Il vescovo: non uccide il sisma ma le opere dell'uomo
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Il vescovo: non uccide il sisma ma le opere dell'uomo

Lungo applauso dopo l'elenco dei nomi. Monsignor Domenico Pompili nell'omelia dei funerali solenni: ricostruzione non sia querelle politica.

Il dolore di parenti e amici
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30 Agosto 2016 - 18.37


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Lo dice a gran voce, sotto un’Amatrice stretta sotto la pioggia e sotto il dolore: “Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!”. Così il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, nell’omelia della messa funebre ad Amatrice urla quello che tutti i fedeli vorrebbero urlare. 

Le bare sono arrivate tre ore prima che iniziasse il rito, alle 15, portate a spalla dai volontari sotto una pioggia battente che non ha mai smesso di cadere. Le hanno disposte dietro l’Istituto Don Minozzi. Delle 242 vittime finora accertare tra Amatrice e Accumoli, dovevano essere 38 i feretri presenti oggi. Ma dieci sono rimasti al cimitero del piccolo paese. Colpito dal sisma, è inagibile, sotto la pioggia non è stato possibile raggiungerlo. Delle 28 bare arrivate da Rieti, due sono bianche e piccole. Sopra hanno dei peluches.

I nomi, l’applauso. Mattarella, Renzi e Boldrini tra la folla al riparo dalla pioggia sotto il capannone, ma le loro corone di fiori restano fuori. Il vescovo di Rieti Domenico Pompili ha dovuto leggere tutti i nomi delle vittime del sisma durante l’apertura della celebrazione dei funerali solenni di Amatrice. Sono passati molti minuti, quasi otto per finire l’elenco. Al termine c’è stato un grande applauso commosso.

Davanti all’altare allestito nella tensostruttura del complesso don Minozzi sono in fila 28 bare, due più piccole. A stringersi attorno ai feretri i famigliari con il loro dolore. Poco più indietro i vertici delle autorità a cominciare dal Capo dello Stato Sergio Mattarella e dal premier Matteo Renzi. Continua a piovere qui nel comune devastato dalla scossa del 24 agosto. La struttura dove si stanno svolgendo le esequie è gremita di persone.

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L’elemosiniere di papa Francesco. Accanto al vescovo di Rieti, monsignor Konrad Krajewski, l’elemosiniere di papa Francesco, dietro di loro, oltre l’altare, lo scorcio di un tetto crollato. E dietro ancora, gli alberi, gli Appennini. Sono arrivati a migliaia per la messa funebre, dai paesi vicini, da quelli più distanti. Chi doveva assistere da fuori si è protetto sotto la struttura. Tutti sono bagnati di pioggia, di lacrime, con gli ombrelli aperti, rossi, bianchi, colorati.

Le parole. “Dio non può essere utilizzato come il capro espiatorio – ha detto il vescovo nella sua breve ma intensa omelia -. Al contrario, si invita a guardare in quell’unica direzione come possibile salvezza. In realtà, la domanda ‘Dov’ è Dio?’ non va posta dopo, ma va posta prima e comunque sempre per interpretare la vita e la morte”.
Come pure, ha proseguito, “va evitato di accontentarsi di risposte patetiche e al limite della superstizione. Come quando si invoca il destino, la sfortuna, la coincidenza impressionante delle circostanze”. “A dire il vero: il terremoto ha altrove la sua genesi! I terremoti esistono da quando esiste la terra e l’uomo non era neppure un agglomerato di cellule”, ha detto ancora mons. Pompili. “I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti. Le montagne si sono originate da questi eventi e racchiudono in loro l’elemento essenziale per la vita dell’uomo: l’acqua dolce. Senza terremoti non esisterebbero dunque le montagne e forse neppure l’uomo e le altre forme di vita”, ha aggiunto.

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“Non basteranno giorni, ci vorranno anni – ha detto mons. Pompili -. Sopra a tutto è richiesta una qualità di cui Gesù si fa interprete: la mitezza.
Che è una ‘forza’ distante sia dalla muscolare ingenuità di chi promette tutto all’istante, sia dall’inerzia rassegnata di chi già si volge altrove. La mitezza dice, invece, di un coinvolgimento tenero e tenace, di un abbraccio forte e discreto, di un impegno a breve, medio e lungo periodo”. “Solo così – ha aggiunto – la ricostruzione non sarà una ‘querelle politica’ o una forma di sciacallaggio di varia natura, ma quel che deve: far rivivere una bellezza di cui siamo custodi”.

“Come si ricava da un messaggio in forma poetica che mi è giunto oltre alle preghiere:
‘Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’.


Non ti abbandoneremo uomo dell’Appennino: l’ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’alba ancor ti stupirai'”. Così, con una notazione poetica, monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, ha concluso la sua omelia nella cerimonia funebre ad Amatrice.

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Renzi ai terremotati. “Noi ci siamo. La cosa fondamentale sarà” non lasciare sole le popolazioni colpite dal sisma “quando si spegneranno le telecamere…”. Matteo Renzi è ad Amatrice per i funerali solenni delle vittime del terremoto.

Prima di sedersi nella tensostruttura nel cortile del complesso di don Minozzi allestita per la cerimonia funebre, il premier viene avvicinato da una ragazza che lancia un appello “presidente non ci deve lasciare soli!”. Il presidente del Consiglio la rassicura. “Noi ci siamo, la cosa essenziale è farlo” quando si spengono le telecamere. Renzi quindi ha assicurato l’impegno del governo per il post sisma, quando i riflettori si spegneranno e ci sarà la ricostruzione delle zone devastate dalla scossa del 24 agosto.

Il vescovo Rieti ringrazia l’imam presente ai funerali. Domenico Pompili a conclusione dei funerali delle vittime del terremoto ad Amatrice ha ringraziato per la loro presenza alla cerimonia l’imam di Firenze e il presidente dell’Ucoi, ma anche il vescovo Ortodosso. “Ringrazio anche tutte le autorità presenti – ha aggiunto – uno per tutte il presidente della Repubblica”.

Il sindaco. “Noi a Rieti non ci veniamo, ridateci i nostri morti”. E così è stato. “Questa gente è morta perché amava questa terra e vuole restare qui”. Così il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, al termine del funerale nel paese colpito dal terremoto.

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