Quando i figli uccidono (barbaramente) i genitori
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Quando i figli uccidono (barbaramente) i genitori

Una riflessione a margine del duplice omicidio di Pontelangorino

Paolo Cavazza e Pietro Maso
Paolo Cavazza e Pietro Maso
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Piero Montanari Modifica articolo

11 Gennaio 2017 - 15.09


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Sembra ci sia una svolta nelle indagini sul duplice omicidio di Pontelangorino, in provincia di Ferrara dove sono stati massacrati a colpi in testa Salvatore Vincelli, 59 anni, e Nunzia Di Gianni, 45 anni,  e poi avvolti in sacchi di plastica come fossero spazzatura.

L’orrore è che l’autore del brutale delitto pare sia quasi certamente uno dei due loro figli di appena sedici anni, con l’appoggio di un suo amico non ancora diciottenne. Dalle prime indagini sono venuti fuori gravi contrasti familiari e non un movente economico, come quello che spinse Pietro Maso nel 1991 a ‘far fuori’ a padellate il padre Antonio di 52 anni, e la madre Maria Rosa Tessari di 48, simulando una rapina e  andando poi con i suoi complici a brindare in discoteca. A lui servivano i soldi per fare la bella vita.

L’elenco dei figli killer è purtroppo lungo: ricordiamo tutti  Erika Di Nardo, 16 anni, che si accordò con il fidanzato Omar Favaro di 17 per massacrare la mamma di Omar, Susy Cassini di 45 anni, e il fratellino Gianluca di 12, il 21 febbraio 2001. Poi Ferdinando Carretta, che assassinò i genitori, Giuseppe e Marta Chezzi, e il fratello Nicola per intascare l’eredità e trasferirsi in Inghilterra. E quel tragico 7 novembre 2015, quando Fabio Giacconi e Roberta Pierini ad Ancona vennero assassinati  dal fidanzato della figlia Antonio Tagliata, 19 anni, che spara ai due poveri genitori istigato dalla ragazza.

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Quale sia il tragico cortocircuito mentale che spinge figli amatissimi e viziati ad uccidere i propri genitori quasi sempre con modalità efferate, non è dato sapere, anche se gli psichiatri ci ammanniscono, in questi casi, analisi talvolta condivisibili, ma generalmente incongrue se confrontate con l’orrore degli gesti omicidiari. Teste che esplodono all’interno di nuclei familiari all’apparenza sereni, dove le vite sembrano scorrere nel piattume di quotidianità banali, spesso prive di affettività manifeste e di capacità di socializzare, dove ognuno percorre la propria esistenza senza curarsi di quella dell’altro.

Forse è proprio in questa mancanza di comunicazione, dove si insinua una pericolosa e insostenibile anestesia dei sentimenti, che va ricercato il movente di questi gesti estremi, ultimo tragico e mortale tentativo di affermare sé stessi ed urlare la propria infelicità al mondo.

 

 

 

 

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