10 maggio 1933: il rogo dei libri di Berlino. Ma come bruciano oggi?
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10 maggio 1933: il rogo dei libri di Berlino. Ma come bruciano oggi?

Lanciati tra le fiamme ventimila volumi che non si conformavano al regime. Oggi i testi sopravvivono, ma anche il controllo culturale: forse, allora, leggere davvero resta ancora un atto di libertà.

10 maggio 1933: il rogo dei libri di Berlino. Ma come bruciano oggi?
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12 Maggio 2026 - 19.49 Culture


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di Martina Narciso

Poco più di tre mesi dopo la nomina a cancelliere di Adolf Hitler, le sue idee naziste iniziarono a essere messe in pratica con entusiasmo, soprattutto dai giovani studenti universitari che avevano per primi sostenuto il movimento e accolto con favore l’ascesa del Führer. Quella di uno dei roghi più tristemente noti della storia fu, infatti, un’iniziativa proprio degli universitari tedeschi, che il 10 maggio 1933 gettarono nei falò decine di migliaia di libri, e con essi andò in fumo ogni illusione di poter ancora deviare il corso degli eventi.

Nel mese di maggio, in più di venti città universitarie della Germania nazista furono innalzate pire alimentate da pagine di libri etichettati come “antitedeschi” – si trattava della “campagna nazionale contro lo spirito antitedesco”, abbracciata dagli studenti per attestare il proprio sostegno al nuovo regime e ai suoi ideali. L’intento, infatti, era quello di ripulire le biblioteche pubbliche e private di tutte quelle opere che non rispondevano alla propaganda antisemita, militarista e nazionalista promossa dal governo. 

Nelle Schwarze Listen (“liste nere”) dei giovani filonazisti erano inclusi centinaia di libri scritti da autori rappresentanti dello “spirito non tedesco”, quindi esponenti teorici e letterari del socialismo, da Karl Marx a Vladimir Lenin sino a Bertolt Brecht; scrittori stranieri che denunciavano gli orrori della guerra, come Ernest Hemingway in Addio alle armi o Erich Maria Remarque con Niente di nuovo sul fronte occidentale; trattati di sostenitori della Repubblica di Weimar, tra cui Thomas Mann e il suo Della repubblica tedesca, uno dei testi più distrutti; e qualsiasi altra opera che non fosse conforme all’ideologia nazionalsocialista. 

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Immancabile, poi, fu anche la piega antisemita che prese la campagna: a essere ricercata era una cultura nazionale “pura”, e per gli studenti nazisti la purezza era misurata da criteri razziali ed etnici. Gli ebrei, inferiori, pericolosi e diversi, non erano veri tedeschi, per questo non poteva essere consentito loro di scrivere in lingua tedesca – la letteratura e la lingua dovevano essere purificati, e a farlo era il fuoco.

Quello dei roghi, infatti, divenne quasi una sorta di rito di purificazione simbolica che avveniva tramite le fiamme, tanto che prima di gettare i testi nei roghi venivano letti ad alta voce i cosiddetti “giuramenti del fuoco”, slogan che spiegavano il perché della distruzione, spesso accompagnati da bande musicali, canti animati, grande enfasi ed entusiasmo, a sottolineare la ritualità di quelle che divennero quasi vere e proprie cerimonie. 

La più grande e significativa di queste ebbe luogo il 10 maggio nel centro di Berlino. Era notte a Opernplatz, quando sotto gli occhi di quasi quarantamila persone, tra studenti, funzionari nazisti, professori, leader studenteschi e amministratori universitari, furono bruciati circa venticinquemila volumi. Il rogo fu ripreso dalle troupe dei cinegiornali e i discorsi vennero trasmessi alla radio, così venne diffuso in tutta la Germania l’acceso discorso del ministro della propaganda Joseph Goebbels: «L’epoca dell’eccessivo intellettualismo ebraico ormai è finita e l’avanzata della rivoluzione tedesca ha anche spianato la strada all’affermazione della cultura tedesca».

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Il fanatismo ideologico aveva raggiunto anche la cultura, e in realtà ciò non sorprende: da sempre, il mondo della cultura è il primo a essere sfidato quando si vogliono asservire le menti. E i libri in questo sono pericolosi, perché costringono a ragionare con la propria testa, e chiunque ragioni con la propria testa spaventa qualsiasi potere non disposto ad accettare il racconto di una narrativa diversa da quella designata.

Negli anni Cinquanta, Ray Bradbury racconta in Fahrenheit 451 un mondo futuro in cui leggere i libri è considerato un reato grave, e chiunque sia sorpreso a farlo è punito con l’incendio della propria abitazione. Un romanzo distopico del passato sul futuro, ma che illumina anche sul presente: oggi non ci sono cherosene e lanciafiamme a distruggere materialmente libri e libertà, ma algoritmi che selezionano, ordinano e rendono alcuni contenuti più accessibili di altri, abbandonando quelli scomodi ai margini. E come dimenticare gli Stati Uniti, dove negli ultimi anni continuano a moltiplicarsi i casi di libri rimossi dalle biblioteche scolastiche, spesso in risposta a precise pressioni politiche e culturali. 

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Il rogo contemporaneo non si accende nelle piazze, bensì nell’architettura nascosta dei feed, dove il testo rimane, ma la sua circolazione è spesso compromessa, limitando la possibilità stessa dell’incontro tra libro e lettore, tra contenuti e continenti, tra realtà e rimaneggiamenti. 

Neanche dieci anni dopo i roghi dei libri, come scrisse quasi profeticamente il poeta Heinrich Heine nel 1820, i nazisti passarono a bruciare le persone – «Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini». La cultura che bruciava ieri lancia un invito scottante oggi: guardarsi intorno, cogliere i segnali più nascosti del mondo moderno, e soprattutto munirsi di tutti quegli strumenti che ci rendono liberi e, spesso, sono proprio i libri a farlo, quegli oggetti innocui tanto impolverati sulle scrivanie, che il secolo scorso erano così pericolosi da essere ridotti in polvere. 

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