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"Li avete lasciati annegare". Il j'accuse che inchioda l'Italia

Alarm Phone – contatto di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio – ha denunciato che “dodici persone sono morte a causa dell’azione e dell’inazione europea nel Mediterraneo. La storia

Migrante affogato
Migrante affogato

Umberto De Giovannangeli

17 Aprile 2020 - 15.13


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Li hanno lasciati annegare nel “Mar della morte”, il Mediterraneo. Li hanno lasciati annegare nonostante le ripetute, drammatiche, documentate richieste di soccorso. Una strage di innocenti da aggiungere al lungo dossier della “Norimberga del Mediterraneo”.

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Aveva lanciato lo scorso 10 aprile l’allarme sul barcone in difficoltà, informando le autorità di Italia, Malta, Libia e Tunisia.

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Ed ora Alarm Phone – contatto di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio – denuncia che “dodici persone sono morte a causa dell’azione e dell’inazione europea nel Mediterraneo. Le autorità di Malta Italia, Libia, Portogallo, Germania, come anche Frontex, erano state informate di un gruppo di 55 (alla fine erano 63) migranti in difficoltà in mare, ma hanno scelto di lasciar morire 12 di loro di sete e annegate, mentre organizzavano il ritorno forzato dei sopravvissuti in Libia, un posto di guerra, tortura e stupro”.

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Crimine contro l’umanità

Nel rapporto Alarm Phone indica come, “contrariamente a quanto afferma Malta, il barcone era alla deriva in zona Sar maltese, non lontano da Lampedusa. Tutte le autorità hanno scelto di non intervenire, usando l’epidemia di Covid-19 come una scusa per infrangere drammaticamente le leggi del mare così come i diritti umani e le convenzioni sui rifugiati”.

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Secondo le testimonianze dei superstiti, martedì 14 aprile la nave cargo Ivan si è avvicinata al gommone alla deriva, ma le condizioni del mare non rendevano possibile il salvataggio; a quel punto sette persone si sono gettate in acqua tentando di raggiungerla e sono annegate. Più tardi, nella stessa giornata, un peschereccio ed un’altra nave non identificata si sono portati in zona ed hanno preso a bordo i naufraghi su indicazione di Malta. Ieri mattina Alarm Phone ha ricevuto l’informazione che 56 persone erano state riportate in Libia sul peschereccio. Con loro i cadaveri di cinque persone morte per disidratazione e fame. “Secondo i sopravvissuti – rileva il rapporto – l’equipaggio del peschereccio aveva fatto credere loro che sarebbero stati portati in Europa, invece sono stati respinti in Libia”.

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Che ci fosse quel gommone in difficoltà, sostiene il servizio telefonico, era noto per sei giorni, fin dal 10 aprile, quando era stato visto da un aereo di Frontex, Da allora, spiega Alarm Phone, “Malta, Italia e gli attori Ue con missioni nel Mediterraneo centrale erano consapevoli della situazione. Nonostante l’impossibilità di intervento delle autorità libiche, non c’è stato alcun soccorso per almeno 72 ore di agonia in mare”. Tutte le autorità, aggiunge Alarm Phone “hanno evitato di intervenire, usando la pandemia globale  Covid-19 come scusa per infrangere crudelmente la legge del mare e ogni convenzione per i diritti umani e dei rifugiati. In primo luogo le Forze Armate di Malta”, poi le altre che fanno riferimento ai Paesi citati nel rapporto “sono da ritenere responsabili per la morte di dodici esseri umani e per la sofferenza di decine di altri”.

“Gli uomini, le donne incinte, i minori soli che partono dalla Libia non lo fanno per loro volontà – rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – ma perché messi in quelle imbarcazioni da trafficanti senza scrupoli. Li lasceremo tranquillamente morire in mare? Aspetteremo che entrino da soli a nuoto nelle nostre acque territoriali? In questa Pasqua nel Mediterraneo centrale si è già pagato un alto tributo di morte. Quando sarà abbastanza?”.

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L’odissea dell’Alan Kurdi

Nel frattempo, dopo dodici giorni in mare, i 146 migranti a bordo della nave Alan Kurdi saranno trasferiti sul traghetto Rubattino della Tirrenia, la nave individuata dalle autorità italiane per ospitarli durante il tempo necessario alla quarantena. Fino a ieri i migranti a bordo erano 149 ma c’è stata una evacuazione medica per tre persone. I migranti sono a bordo da circa 11 giorni. Le due navi sono a circa un miglio dal porto di Palermo, in attesa del via al trasbordo. Una volta completato, le persone saranno sottoposte al tampone dal personale della Croce Rossa.

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Le condizioni dei migranti a bordo della nave della ong Sea Eye si erano aggravate negli ultimi giorni: a causa del forte stress si erano moltiplicati gli episodi di autolesionismo, incluso un tentato suicidio. I dettagli dell’operazione sono stati decisi nel corso di un incontro tra il prefetto di Palermo, il sindaco, i responsabili della Croce Rossa, dell’Asp e della Protezione Civile. Dopo il periodo di isolamento, inizieranno le procedure di redistribuzione tra i paesi della Ue.

Ieri, su richiesta della ministra delle infrastrutture e dei trasporti, Paola De Micheli, il capo della protezione civile, Angelo Borrelli, aveva firmato un provvedimento con il quale la Croce Rossa italiana viene nominata soggetto attuatore per provvedere all’assistenza e alla sorveglianza sanitaria dei profughi che adesso resteranno in quarantena sulla Rubattino.

Il governatore siciliano Musumeci e il sindaco di Palermo Orlando avevano più volte sollecitato soluzione che conciliasse esigenze sanitarie legate all’emergenza Coronavirus con quelle umanitarie e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Orlando, in particolare, aveva mantenuto i contatti con la Alan Kurdi attraverso il portavoce della ong, Jean Ribbeck. In un tweet il responsabile della nave di Sea Eye, Gorden Isler, scrive: “Con l’approvazione delle autorità, Alan Kurdi è appena entrato nelle acque italiane. Non è un caso che questo aiuto provenga da Palermo. Grazie Leoluca Orlando per l’impegno senza precedenti e il supporto concreto”.

Desaparecidos

L’’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha lanciato un allarme per la sorte di centinaia di migranti che quest’anno la Guardia Costiera libica ha riportato a terra e dei quali non si sa più nulla. Secondo recenti dati forniti dal governo di Tripoli, circa 1.500 persone sono attualmente detenute in 11 centri della “Direzione per la lotta contro l’immigrazione illegale” libico (Dcim) alcuni da molti anni. Nel 2020, almeno 3.200 uomini, donne e bambini a bordo di imbarcazioni dirette in Europa sono stati soccorsi o intercettati dalla guardia costiera libica e riportati indietro, in un Paese in cui ancora si combatte. La maggior parte finisce in strutture adibite ad attività investigative o in centri di detenzione non ufficiali. L’Oim non ha accesso a questi centri.  Nonostante le molteplici richieste, le autorità libiche non hanno fornito alcuna informazione su dove si trovino con esattezza queste persone o perché siano state portate in strutture di detenzione non ufficiali. “La mancanza di chiarezza sulla sorte di queste persone scomparse è una delle preoccupazioni più gravi”, ha detto una portavoce dell’Oim, Safa Msehli. “Siamo a conoscenza di molte testimonianze di abusi che si verificano all’interno dei sistemi di detenzione formali e informali in Libia”.

Numerosi racconti, considerati credibili, da parte di comunità di migranti in contatto con l’Oim sostengono che i detenuti vengono consegnati ai trafficanti e torturati nel tentativo di estorcere denaro alle loro famiglie, abusi che sono stati ampiamente documentati in passato dai Media e dalle agenzie dell’Onu. L’Oim chiede al governo libico di chiarire che fine abbiano fatto tutti coloro di cui non si ha più notizia e di porre fine alla detenzione arbitraria. Lo smantellamento di questo sistema deve essere una priorità così come è necessario stabilire alternative che garantiscano minimi standard di sicurezza per i migranti.
Solo nell’ultima settimana, almeno 800 persone sono partite dalla Libia nel tentativo di raggiungere l’Europa. Quasi 400 sono state riportate in Libia e, dopo operazioni di sbarco ritardate a lungo a cause della situazione di scarsa sicurezza a terra, sono state poi mandate in detenzione. Almeno 200 di loro sono finiti in centri non ufficiali e risultano non più rintracciabili. Molti di coloro che hanno raggiunto le acque internazionali e la zona di ricerca e soccorso maltese sono rimasti bloccati in mare su imbarcazioni fragili e poco sicure per giorni, senza essere soccorsi. E’ notizia confermata che almeno 12 persone sono morte o disperse in mare negli scorsi giorni.

L’Oim è allarmata dal deterioramento della situazione umanitaria in Libia e ribadisce che è inaccettabile che le persone soccorse in mare vengano riportate in un contesto in cui si combatte e in cui diventano vittime di abusi e di traffici. L’Organizzazione ribadisce inoltre il suo appello all’Unione Europea affinché si stabilisca con urgenza un meccanismo di sbarco chiaro e rapido per porre fine al ritorno coatto dei migranti in Libia. Ricordiamo agli Stati che salvare vite umane è la priorità numero uno e che occorre sempre rispondere alle richieste di soccorso, così come stabilito dal diritto internazionale. Il Covid- 19 non deve essere una scusa per non ottemperare a diritti internazionali duramente conquistati e a quegli obblighi che gli Stati hanno nei confronti delle persone vulnerabili.

Lo “Zio” torna in attività

Il “ricatto dei barconi”, documentato nei giorni scorsi da Globalist, si “arricchisce” di un altro capitolo della vergogna. A rivelarlo è Francesco Battistini, inviato del Corriere della Sera.lI  trentenne Ahmad Dabbashi detto Al Ammu, ovvero ‘lo Zio’, il re dei trafficanti di uomini verso l’Italia, il contrabbandiere del petrolio, l’uomo dei sequestri lampo, il criminale super-ricercato dall’Onu e dalla procura di Tripoli, sembrava sparito nel nulla da quand’era cominciata l’offensiva del generale Haftar su Tripoliscrive Battistini –  Stava in prigione, secondo fonti ufficiali: arrestato dopo le rivelazioni che l’avevano indicato tra i collaboratori segreti del governo tripolino di Fayez Al Sarraj; fatto scomparire dopo un’oscura storia di 5 milioni di dollari che gli sarebbero stati versati addirittura con mediazione dei servizi italiani, perché collaborasse a stoppare il viavai di barconi che lui stesso aveva sempre alimentato”. “Mercoledì, con la controffensiva di Sarraj su Sabrata e Surran, con la liberazione di 400 pericolosi detenuti nel carcere, riecco lo Zio – aggiunge l’inviato del quotidiano di Via Solferino – Quello che vantava (e spesso millantava) rapporti con gli alti dirigenti del Viminale. Oggetto di smentite dell’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, e d’audizioni al Copasir: in un reportage dell’Associated Press, s’era raccontato che il calo degli sbarchi in Italia durante il governo Gentiloni non era dovuto solo agli accordi internazionali con Sarraj, ma specialmente a un’intesa con la milizie Al Ammu e Brigata 48 che controllano da sempre Sabrata e le partenze dei barconi. Chi ha rimesso in circolazione lo Zio? Da poche ore, a Sabrata e lungo tutta la costa occidentale che va da Tripoli al confine con la Tunisia, sono tornate le truppe di Sarraj…”.

Le truppe dell’uomo su cui l’Italia ha puntato.

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