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Ucraina, l'"esercito" della pace e quella lezione di Gino Strada

L’unico “esercito” che piace a Globalist è quello della pace. I suoi esponenti faticano ad avere lo spazio dovuto nei rissosi talk show televisivi, per non parlare della stampa in mimetica che li addita come “al servizio di Putin”

Ucraina, l'"esercito" della pace e quella lezione di Gino Strada

Umberto De Giovannangeli

1 Aprile 2022 - 19.30


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Unhcr, Unicef, Intersos, Emergency, Oxfam, Msf…A loro va dato spazio e sostegno concreto (anche un euro di donazione lo è). Spazio a chi pratica e non predica, sul campo, solidarietà vera, fattiva, alle popolazioni civili vittime della guerra.  L’unico “esercito” che piace a Globalist è quello della pace. I suoi esponenti faticano ad avere lo spazio dovuto nei rissosi talk show televisivi, per non parlare della stampa in mimetica che li addita come “al servizio di Putin”. Spazio a loro.

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L’appello di Grandi

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“Visitando l’Ucraina per la prima volta dopo l’offensiva militare russa – recita un comunicato dell’Unhcr –  l’Alto Commissario delle Nazioni Unite Filippo Grandi ha lanciato un forte appello per la fine della guerra. Ha anche chiesto alla comunità internazionale di fornire un sostegno continuo ai milioni di civili colpiti dai combattimenti; un quarto della popolazione è stata costretta a fuggire dalle proprie case. “La velocità con cui le persone hanno dovuto fuggire, unita all’enorme numero di persone colpite in così poco tempo, non ha precedenti nella memoria europea recente”, ha detto Grandi, concludendo una visita in Ucraina. I civili stanno soffrendo e più di 10,5 milioni di persone si sono dovute spostare in aree più sicure all’interno dell’Ucraina o sono fuggite all’estero come rifugiati. Altri 13 milioni di persone hanno bisogno urgentemente di assistenza umanitaria in tutto il paese.
“Ho parlato con donne e bambini che sono stati gravemente colpiti da questa guerra. Costrette a fuggire da livelli straordinari di violenza, hanno lasciato le loro case e spesso le loro famiglie, lasciandole scioccate e traumatizzate. I bisogni di protezione e umanitari sono enormi e continuano a crescere. E anche se sono criticamente urgenti, gli aiuti umanitari da soli non possono dare loro ciò di cui hanno veramente bisogno – e cioè la pace”, ha aggiunto.
A margine dei suoi incontri con i funzionari del governo ucraino, Grandi ha dichiarato: “Sono profondamente colpito dalla leadership umanitaria e dalla risposta di tutti i livelli di governo del paese, così come dall’altruismo e dalla resilienza del popolo ucraino, che sta ospitando milioni di loro compatrioti sfollati”.
Grandi ha ribadito l’impegno dell’Unhcr a rimanere e fornire assistenza al popolo ucraino non solo nei paesi vicini, ma anche all’interno del loro paese. L’Unhcr, che opera in Ucraina da 28 anni, sta concentrando la sua risposta sulla protezione, sugli alloggi di emergenza e sugli aiuti di carattere economico e materiale, sotto la guida generale del governo e in coordinamento con l’intero sistema delle Nazioni Unite.
Insieme alle autorità locali e ai rappresentanti della comunità, Grandi ha visitato un centro di accoglienza per sfollati interni che è stato istituito e gestito dalle autorità con il sostegno dell’Unhcr. È uno dei 70 centri che sono già stati valutati e attrezzati, mentre altri sono in fase di identificazione per la ristrutturazione. L’Unhcr sta espandendo la propria capacità di intervento e migliorando le condizioni all’interno centri di accoglienza come quello visitato, in modo che possano ospitare gli sfollati interni che hanno bisogno di un riparo. Al centro di accoglienza, Grandi ha potuto vedere persone che si iscrivono per ricevere assistenza in denaro, un programma che l’Unhcr ha lanciato per aiutare gli sfollati particolarmente vulnerabili – come i disabili e gli anziani – in modo da aiutarli a coprire i costi delle necessità di base come alloggio, cibo, vestiti e articoli igienici. Il programma dell’Unhcr, che si sta diffondendo in diversi oblast, mira a raggiungere 360.000 persone con un sostegno di 80 milioni di dollari nei primi tre mesi e integra il programma di assistenza sociale del governo.
Ma per rispondere all’entità dei bisogni, Grandi ha detto che gli umanitari devono essere in grado di fornire assistenza in modo sicuro agli ucraini in difficoltà, ovunque essi siano.
“L’intero sistema umanitario sta facendo tutto il possibile per raggiungere le persone in difficoltà in tutto il paese, ma la sicurezza degli operatori umanitari e dei civili che ricevono assistenza deve essere garantita. Questo è un principio fondamentale del diritto internazionale umanitario che deve essere rispettato. Vite umane dipendono direttamente da questo principio”, avverte. Grandi ha anche fatto appello alla comunità internazionale affinché fornisca risorse ancora maggiori alla risposta umanitaria. “Il sostegno e la solidarietà mostrati finora dai donatori, dai paesi vicini e dai privati di tutto il mondo sono stati notevoli”, ha detto. “Ma i bisogni qui in Ucraina stanno crescendo e la comunità internazionale deve continuare a stare al fianco degli ucraini in difficoltà”.

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I più indifesi tra gli indifesi

Ogni minuto 90 bambini sono fuggiti dalla guerra in Ucraina. Un bambino a ogni battito del cuore”, rimarca Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. “I numeri in Ucraina sono drammatici: ogni minuto 90 bambini sono fuggiti dalla guerra. Un bambino a ogni battito del cuore. 2 milioni di bambini sono stati costretti a lasciare il paese a causa della guerra – dichiara Iacomini -. L’Unicef continua a lavorare incessantemente in Ucraina e nei paesi limitrofi, più di 60 ospedali di 15 regioni hanno ricevuto attrezzature e forniture salvavita per rispondere ai bisogni di base di più di 2 milioni di persone per 3 mesi in tutta l’Ucraina. Inoltre, un nuovo programma di trasferimento di denaro lanciato oggi da ‘ Unicef e dal Ministero delle politiche sociali ucraino fornirà 2.220 Uah (74 dollari) a persona a 52.000 famiglie che lottano per provvedere ai loro figli. L’assistenza in denaro si rivolge alle famiglie con tre o più bambini, tra cui almeno un bambino sotto i 2 anni, così come alle famiglie con due o più bambini, di cui uno con disabilità”, conclude il portavoce di Unicef Italia.

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Un rapporto Ispi

 Il dettagliato report dell’Istituto per gli Stati di Politica Internazionale, è dell’11 marzo scorso.

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C’è scritto tra l’altro: “I governi UE hanno deciso all’unanimità di istituire un meccanismo di protezione temporanea per i profughiprovenienti dall’Ucraina. La protezione temporanea, prevista da una direttiva del luglio 2001, non era mai stata attivata in precedenza e permette a chi proviene dall’Ucraina di soggiornare, lavorare, ricevere istruzione e assistenza sanitaria sul territorio UE senza dover prima presentare domanda d’asilo. Ha una durata di un anno ed è rinnovabile di sei mesi in sei mesi, fino a un massimo di 3 anni.

Ma questa è, o almeno dovrebbe essere, solo la punta dell’iceberg della “solidarietà” europea. Come in molti ricordano bene, dal periodo degli alti sbarchi del 2014-2017, un’accoglienza reale ed effettiva costa. Secondo il Governo italiano accogliere una persona ucraina costerà circa 10.000 euro l’anno, 27 euro al giorno. Per questo motivo settimana scorsa l’Italia ha messo a bilancio 54 milioni di europer gestire l’emergenza, mentre questo martedì la Commissione europea ha promesso 420 milioni di euro aggiuntivi, oltre all’utilizzo straordinario di parte di altri fondi europei (React EU e i fondi di coesione regionali) che, tuttavia, non sono risorse aggiuntive.

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Anche così, le risorse addizionali impallidiscono rispetto al costo dell’accoglienza. Con i numeri di arrivi attuali (2,3 milioni di persone) e il costo annuo stimato per persona dal Governo italiano (10.000 euro l’anno) è semplice calcolare che i paesi UE dovrebbero mettere a bilancio circa 23 miliardi di euro l’anno. Abbiamo ripartito gli arrivi di profughi ucraini in Europa seguendo gli stessi criteri delle “quote” che furono utilizzate nel 2015-2018 per ricollocare richiedenti asilo nei diversi Stati membri UE secondo principi di solidarietà. Queste quote si basavano per il40% sulla popolazione di ciascun paese, per il 40% sul suo PIL, per il 10% su quanto già fattonell’accoglienza dei rifugiati e per il10% sul tasso di disoccupazione.

Dal momento che questa volta i ricollocamenti non avverranno, perché i profughi ucraini dispongono di una protezione temporanea che permette loro di spostarsi ovunque in Europa, si tratta di capire quanto i Paesi che riceveranno meno profughi rispetto alla loro “giusta quota” dovrebbero aiutare finanziariamente gli altri. Fatti i dovuti calcoli raggiungiamo un totale di circa 2,5 miliardi per l’Italia (da mettere a confronto con i 4 miliardi di euro che dovrebbe sborsare la Germania e i circa 3 della Francia). Adesso la domanda è: sapremo fare la nostra parte?

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 L’Italia e gli altri governi europei decideranno di aiutare concretamente, dunque impegnando sostanziali risorse finanziarie, quei paesi che ricevono la gran parte del flusso di profughi?

La domanda non è retorica. E non lo è tanto più perché i paesi UE che oggi hanno bisogno di un aiuto da parte degli altri erano proprio quelli che nel 2015, quando sarebbe toccato a loro dimostrarsi solidali nei confronti di Grecia e Italia, si rifiutarono di esserlo. Oggi, infatti, quasi tre profughi ucraini su quattro si trovano in Polonia (il 63% del totale) o in Ungheria (un altro 10%).

E Polonia e Ungheria sono precisamente i due paesi che, assieme alla Repubblica Ceca, nel 2015 intentarono una causa contro la Commissione europea per evitare di dover applicare il meccanismo di ricollocamento, e di essere dunque “costretti” ad accogliere richiedenti asilo sul proprio territorio, per poi valutarne la domanda”.

Intersos racconta l’inferno e la speranza

“Quando in Ucraina termina il coprifuoco, lo capisci subito perché ai valichi di frontiera di Tudora e Palanca, al confine sudorientale tra Ucraina e Moldavia, iniziano a formarsifile lunghissime di auto al di là della strada alberata che separa i due Paesi. Anastasia è stata tra le prime persone ad entrare in Moldavia la mattina del 9 marzo, quando le temperature nel frattempo erano scese a -6 gradi e la neve cadeva mossa da un vento gelido che tagliava la pelle. L’abbiamo conosciuta lì, al valico di frontiera. “Mi chiamo Anastasia e lei è Arianna, mia figlia. Siamo ucraine, veniamo da Odessa”, racconta la donna mentre cerca in fretta di coprire Arianna con una coperta gialla, Abbiamo deciso di partire,lasciare il nostro Paesedopo la notte più brutta della mia vita. Il 7 marzo ho sentito per la prima volta il suono assordante dei bombardamenti a soli 5 km da casa nostra”.

 Il viaggio è iniziato al mattino seguente. Dopo le ore 7 si può tornare a circolare in strada, ma con moderazione, facendo attenzione alle sirene che da un momento all’altro ti avvertono di tornare immediatamente nel bunker. Abbiamo preso il primo pullman disponibile per la Moldavia, ore ed ore di tragitto perché la fila era infinita e le persone non smettevano di aumentare lungo la strada”.

 Odessa, città nel Sud dell’Ucraina, dista solo 60 km da Palanca, Moldavia. Una distanza percorribile in poco più di due ore in condizioni di normale circolazione ma, con lo scoppio della guerra e migliaia di persone in fuga, possono trascorrere anche dieci ore prima di varcare il confine e mettersi in salvo. Eravamonascoste in un rifugio sotterraneoma sentivamo anche da lì l’odore di bruciato, delle fiamme che si espandevano. L’agitazione è divampata, le persone che erano con noi nel rifugio hanno iniziato a raccogliere le loro cose per prepararsi a fuggire appena possibile”.Non erano obiettivi militari mirati,erano case dove vivevano persone come noi, civili. Abbiamo trascorso giorni, settimane nel seminterrato dall’inizio del conflitto. Sentivamo l’allarme delle sirene risuonare per la città in continuazione”.

Anastasia e Arianna sono due delle migliaia di donne e minori 

che hanno abbandonato l’Ucraina lasciando casa e affetti. “Siamo sole, lei è la mia famiglia e ora è mia responsabilità portarla in salvo, non farle più vedere né sentire le immagini e i rumori della guerra. Vogliamo andare in Bulgaria, è l’unico posto dove ho delle conoscenze che potrebbero ospitarci e aiutarci, fino a quando tutto questo non sarà finito e finalmente potremo tornare a casa. Continuo a pensare a mia figlia, non penso a me ma alla sua infanzia che deve essere serena. Non posso credere che tutto questo stia accadendo nel XXI secolo.”

Dai primi di marzo, una squadra di Intersos è in Moldavia, al confine con l’Ucraina, per assistere le persone in fuga dal conflitto nel Paese. Nei valichi di frontiera di Palanca e Tudora offriamo assistenza medica e servizi di protezione e tutela delle persone più vulnerabili. Da pochi giorni siamo anche a Odessa, città particolarmente colpita dai combattimenti, dove stiamo distribuendokit sanitari d’emergenza”.

Ecco con chi stare. Con chi salva vite umane. In Ucraina, come in Afghanistan, in Siria, nello Yemen, nel Mediterraneo come nella “rotta balcanica”. Con chi non crede nelle “guerre giuste”, e non fa una gerarchia tra rifugiati di serie A, di serie B…. Con chi non chiede a chi sta curando di che razza o fede religiosa è.  

Per dirla con Gino Strada: “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra. […]Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia.[…].Credo che la guerra sia una cosa che rappresenta la più grande vergogna dell’umanità. E penso che il cervello umano debba svilupparsi al punto da rifiutare questo strumento sempre e comunque in quanto strumento disumano”.

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