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Pena di morte, il rapporto di Amnesty: aumentano le esecuzioni ma crescono anche i paesi abolizionisti

Nonostante tutto non sembra più impossibile che possa entrare presto nell’archivio della storia una pena che è sempre «inammissibile», come ha sintetizzato, per il mondo, Papa Francesco.

Pena di morte, il rapporto di Amnesty: aumentano le esecuzioni ma crescono anche i paesi abolizionisti
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26 Maggio 2022 - 11.14


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di Antonio Salvati

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L’ultimo Rapporto sulla pena di morte nel mondo di Amnesty International, come quelli precedenti, ci disegna nel 2021 una situazione di luci e ombre. Seppur si registra un sensibile aumento delle persone messe a morte rispetto al 2020, cresce il fronte dei Paesi abolizionisti. Nel 2021 sono tate eseguite 579 persone in un limitato numero di paesi, quasi tutti asiatici. Considerando che attualmente sono 55 gli Stati che mantengono la pena di morte come sanzione nei loro ordinamenti penali. Poco meno di un quarto delle persone messe a morte erano donne. nell’elenco figurano anche alcuni minori.

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L’aumento a livello mondiale è dovuto in particolare all’incremento delle esecuzioni per reati di droga in Iran. L’Iran ha messo a morte almeno 314 persone (in aumento da almeno 246 nel 2020), il numero più alto di esecuzioni dal 2017, in contro-tendenza rispetto le diminuzioni annuali registrate da allora. Anche in Arabia Saudita il numero di esecuzioni note è raddoppiato, da 27 a 65, con un aumento del 140% percento. Oltre a quello dell’Arabia Saudita, vanno registrati aumenti delle esecuzioni in Somalia (almeno 21 rispetto ad almeno 11 del 2020), Sud Sudan (almeno nove rispetto ad almeno due), Yemen (almeno 14 rispetto ad almeno cinque), Bielorussia (almeno una), Giappone (tre) ed Emirati Arabi Uniti (almeno una).

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In questi tre ultimi stati non c’erano state esecuzioni nel 2020. Nonostante questi passi indietro, il totale delle esecuzioni registrate da Amnesty International nel 2021 è il secondo più basso, dopo quello del 2020, almeno a partire dal 2010. Come negli anni scorsi, il numero delle esecuzioni e delle sentenze capitali non tiene conto delle migliaia di persone che si presume siano state condannate e messe a morte in Cina, così come in Corea del Nord e Vietnam. La segretezza imposta dalle autorità statali e il limitato accesso alle informazioni rende impossibile verificare con certezza i dati.

Per il secondo anno consecutivo, il numero dei paesi che hanno eseguito sentenze capitali (18) è il più basso registrato da Amnesty International, confermando ancora una volta che a ricorrere alle esecuzioni è solo una minoranza di paesi. Degna di nota è stata l’adozione, con voto unanime del Parlamento della Sierra Leone a luglio 2021, del disegno di legge che avrebbe disposto, non appena entrata in vigore, l’abolizione totale della pena capitale. Il presidente del Kazakistan ha promulgato una normativa simile a dicembre. Inoltre, poco prima, la Virginia è divenuta il 23° stato e il primo del sud degli Stati Uniti ad abolire la pena di morte.

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L’Armenia è poi diventata uno stato parte di un fondamentale accordo internazionale sull’abolizione della pena di morte. Vi sono state altre iniziative positive: in Ghana e nella Repubblica Centrafricana sono stati presentati disegni di legge per abolire la pena capitale; il governo della Papua Nuova Guinea ha avviato una consultazione nazionale sulla pena di morte prima della sessione parlamentare del gennaio 2022; alla fine del 2021 il governo della Malesia ha annunciato che avrebbe presentato riforme in tal senso nel terzo trimestre dell’anno successivo. Il rischio di una reintroduzione della pena di morte nelle Filippine è svanito quando tre suoi ex sostenitori in Senato hanno annunciato che si sarebbero opposti a questa eventualità.

Alla fine del 2021, più di due terzi dei paesi del mondo hanno abolito la pena capitale nelle leggi e nella pratica. 108 paesi, la maggior parte degli Stati, avevano abolito la pena capitale per legge per tutti i crimini e 144 paesi avevano abolito la pena di morte per legge o nella pratica. 55 paesi mantengono la pena capitale. Amnesty International ha registrato commutazioni o provvedimenti di grazia in 19 paesi: Bangladesh, Botswana, Emirati Arabi Uniti, Guyana, India, Indonesia, Iran, Malesia, Myanmar, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone, Stati Uniti d’America, Sudan del Sud, Taiwan, Thailandia, Trinidad e Tobago, Zambia e Zimbabwe. Amnesty International ha riscontrato 7 proscioglimenti di detenuti condannati a morte in 4 paesi: Bahrein (1), Kenya (1), Stati Uniti d’America (2) e Zambia (3)

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Esattamente vent’anni fa, il 13 maggio 2002, a Roma nella sede di Sant’Egidio 23 organizzazioni piccolissime o internazionali come Amnesty International, Fidh, Penal Reforme Internationale, Sant’Egidio firmarono il certificato di nascita della Coalizione mondiale contro la pena di morte. Con 11 co-fondatori demmo vita al primo Consiglio esecutivo. I francesi erano 6, tre gli americani, due inglesi, altri venivano dal Belgio, dall’Uzbekistan, da Giappone e Germania. Era la concretizzazione di uno dei punti-chiave della Dichiarazione finale del primo Congresso mondiale contro la pena capitale che si era tenuto a Strasburgo nell’estate 2001, per iniziativa dei francesi di Ecpm (Ensemble contre la peine de mort), sostenuti dal pioniere dell’abolizione della ghigliottina in Francia, Robert Badinter. I promotori, Ecpm, che non avevano ancora un reseau internazionale, chiesero aiuto ad altri, come Amnesty, Sant’Egidio, Fidh (Fédération internationale pour les droits humains) per radunare associazioni e attivisti dei diritti umani che operavano in ordine sparso. Alla fine era stato votato un documento che includeva anche la moratoria come «un passo verso l’abolizione».

E questo è diventato anche il Dna della Coalizione mondiale. Se a maggioranza non fosse stata accettata anche la battaglia per una moratoria universale – sostenuta soprattutto dagli “italiani” Nessuno Tocchi Caino e Sant’Egidio, ma condivisa anche da Amnesty International, la Coalizione si sarebbe trovata presto fuori da quella che è diventata un’accelerazione, e che nel 2007 – dopo l’orrore dell’impiccagione di Saddam – ha portato all’approvazione della prima Risoluzione per una moratoria universale dall’Assemblea Generale dell’Onu: 103 voti a favore, quando i Paesi abolizionisti a quella data erano 91. Il movimento non era ancora un movimento, ma un sogno. La Wcadp, la World Coalition Against the Death Penalty, la Coalizione, ha contribuito a questo, come mostrano le oltre 150 organizzazioni che la compongono oggi, con una rappresentatività planetaria e non più, come agli inizi, soprattutto franco-italiana ed europea, con un’esile rappresentanza americana e asiatica. Intanto, il mondo è cambiato, e la pena di morte, per la prima volta nella storia, è vicina a essere bandita dalla coscienza ufficiale del mondo, come la tortura e la schiavitù.

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La nascita della World Coalition Against the Death Penalty segnerà una svolta della storia, perché la pena di morte, che accompagna l’umanità da cinquemila anni, dagli antichi egizi, dal Codice di Hammurabi, dalla Legge del taglione, per la prima volta è scomparsa da gran parte del mondo. Nel 1975 erano ancora solo 16 i Paesi che l’avevano abolita. Oggi sono 144, per legge o di fatto, e nel 2020 solo 20 Paesi l’hanno utilizzata davvero. Quando nasceva la Wcadp – ha ricordato Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio – i Paesi abolizionisti erano 73. Oggi sono quasi raddoppiati in vent’anni. Gli ultimi a unirsi sono stati il Ciad e il Kazakhstan. Ma vanno anche aggiunti 10 Stati americani, dal New Jersey alla Virginia, che l’hanno abolita in 15 anni, e tre che hanno dichiarato una moratoria governativa, come la California che ha chiuso il braccio della morte. Quest’anno Ohio e Utah devono decidere su un progetto di abolizione che è portato avanti da un largo gruppo di senatori e deputati bipartisan.

In definitiva, non sembra più impossibile che possa entrare presto nell’archivio della storia una pena che è sempre «inammissibile», come ha sintetizzato, per il mondo, Papa Francesco.

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