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Quando la moglie del pentito disse: non parlare degli infiltrati della polizia nelle stragi

Il giudice Scarpinato parla dei tanti silenzi sul patto Stato-mafia: perché i Graviano che potrebbero rifarsi una vita tacciono?

Manifestazione contro la mafia
Manifestazione contro la mafia

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21 Maggio 2018 - 15.12


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di Tancredi Omodei

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Mistero tra i misteri, una intercettazione tra il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, il padre del piccolo Giuseppe Di Matteo, il bambino sciolto nell’acido, e la moglie. Marito e moglie parlano dopo pochi giorni dopo il sequestro del figlio. La moglie dice al marito: ‘Hai capito perché hanno sequestrato nostro figlio? Ricordati che abbiamo un altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nelle stragi’.
Un passaggio della storia della mafia ricordato dal procuratore generale Roberto Scarpinato, ormai prossimi al ricordo delle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Quale il senso di quelle parole tra Di Matteo e la moglie? Infiltrati che Di Matteo – a sentire la moglie – avrebbe conosciuto, con nome e cognome. Persone temibili, che – ad interpretare le parole della donna – avrebbero potuto minacciare anche la vita dell’altro figlio dei Di Matteo.         Parlando a Palermo, Scarpinato ha ricordato il silenzio assordante attorno a quella intercettazione, e il silenzio pesantissimo di personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nei misfatti e nelle strategie di Cosa nostra, come i Graviano. Quei boss che alla fine dello scorso anno – si è saputo nei giorni scorsi –  hanno avuto la visita di Fiammetta Borsellino. Si sa anche che la figlia di Paolo avrebbe voluto rivederli, ma le è stato negato il permesso di farlo. Diniego del quale si sa in via non ufficiale, un no forse dovuto all’idea che non si dovesse dare ai Graviano l’occasione per mandare messaggi criptati oltre le spesse mura del carcere duro.
Come si sa, uno dei due Graviano ha chiamato in causa Silvio Berlusconi. Sulle stragi, sui tanti depistaggi e sui troppi misteri legati alla morte di Falcone e Borsellino, cosa ha detto Scarpinato? Che “tante persone sanno e continuano a tacere”. Perchè? In proposito, Scarpinato  fa riferimento proprio ai Graviano e su loro dice una cosa importante, che dovrebbe essere la chiave per interpretarne silenzi e mezze parole: “I Graviano – ha ricordato il magistrato –  hanno ancora 50 anni e potrebbero rifarsi una vita, eppure stanno in silenzio…”. Perchè? Per chi, soprattutto? Scarpinato ha ricordato anche un’altra storia inquietante, legata al tema infiltrati. La storia è quella di  Luigi Ilardo, il primo che diede notizie preziose sull’artificiere della strage di Capaci e che permise di arrestare 15 capi importanti di Cosa nostra. Ilardo, che aveva incontrato anche Provenzano per mesi, aveva anticipato che avrebbe rivelato gli scenari politici che stavano dietro le stragi. Ma Luigi Ilardo fu assassinato poco dopo quell’annuncio esplosivo.
“C’è una parte della storia che è segreta, ma purtroppo non è una novità”, ha ricordato Scarpinato. Così da sempre, da Portella delle Ginestre, nel’47, a Capaci e via d’Amelio, passando per le stragi fasciste. Stragi e depistaggi sempre a braccetto, come accertato nella strage di Bologna. Ma per Scarpinato è nella strage Borsellino che si condensa una inaudita “somma di depistaggi”: documenti spariti, l’agenda rossa svanita nel nulla, la borsa di Paolo che va e viene dall’auto alle mani di misteriosi personaggi quando in via d’Amelio si sentiva ancora l’odore di carne bruciata. Sottrazione di prove, depistaggi, infiltrati costruiti a tavolino, perchè si imboccassero strade sbagliate e si mettesse più tempo possibile tra il lutto e la verità.
Con questi interrogativi ci si avvia al 26esimo anniversario delle stragi. Ci si arriva con un altro duro colpo al fronte dell’antimafia, con l’affaire Montante. E siccome, come diceva Falcone, dietro tutto quel che la Siciilia e l’Italia hanno subito ci sono “menti raffinatissime” quel che accade potrebbe non accadere per caso.

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