorio. Queste vanno a costituire, il più delle volte, un’alternativa all’unione matrimoniale e, in vent’anni circa dal biennio 2000-2001 al biennio 2023-2024, queste risultano essere quadruplicate: da 440mila a oltre un milione e 700mila.

Tra riti civili e riti religiosi, ad avere la meglio sono i primi (61,3%), in continuità con quanto accadeva nel 2023. Chiaramente più diffuso per le seconde nozze (95%) ma comincia ad avere una diffusione maggiore anche per i primi matrimoni (50,2%). Eppure tra Nord e Sud la scelta del rito civile registra una netta flessione: si parla di 58,5%, contro il 26%.

Per quanto concerne le seconde nozze, dopo il picco che si era registrato tra il 2015-2016, a seguito dell’introduzione del divorzio breve, questo genere di unioni tornano a diminuire. La percentuale per il 2024 è del 3,5% in meno rispetto al precedente anno, pari a 42.784. In calo risultano essere anche le unioni civili tra persone dello stesso sesso, confermato anche nei primi sei mesi del 2025. Si parla di una riduzione del 2,7%. Inoltre, delle 2.936 unioni, oltre la metà sono costituite da uomini. 

Tra le davvero pochissime note registrate in positivo all’interno del rapporto Istat vi è il dato relativo all’aumento dei matrimoni tra stranieri e nuovi cittadini italiani. Tale dato è indice di un “sempre più avanzato processo di integrazione dei cittadini stranieri”.  Accade anche che spesso dietro la cifra dei matrimoni misti, vi sia l’unione in cui lo sposo cittadino italiano è in origine straniero, con cittadinanza acquisita in un secondo momento rispetto alla nascita. Parliamo di ben 21mila matrimoni misti nel 2024, di cui 16,5% comprende appunto uno sposo italiano che ha acquisito la cittadinanza. Nel 2018, tale dato era esattamente la metà.

Infine un dato agrodolce, quello relativo al turismo matrimoniale: l’Italia infatti resta meta prediletta per molti cittadini esteri che la scelgono come perfetta scenografia delle loro nozze. Citando il rapporto Istat: “numerosi cittadini residenti all’estero, soprattutto di Paesi a sviluppo economico avanzato”. Le nozze tra sposi entrambi stranieri e non residenti in Italia, per il 2024, sono stati il 2%, pari a 3.378. Il dato resta agrodolce, perché se è vero che crea una vera e propria filiera da non trascurare con rispettivo considerevole indotto, dall’altra alimenta una visione cannibalistica dell’Italia, vista come mera cartolina di eventi. 

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