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Memoria di sangue, di fuoco e di martirio: così Quasimodo ricordò i 1830 morti di Marzabotto

Tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, la furia nazifascista uccise oltre mille civili dei comuni intorno al Monte Sole. La poesia di Salvatore Quasimodo.

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La poesia di Salvatore Quasimodo

globalist

29 Settembre 2019


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29 settembre 1944. La guerra giungeva al termine e i nazifascisti battevano in ritirata lungo la linea gotica, inseguiti dagli Alleati e braccati dai partigiani. Come le bestie quando sono messe al muro, è lì che i nazisti e i repubblichini di Salò diventarono più pericolosi: la loro violenza divenne folle, il loro odio cieco. E pur di portare con loro nell’oltretomba quanti più partigiani possibili, non mostrarono pietà davanti a nessuno. 

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Siamo a Marzabotto, alle pendici del Monte Sole, in provincia di Bologna.

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La divisione SS del feledmaresciallo Albert Kesserling, nella mattina del 29, supportati dai fascisti repubblichini, circondarono l’area dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno e cominciarono ad avanzare, usando anche mezzi pesanti. 

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Distrussero ogni cosa: abitazioni, cascine, fienili, scuole piene di bambini. La popolazione, nel panico, si rifugiava nelle chiese, ma nemmeno i luoghi sacri fermarono la strage: i nazisti entrarono, rastrellarono gli uomini, le donne e i bambini raccolti in preghiera, portarono i sopravvissuti nei cimiteri e li fucilarono. Le testimonianze di chi scampò a quell’eccidio descrivono uno scenario da inferno dantesco: bambini strappati dalle braccia delle madri e gettati vivi nel fuoco delle loro abitazioni, anziani decapitati, donne violentate e uccise. 

I nazisti non risparmiarono niente e nessuno: a Caprara morirono 107 persone, 24 dei quali bambini. I casolari nelle campagne furono distrutti e ci furono 282 vittime. 49 morti nell’area di Cerpiano, 103 lungo la strada per Creva, dove altre 81 persone morirono quando i tedeschi entrarono in paese. 

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Furono 1830 i morti totali, anche se è una stima assolutamente al ribasso.

A perpetuo ricordo di uno dei più gravi crimini contro l’umanità commesso sulla pelle degli italiani, il poeta Salvatore Quasimodo scrisse un’epigrafe, ad oggi conservata sulle vette del Monte Sole:

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Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

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del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di von Kesselring

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e  dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

 

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati ed arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto,

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira,

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il Lupo e la sua Brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

 

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini di ogni terra

non dimenticano Marzabotto,

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

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