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L'ultimo rapporto Cei sui casi di pedofilia nella Chiesa italiana: ecco i numeri

I casi di pedofilia segnalati nella Chiesa nei centri di ascolto della Cei nel bienio 2020-2021 riguardano 89 persone

L'ultimo rapporto Cei sui casi di pedofilia nella Chiesa italiana: ecco i numeri
Casi di pedofilia nella Chiesa

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17 Novembre 2022 - 14.59


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I casi di pedofilia segnalati nella Chiesa nei centri di ascolto della Cei nel bienio 2020-2021 riguardano 89 persone. Le segnalazioni di presunti abusi sessuali sono stati registrati da 30 diversi centri di ascolto e riguardano 61 casi nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni. I dati emergono dal primo report della Conferenza episcopale italiana sulla ‘Rete territoriale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili’. “Qui si tratta di un reato e di un peccato gravissimo, vogliamo fare giustizia ma a noi preme anche che questi eventi non accadano più, vogliamo fare prevenzione. Questo Report è il primo ma abbiamo pensato di farlo ogni anno, abbiamo pensato di migliorare e far crescere le nostre attività di prevenzione”. Queste le parole di monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei, presentando in conferenza stampa i risultati del Report.

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Circa la tipologia dei casi segnalati, è emersa la prevalenza di “comportamenti e linguaggi inappropriati” (24), seguiti da “toccamenti” (21); “molestie sessuali” (13); “rapporti sessuali” (9); “esibizione di pornografia” (4); “adescamento online” (3); “atti di esibizionismo” (2). Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%). Il motivo del contatto con il Centro di ascolto è rappresentato dalla volontà di segnalare il fatto all’Autorità ecclesiastica (53,1%), dalla richiesta di informazioni (20,8%), da una consulenza specialistica (15,6%).

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“Il profilo dei 68 presunti autori di reato evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi”, prosegue il report. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%). A seguito della trasmissione della segnalazione all’Autorità ecclesiastica da parte dei Centri di ascolto, tra le azioni poste in essere sono risultati prevalenti i “provvedimenti disciplinari”, seguiti da “indagine previa” e “trasmissione al Dicastero per la Dottrina della Fede”. Tra le azioni di accompagnamento delle presunte vittime, i Centri forniscono informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9%), organizzano incontri con l’Ordinario (24,6%), offrono un percorso di sostegno psicoterapeutico (14,0%) e di accompagnamento spirituale (12,3%). Ai presunti autori degli abusi vengono proposti percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

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“Negli ultimi anni sappiamo tra vescovi che c’è stata una crescita di preoccupazione e di attenzione. Le norme ci sono, bisogna metterle in atto”, ha detto Ghizzoni. “Le denunce passate alla Congregazione sono aumentate perché c’è stato questo movimento. Tutti i vescovi attuali sono ordinati dopo il 2000 in un clima diverso rispetto a quello di prima. Posso dire che i vescovi italiani sono tutti piuttosto attenti”. L’associazione ‘Rete L’Abuso’, che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, commentando questo primo report ha dichiarato di avere un database di 360 casi in 12 anni. Il presidente Francesco Zanardi, anche lui una vittima, parlando con LaPresse ha denunciato che né la Chiesa né la magistratura è interessata a ricevere i dati dell’associazione. “Quando sono stato abusato a Spotorno dove abitavo, al vescovo è stata fatta aprire una comunità per minori. È stato condannato per una sola vittima a un anno e sei mesi, non ha risarcito nessuno, tranne quel ragazzo. Poi ha deciso di lasciare la tonaca, ora accompagna i bambini d’estate per la Caritas. Perché non è reato, dal certificato anti-pedofilia sono sollevati coloro che fanno lavori stagionali. La chiesa italiana non vuole i nostri dati ma neanche la magistratura e questo è grave”, ha concluso. 

Numeri, quelli dell’associazione, confermati anche dalle centinaia di fascicoli che nel tempo sono stati trasmessi al dicastero Vaticano della Dottrina dalle diocesi italiane. Negli ultimi venti anni, ha rivelato il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, sono 613 i fascicoli aperti nella sede della Congregazione. Ponenze che possono riguardare più casi di presunti abusatori seriali oppure archiviazioni e che saranno oggetto di una prossima Ricerca, “una novità nel panorama ecclesiale mondiale”. È un dato che emerge oggi per la prima volta. “Questo è il numero di fascicoli trasmessi dalle diocesi al dicastero. Per capire quanti siamo esattamente i casi serve la nostra indagine”, ha detto Baturi.

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