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Giornalista morta di malaria ad Agrigento, indagati sette tra medici e infermieri

La donna è morta di ritorno da un viaggio Nigeria dove avrebbe contratto la malaria, che non sarebbe stata diagnosticata subito al Pronto soccorso dove si era recata per la febbre alta.

Loredana Guida
Loredana Guida

globalist

31 Gennaio 2020 - 16.26


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di Tancredi Omodei 
La Procura di Agrigento ha iscritto nel registro degli indagati sette tra medici e infermieri che si sono occupati di Loredana Guida, la giornalista agrigentina di 44 anni morta per malaria all’ospedale ‘San Giovanni di Dio’ di Agrigento. I magistrati indagano per omicidio colposo.
Gli avvisi di garanzia sono in corso di notifica. La donna è morta di ritorno da un viaggio Nigeria dove avrebbe contratto la malaria, che non sarebbe stata diagnosticata subito al Pronto soccorso dove si era recata per la febbre alta. Il decesso è avvenuto lunedì notte. L’autoposia che si terrà nei prossimi giorni verrà eseguita anche da un infettivologo chiamato dalla Procura.
La ricostruzione
Loredana Guida, l’insegnante e giornalista morta di malaria ad Agrigento aveva il dubbio di aver contratto la malaria in Africa. A testimoniarlo, un appunto della giovane donna, trovato tra le sue cose. Loredana aveva segnato “Malarone”, il farmaco che si utilizza su chi ha contratto la malaria. Appare improbabile che Loredana non abbia manifestato questo dubbio arrivando in ospedale. Per questo si stanno analizzando e leggendo il pc e il cellulare della donna, raccogliendo le testimonianze di familiari ed amici che dalla donna, nei giorni tra il malessere, la febbre, la corsa in ospedale, il ritorno a casa, l’agonia e la morte, avrebbero potuto raccogliere.
I magistrati sono intenti a questo, ma anche e soprattutto a riordinare i tempi della tragica fine di Loredana Guida, colmare i “buchi narrativi” della vicenda che ha scosso Agrigento. La città si è mossa, raccoglie firme da presentare al governo della Regione Siciliana per chiedere l’istituzione di un reparto “Malattie Infettive” all’Ospedale San Giovanni di Dio, il nosocomio al centro della tragica fine della donna. In 24 ore, l’appello su Change.org ha fatto registrare 1.500 adesioni.
Dicevamo dei “buchi narrativi”. I racconti dei familiari e le versioni ufficiali non collimano, mancano tasselli alla ricostruzione dei fatti, i tempi si contraddicono.
Elemento centrale degli accertamenti, la durata dell’attesa di Loredana al Pronto soccorso. Nella nota ufficiale dell’ospedale San Giovanni di Dio si è letto che Loredana è arrivata al Triage alle 11.41, in “codice verde” per “riferito stato influenzale”. Di seguito l’annotazione: “La paziente riferisce di essere stata in Africa qualche giorno fa”. Diversa la ricostruzione dei familiari. Dicono: Loredana è stata accolta con un “codice bianco”, il “codice verde” le è stato assegnato solo quando ha riferito d’essere stata in Nigeria. Solo verde, comunque. Dopo quanto tempo il codice da “bianco” è passato a “verde”? Discrepanze, poi, sull’ora della prima vera visita medica. “Visitata alle ore 15.35”, dice la nota dell’azienda ospedaliera, che parla di seguito di “esami di laboratorio di routine e radiografia del torace che non evidenziano sostanziali anomalie, fatto salvo un lieve rialzo di un indice ematico aspecifico di flogosi”. Tradotto, sintomi di infiammazione. Dunque, riepilogando, visita alle 15.35, di seguito i tempi delle analisi. La nota ufficiale prosegue con un “Dopodichè la paziente sottoscriveva, sul foglio di dimissione, la decisione di rifiutare di proseguire l’approfondimento dell’iter diagnostico”. Si sta approfondendo il senso di quel “Dopodichè”. Dopo cosa? Dopo quanto? Quanto ha dovuto attendere Loredana, in uno stato di forte prostrazione fisica e psichica? Anche per quel cruccio, per quel suo sospetto, magari segnato dopo la ricerca su un motore di ricerca alla parola “malaria”. Dopo la prima ricerca e il sospetto, una probabile seconda ricerca, quella del farmaco da usare in questi casi, il “Malaron, appunto. Secondo il racconto dei familiari, Loredana è tornata a casa intorno alle 20. Ricordiamo, in ospedale si era presentata poco dopo le 11 del mattino. E in ultimo, tra gli interrogativi, anche questo: se c’era il sospetto, dichiarato, di malaria, come è stato possibile accettare che la donna scegliesse di tornare a casa? Come è stato possibile non rappresentare a lei e ai familiari che il suo caso richiedeva altre e più approfondite analisi?

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