Morti per amianto: condannati 28 ex dirigenti dell'Ilva
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Morti per amianto: condannati 28 ex dirigenti dell'Ilva

In tutto sono 31 i casi di omicidio colposo trattati nel corso del processo. Il tribunale di Taranto ha inflitto le prime pene. La più pesante: 9 anni e mezzo di reclusione.

Morti per amianto: condannati 28 ex dirigenti dell'Ilva
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23 Maggio 2014 - 15.40


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Il tribunale di Taranto ha condannato 28 ex dirigenti dell’Ilva per le morti causate dall’amianto ed altri cancerogeni provenienti dallo stabilimento siderurgico. In tutto sono 31 i casi di omicidio colposo trattati nel corso del processo.

La pena più alta, nove anni e mezzo, è andata al manager dell’era pubblica Sergio Noce, 9 anni al suo collega Gianbattista Spallanzani e 9 anni e 2 mesi ad Attilio Angelini, accusati di disastro ambientale e ventuno omicidi colposi, per la morte per mesiotelioma di operai venuti in contatto con fibre di amianto. Ad otto anni e mezzo sono stati condannati Pietro Nardi e Giorgio Zappa, ex dg di Finmeccanica. I giudici hanno inflitto 6 anni di reclusione all’ex presidente dell’azienda Fabio Riva e all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, coinvolti anche nell’inchiesta per disastro ambientale che approda, il 19 maggio prossimo, all’udienza preliminare.

È stato dichiarato il “non doversi procedere”, invece, nei confronti di Emilio Riva, morto lo scorso mese, per il quale il pm aveva chiesto la condanna a 4 anni e mezzo di carcere.

Secondo l’accusa l’amianto fu usato in maniera massiccia nello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’Europa, ed è ancora oggi la sostanza killer presente in alcuni impianti Ilva. Nel corso degli anni gli operai non furono formati ed informati sui rischi dell’amianto, non ricevettero sufficienti visite mediche e tutele per la loro salute entrando in contatto con la pericolosa sostanza che in molti caso ha causato malattie e morte. Il giudice ha stabilito una provvisionale nei confronti dell’Inail di circa 3,5 milioni di euro.


Galletti: su Taranto abbiamo idee le chiare
– Oltre al fronte giudiziario, c’è anche un aspetto industriale che riguarda l’Ilva e di cui si sta occupando il governo. “L’esecutivo ha le idee chiare e abbiamo già approvato il piano ambientale: faremo di tutto per portarlo a termine”, ha annunciato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, ricordando che il piano prevede che l’Ilva “sia un’azienda che salvi i posti di lavoro ma, allo stesso tempo, sia ambientalizzata al 100%”.

A Milano incontro tra Bondi e i Riva sul piano industriale – Intanto oggi si è svolto un faccia a faccia tra i Riva e Bondi a Milano, nella sede del gruppo siderurgico. Al centro della riunione il piano industriale dell’Ilva. Dalle risposte che i rappresentanti della famiglia proprietaria dell’Ilva daranno sul piano, si capirà il futuro dell’azienda dell’acciaio. Scomparso il leader Emilio lo scorso 30 aprile, la guida dell’Ilva sarebbe ora nelle mani del figlio Claudio e del nipote Cesare.

Attualmente l’Ilva ha un grave problema di liquidità tant’è che più volte, nei giorni scorsi, è stata evidenziata la necessità di un finanziamento ponte di 7-800 milioni per superare l’emergenza, visto che per l’aumento di capitale servirebbero dai quattro ai cinque mesi di tempo e l’azienda, oggi, non è nelle condizioni di aspettare tanto.

La procura di Taranto ha aperto un’inchiesta e i Cobas pensano al fermo dell’impianto – “La Procura di Taranto ha aperto un’inchiesta sui casi di tumore tra gli operai del reparto carpenteria, ma è legittimo chiedere, e lo faremo previa consultazione con i lavoratori, il fermo dell’impianto, in attesa degli accertamenti, con il suo eventuale spostamento in zone che possano essere più sicure o con una ulteriore verifica dei materiali trattati nella lavorazione”. Lo ha scritto in una nota lo Slai Cobas, per il sindacato di classe di Taranto.

Il pm Antonella De Luca, della sezione specializzata sugli infortuni sul lavoro, ha acquisito due relazioni, una di gennaio e un’altra di pochi giorni fa, dello Spesal, il Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Asl, relativi al reparto. Sarebbero stati riscontrati una quindicina di casi di tumore e di disfunzione della tiroide.

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