La catena invisibile dei cinesi in Italia
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La catena invisibile dei cinesi in Italia

Dalle inchieste di Prato continuano a emergere aspetti inquietanti sul sistema di sfruttamento del lavoro legato al comparto moda.

La catena invisibile dei cinesi in Italia
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9 Dicembre 2013 - 16.52


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La tragedia della fabbrica di Prato, dove sono morti sette operai cinesi, lascia diversi interrogativi. Dalle inchieste continuano a emergere aspetti inquietanti sul sistema di sfruttamento del lavoro legato al comparto moda.

Molti hanno detto che si è trattato di una tragedia annunciata, che quella situazione di degrado non è nuova nel distretto toscano, né in altre zone d’Italia, che c’era da aspettarselo, prima o poi. Allora perché non si è fatto qualcosa prima? Perché non si è vigilato sulle condizioni di lavoro, sulle misure di salute e sicurezza?

Le responsabilità sono diverse e non è facile, in questa fase, attribuire tutte le colpe con precisione. Di certo, però, il processo di produzione e il lavoro dei migranti cinesi, sia in Italia sia in Europa, era stato già oggetto di studio e di raccomandazioni precise da parte dell’ILO.

“Catene nascoste: lo sfruttamento del lavoro e i migranti cinesi in Europa”. È il titolo di una ricerca ILO del 2010 in cui si analizza il fenomeno della migrazione dalla Cina in tre paesi europei: Italia, Francia e Regno Unito.

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Riguardo all’Italia, i ricercatori avevano messo in evidenza come le enclaves cinesi fossero allo stesso tempo dentro e fuori il sistema economico locale. Dentro, come imprese a cui vengono subappaltate fasi della produzione del “pronto moda” per il mercato europeo. Fuori, però, perché queste comunità restano isolate e invisibili dal punto di vista dei controlli su contratti, condizioni di lavoro e di vita, di tutele.

Esiste infatti una relazione implicita tra imprese e lavoratori, un vero circolo vizioso che passa “dallo sfruttamento, alla dipendenza, alla interdipendenza” e che fa parlare, appunto, di “catene nascoste”. C’è una sorta di volontà condivisa e di consenso ad accettare qualsiasi condizione, pur di ottenere commesse e di ripagare il debito contratto dai migranti per il viaggio in Europa: turni di 20 ore, paghe ben al di sotto degli standard, nessuna misura di sicurezza, abitazioni inadeguate e anche lavoro minorile.

Tutto ciò configura condizioni di lavoro forzato, secondo i ricercatori. Anche se l’Italia ha ratificato le relative Convezioni ILO, il nostro ordinamento ancora non prevede una misura specifica per i casi di forced labour.

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D’altra parte, l’isolamento in cui sono tenute le donne e gli uomini cinesi, spesso senza documenti, non aiuta i controlli delle autorità italiane.

Anche gli sforzi della polizia e dell’ispettorato del lavoro per impedire lavoro illegale e per applicare le più elementari norme di salute e sicurezza sembrano inefficaci. I datori di lavoro, connazionali legati alla tratta, hanno diverse strategie per sfuggire ai controlli e spesso spostano la produzione da una casa all’altra, rapidamente, impedendo qualsiasi possibilità di intervento.

Pertanto, la raccomandazione era quella di creare più comunicazione all’interno di quelle comunità, a tutela delle persone più vulnerabili. Ma anche la rete della produzione, la catena dei fornitori e dei subfornitori delle imprese italiane potrebbe e dovrebbe fare di più per vigilare e prevenire sfruttamento e altre tragedie come quella di Prato.



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