Vite e morti nelle carceri italiane: il sistema detentivo è tutto da ripensare
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Vite e morti nelle carceri italiane: il sistema detentivo è tutto da ripensare

Lo scenario attuale è una sconfitta per tutti, qualcosa che non trova spazio in una società che voglia definirsi moderna e civile né onora il principio che è sancito nella nostra Costituzione

Vite e morti nelle carceri italiane: il sistema detentivo è tutto da ripensare
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Valentina Mercanti Modifica articolo

9 Agosto 2022 - 10.05


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Lo scorso 26 maggio un giovane italiano di nome Abou El Maati, 24 anni, si è suicidato nel carcere di San Vittore. Neppure due settimane dopo, il 7 giugno, si è ucciso nella cella vicina Giacomo Trimarco: 21 anni, dentro per il furto di un cellulare, lui in carcere non avrebbe neppure dovuto esserci; da 8 mesi era stato destinato a una REMS per curare un disturbo di personalità definito incompatibile con la detenzione, ma l’attesa che si liberasse un posto lo ha relegato proprio a San Vittore, dove al terzo tentativo è riuscito a togliersi la vita inalando il gas. Pochi giorni fa, il 1 agosto, una donna di 36 anni con problemi di tossicodipendenza si è impiccata nel carcere di Rebibbia. Qualche ora dopo, Donatella – 27 anni, detenuta per piccoli furti e anche lei in lotta con le dipendenze – si è uccisa con il gas nel carcere di Montorio a Verona, mentre di lì a poco una pratica in esame le avrebbe probabilmente assegnato un’alternativa al carcere. Ancora, il 5 agosto Cossio Cicchiello, 50 anni, si è ucciso nella sua cella ad Arienzo impiccandosi con i brandelli del lenzuolo.

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È un elenco lungo e straziante: 60 nel 2020, 54 nel 2021 e a 5 mesi dalla fine dell’anno i suicidi accertati nelle carceri italiane sono già 47. C’entrano il sovraffollamento – che annienta gli spazi vitali e rende le celle invivibili – l’insufficienza dell’intervento psichiatrico nelle carceri e, ancor prima, la difficoltà dei servizi territoriali a garantire la continuità terapeutica. Ma c’entrano anche la scarsa accessibilità al lavoro e alla formazione in carcere e una pena che, così com’è, non può assolvere ad alcuna funzione riabilitativa. Per non citare la fatiscenza e l’insalubrità della maggior parte degli istituti penitenziari: logori blocchi di cemento sbattuti nelle periferie 40 o 70 anni fa, troppo lontani da quella società in cui lo Stato avrebbe il dovere di reinserire ogni singolo essere umano che vi detiene.


Non da ultimo, le condizioni in cui è costretto a lavorare tutto il personale penitenziario, la cui incolumità è sempre più a rischio: meno di una settimana fa, l’ultima aggressione di una detenuta ai danni di un agente nel carcere di Sollicciano, che recentemente il Garante regionale per i diritti dei detenuti della Toscana ha definito in un intervista a Il Tirreno “una realtà fuori dal tempo e dalla Costituzione” […] “nonostante il personale, dal direttore alla polizia penitenziaria, si diano un gran daffare”.

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Se mai ci fosse bisogno di aggiungere altro correrebbe in soccorso l’ultimo rapporto di Antigone, che porta alla luce due autentici paradossi: mentre i reati sono diminuiti, la durata delle pene è aumentata; peggio ancora, gli ingressi in prigione sono calati ma la recidiva sta salendo alle stelle. Numeri alla mano, alla fine del 2021 solo il 38% dei detenuti nelle carceri era alla prima detenzione e, del restante 62%, il 18% c’era già stato almeno 5 volte. Sono dati impietosi che certificano l’inadeguatezza di un sistema tutto da ripensare. Dipendenze, disagi psichici, povertà e abusi: da questo proviene la maggior parte delle persone detenute nel nostro Paese; spesso sono dentro per reati minori, scontano la pena nel contesto che conosciamo e tornano appena usciti alle sole cose che conoscono, finché la loro storia non finisce per ripetersi. Il solo modo per rompere questo circolo vizioso è, a mio avviso, imparare a garantire il pieno godimento dei diritti sociali: non si tratta di mitizzare la figura del detenuto ma di riconoscere che trattare chi è dentro perché ha sbagliato come se non meritasse lo status di essere umano è l’esatto opposto di ciò che serve per costruire una società più sicura.

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Lo scenario attuale è una sconfitta per tutti, qualcosa che non trova spazio in una società che voglia definirsi moderna e civile né onora il principio che è sancito nella nostra Costituzione. È scritto a caratteri cubitali sul muro di contenimento di una terrazza del carcere della Gorgona: articolo 27, comma III, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Sta a noi – Stato e società – l’onere di tenere fede a quelle poche e potenti parole. 

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