I nodi irrisolti nel Kosovo
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I nodi irrisolti nel Kosovo

Quale è il futuro del Kosovo? Dopo due anni di incontri, la popolazione serba è ancora abbandonata e ancora non riconosciuta da Belgrado. [Giuseppe Zaccaria]

I nodi irrisolti nel Kosovo
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9 Aprile 2013 - 22.24


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di Giuseppe Zaccaria

Il governo di Pristina finora ha rifiutato di riconoscere autonomia alle comunità serbe del Kosovo e di assegnare loro forze di polizia e tribunali autonomi, e si è spinta soltanto a ipotizzare un’ “associazione fra Comuni serbi” che comunque prevede lo smantellamento delle strutture autonome nel Nord.

Belgrado ha appena dichiarato di “non poter accettare una proposta che prevede soltanto la capitolazione”. Tutto al punto di partenza, dunque, due anni di incontri gettati al vento (almeno in apparenza). Eppure, al di là delle rituali manifestazioni di rammarico e degli inviti alla ripresa di un dialogo che è ancora possibile, se si vuole analizzare la nuova situazione bisogna partire dal fatto che se Belgrado avesse firmato quel patto la Serbia avrebbe riconosciuto di fatto l’indipendenza della regione, anche se non facendolo si espone ad una lunga serie di conseguenze.

La decisione è grave poiché, nei termini in cui era stata proposta, avrebbe avuto riflessi sull’Europa intera: qualora Belgrado avesse abbandonato le popolazioni serbe della regione ed il Kosovo fosse stato riconosciuto de facto dalla stessa nazione da cui si è staccato, anche altri Paesi europei come Spagna, Romania, Cipro avrebbero dovuto rivedere le proprie posizioni circa il riconoscimento internazionale. Qualcuno adesso ipotizza il riproporsi di scenari violenti, gli Usa hanno schierato da tempo nuove unità di combattimento nella regione albanese ma l’ipotesi di una ripresa del conflitto appare molto remota: tutt’al più si possono temere altri scontri fra i serbi di Mitrovica e le forze Nato, ma certamente questo non cambierebbe lo stato delle cose.

A questo punto però appare chiaro anche che non ci sarà quel “si” incondizionato che l’Unione europea esigeva per dare il via alle procedure di adesione di Belgrado, e questo disturba non poco i piani della Nato per la quale il Kosovo costituisce una priorità: la regione è ricca di miniere (che formalmente appartengono ancora allo Stato serbo), vive una condizione di disordine perenne, si trova a fronteggiare direttamente la minaccia dell’islam sunnita. Sul versante opposto, le condizioni dell’economia serba farebbero apparire il “no”come un’opzione suicida, a meno che Mosca non intervenga offrendo compensazioni (che finora non si ipotizzano) alle perdite finanziarie dovute ad una  chiusura dei rubinetti da parte di Bruxelles.

 Un suicidio della Serbia, allora? La si potrebbe pensare così se sullo sfondo non rimanessero ferme alcune condizioni che l’Europa e la Nato hanno tutto l’interesse a modificare. In primo luogo quella di un Kosovo sotto protettorato che finora si è rivelata soluzione insostenibile: economicamente inesistente, governata da una politica rissosa, condizionata da clan mafiosi, la pseudo repubblica è ormai centro mondiale  dei traffici d’armi, di droga e di esseri umani. Le minoranze serba, ma anche montenegrina, turca e rom sono state espulse con violenza sotto gli occhi dei soldati della Nato, i serbi rimasti sono esposti a violenze continue e trattati come cittadini di seconda categoria. Quanto al traffico di organi brutalmente espiantati da esseri umani la relazione dell’inviato Ue Dick Marty aspetta ancora di potersi sviluppare in indagini adeguate.

Tutto questo è per dire che  giochi che si stanno svolgendo intorno al Kosovo costruiscono  una parte importante dei prossimi equilibri europei, mentre in Serbia cominciano ad arrivare investimenti importanti, oltre che sull’automobile aziende di ogni dimensione puntano con sempre maggior decisione su energia, ecologia, reindustrializzazione e con l’imminente passaggio del gasdotto “South Stream” sul suo territorio il Paese potrebbe anche a giocare il ruolo di interlocutore energetico per l’Europa occidentale.

Insomma, giunti a questo punto chiudere i rubinetti finanziari è impensabile. Dunque  il “no” di Belgrado a pressioni dal sapore vagamente coloniale mette in difficoltà la Serbia, certo, ma pone un problema ancora più grosso a Bruxelles ed a tutta quella parte della comunità internazionale genuinamente interessata a trovare equilibri durevoli e sviluppo economico nell’ Sud Est europeo. Senza la benedizione di Belgrado, che potrà essere ottenuta soltanto attraverso concessioni, la questione del Kosovo non può trovare soluzioni, ed è per questo che probabilmente oggi la Serbia è un po’ più forte.

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