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Il ruolo del sindacato nell'era della globalizzazione

Oggi l’internazionalizzazione è una scelta da tempo acquisita del capitale e per i lavoratori diventa una scelta conseguente e obbligata.

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23 Aprile 2021 - 17.43


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Antonio Salvati 

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Agli inizi di quest’anno abbiamo appreso che i dipendenti Google di dieci Paesi hanno formato il primo sindacato globale interno all’azienda, l’Alpha Global, che sarà affiliato all’Uni Global Union. Pertanto, Google (di proprietà Alphabet) dovrà presto confrontarsi con un sindacato globale. Evidentemente, siamo in presenza di un evento destinato a creare scenari inediti. Nella prima metà del secolo scorso si parlava di internazionalismo come di un obiettivo del movimento dei lavoratori. Oggi l’internazionalizzazione è una scelta da tempo acquisita del capitale e per i lavoratori diventa una scelta conseguente e obbligata. Di questo e altro parla diffusamente l’interessante volume di Sandro Antoniazzi, La politica mondiale del lavoro. Affrontare la globalizzazione, (Jaca Book 2021 pp. 126, € 15) che parte da un presupposto ineludibile: il mondo dell’economia e del lavoro è ormai immerso nella globalizzazione. Lo vediamo anche nel nostro paese che accoglie aziende e investitori stranieri, che insediano attività, produzioni, servizi, reti di vendita. Nella sola città di Milano si calcola che siano 300.000 i lavoratori che fanno capo a gruppi stranieri. Rileviamo così – ci ricorda Antoniazzi – un «intreccio sempre più fitto e inestricabile di aziende, tecnologie, prodotti, merci, dei più diversi Paesi, di cui spesso è difficile conoscere composizione e provenienza».
Spesso ci si chiede come la globalizzazione stia cambiando il mondo del lavoro. Per rispondere a questa domanda non si può fare a meno di esaminare l’evoluzione dei modelli produttivi. A partire dagli anni ottanta, una serie di processi di globalizzazione economica ha indebolito il lavoro e reso meno efficace l’azione della sua rappresentanza. Accanto alla deregolazione dei mercati, alla riduzione delle barriere commerciali, alla liberalizzazione della finanza, uno degli aspetti che più ha contribuito a modificare il panorama delle relazioni sociali ed economiche in favore del capitale è stata la frammentazione dei processi produttivi e la loro riarticolazione transnazionale. A differenza del passato, quando la produzione era organizzata a scala nazionale e il commercio internazionale e l’attività delle multinazionali rappresentavano gli strumenti di internazionalizzazione dell’economia, quella contemporanea si connota per l’organizzazione dei processi produttivi in catene del valore che, a scala globale, collegano le attività interdipendenti di una serie di imprese, separate funzionalmente e disperse territorialmente. Se in passato il numero delle multinazionali – segnala Antoniazzi – era stimato attorno alle centomila unità, una recente valutazione dell’UNCTAD (organizzazione dell’ONU) formula una stima di ben 320.000 unità, con 1.116.000 filiali e 130 milioni di dipendenti, perché l’analisi si è estesa anche alle piccole e medie aziende che hanno filiali e ramificazioni in vari Paesi. Considerando questo più ampio universo, il 53% ha sede in Europa, favorito e stimolato dal mercato comune e dalla legislazione europea, mentre solo il 3,6% ha sede in USA e il 5% in Giappone. Molte multinazionali sono controllate da banche e da istituti finanziari che detengono il controllo del 30% delle prime 40.000 multinazionali. La potenza economica delle MNE (Multinational Enterprise) è enorme: confrontando gli introiti dei bilanci statali e il fatturato delle grandi imprese, risulta che le 100 maggiori potenze economiche mondiali sono 67 MNE e solo 33 Stati nazionali. Non esiste però una documentazione – avverte Antoniazzi – soddisfacente sulla realtà delle multinazionali; l’ONU si era impegnata tempo addietro a tenere una registrazione, ma ha poi abbandonato il campo, certamente a causa delle pressioni ricevute. Inoltre, strettamente connesso alle multinazionali è il problema delle catene di valore (o catene di fornitura, o catene di approvvigionamento). Nel primo decennio del XXI secolo è cambiata notevolmente la geografia dell’industria mondiale. La rivoluzione dell’information technology e l’entrata della Cina nella Wto, nel 2001, hanno ulteriormente favorito la globalizzazione consentendo di allungare le catene di fornitura e di trasformare l’economia mondiale in una fabbrica planetaria. Le multinazionali operano in tutto il mondo decentrando le produzioni nei Paesi dove si possono sfruttare le condizioni di miglior favore: mancanza di legislazione e di regole, bassi salari e assenza del sindacato, mancanza di norme sul rispetto dell’ambiente e della salute.
La globalizzazione, come dice la parola, coinvolge l’intero mondo con infinite conseguenze in ogni campo. Certamente ha consentito lo sviluppo di diverse nazioni in precedenza marginali: il secondo e il terzo mondo sono entrati a tutti gli effetti nell’economia globalizzata, cioè nell’unica economia ormai estesa al mondo intero. In questo modo molte produzioni si sono trasferite in nuovi Paesi industrializzati, consentendo drastiche riduzioni dei costi. Se ci si mette nell’ottica di affrontare la globalizzazione – e non restare in un’ottica periferica – i problemi che si presentano, anche limitandosi ai principali e più attinenti al lavoro, rivestono dunque uno spessore enorme. Un forte limite nell’affrontarli – spiega Antoniozzi – risiede nella stessa natura e tradizione del sindacato, «quasi esclusivamente di carattere nazionale: nazionali sono l’organizzazione, i contratti, le leggi che riguardano i lavoratori, soprattutto in Occidente, e la solidarietà internazionale, di conseguenza, si presenta ancora modesta».
Si pensi alle migrazioni internazionali: si tratta di lavoratori che lasciano il loro Paese per migliorare la propria condizione (così come hanno fatto tanti italiani nei tempi passati), tuttavia la questione non viene analizzata da questo punto di vista, che dovrebbe essere quello giusto e normale, come una cooperazione tra lavoratori di Paesi diversi. Il ruolo del sindacato appare marginale. La condizione di queste persone, per la maggior parte in fuga disperata a causa di guerre o di situazioni al limite della sopravvivenza, induce a considerare la loro accoglienza innanzitutto sul piano assistenziale. Si pensi alla vicenda del popolo Rohingya; migliaia di loro ha vissuto per mesi su delle barche perché nessun Paese accettava di accoglierli, pur trattandosi di Paesi (Bangladesh, Myanmar, Pakistan) dove vivono. Altra vicenda nota è stata quella del salvataggio di 438 sud-asiatici diretti verso l’Australia da parte di una nave norvegese nell’Oceano Indiano; l’Australia li ha respinti e così altri Paesi. Dove sbarcarli? Il modo del tutto irregolare e caotico del loro arrivo – penso alla mancanza di un sistema efficiente italiano e europeo che regoli i flussi e organizzi l’integrazione – determina problemi e paure che poi vengono utilizzate strumentalmente. La Caritas ha calcolato che in Italia in media gli immigrati guadagnano il 30% in meno rispetto ai lavoratori italiani. Un sindacato, con vocazione internazionale, dovrebbe – dice giustamente Antoniazzi – assumere un ruolo molto più significativo nell’affrontare il tema migratorio. In materia la comunità internazionale ha fatto ben poco e il nazionalismo insorgente non fa ben sperare in un cambiamento di rotta. Non esistono oggi regole internazionali condivise cui attenersi. La deliberazione più importante dell’ONU a riguardo, la “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie” approvata nel 1990 ed entrata in vigore nel 2003, è stata sottoscritta da pochi Stati (39 su 193), fra i quali nessuno dell’Occidente sviluppato. Nel 2018 è stato poi approvato il Patto Globale ONU per la migrazione (Global Compact) sottoscritto da 169 Paesi, ma non dall’Italia (per la forte opposizione dell’allora ministro Matteo Salvini). La globalizzazione è avvenuta quasi esclusivamente sul piano economico, senza nessuna regola che la orientasse o la incanalasse. Spesso, la politica è rimasta totalmente assente, salvo agevolare il processo; e se l’economia si era già ampiamente emancipata dal sociale, a livello mondiale, la sua autonomia, il suo “slegarsi” dalla società, è diventata una regola generale. Queste ed altre considerazioni ci suggeriscono che non è più sufficiente per il «sindacato la tradizionale politica rivendicativa; la sua azione deve allargarsi a una sfera più vasta, a dimensioni sociali, finanziarie, politiche. Ciò comporta necessariamente che l’azione del sindacato non possa rimanere isolata, settoriale, autosufficiente, ma debba sempre di più collegarsi nella società ad altre forze (politiche, ma soprattutto sociali, come il movimento delle donne, quello ambientalista, le ong) per muoversi in una prospettiva comune».

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