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Eutanasia e suicidio assistito: quando gli opposti estremismi ci portano in due vicoli ciechi

Se si seguono le ideologie si può può facilmente finire in uno dei due vicoli ciechi: solo Dio può decidere, io devo decidere. Sempre? Questi assolutismi mirano alla legge perfetta. Ma...

Eutanasia e suicidio assistito: quando gli opposti estremismi ci portano in due vicoli ciechi
Suicidio assistito

Riccardo Cristiano

16 Febbraio 2022 - 17.34


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La discussione sull’eutanasia, o suicidio assistito, è importantissima, ma anche complessa. E come spesso accade in discussioni del genere c’è il rischio che vengano rappresentate le tesi opposte ma estreme. Come sempre però gli opposti estremismi ci portano in due vicoli ciechi. Cominciano dal primo, il più noto perché  è quello di cui si è parlato di più. E’ il vicolo cieco in cui ci porta l’estremismo religioso, per cui i diritti sono di Dio, non dell’uomo. Questo principio si applica anche alla vita e alla morte: è un diritto di Dio stabilire la data e l’ora della morte. Sempre. E quei malati che non hanno speranza, che da anni soffrono e basta, perdendo i colori, il sapore, la consistenza, i suoni della vita? Devono aspettare e basta. 

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Il secondo vicolo cieco è quello prospettato dal referendum sull’ “eutanasia legale”. Cosa prevede? Prevede una modifica delle disposizione di legge sull’omicidio del consenziente, così: “Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso: Contro una persona minore degli anni diciotto; Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2].” 

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Qui, come si vede, non si parla neanche minimamente di malati incurabili o terminali. Si parla di tutti. Ovviamente parlandosi di tutti ci rientrano anche loro. Ma la disposizione non è per loro. E se ci trovassimo davanti al caso di una persona che, perso il lavoro o il coniuge di una vita, decida di farla finita? Come appurare che il suo consenso sia classificabile come il consenso di persona in deficienza psichica? E poi, sarebbe tale la sua condizione? O non sarebbe di alterazione psichica? Questa condizione però non è prevista. Si potrebbe aprire una disputa legale, giuridica? O alla fine il suo caso passerebbe inosservato perché il tutto starebbe nel firmare un consenso informato, come quando ci si sottopone a un intervento chirurgico che potrebbe determinare la morte? E d’altronde, sarebbe giusto sottoporre a una sorta di giudizio, con tanto di esami e indagini, chi si trovi in simili condizioni? E chi potrebbe arrogarsi il giudizio finale? Non rischieremmo una nuova Santa Inquisizione se davvero ci si volesse aggrappare al giudizio della sincerità e pienezza del consenso?  

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Il problema vero evidentemente è un altro: una persona libera da contingenze che decida liberamente di porre termine per motivi suoi personali di rapporto con il senso della vita ha il diritto di porvi termine legalmente? Su questo è difficile immaginare che ci si possa accordare, ma il solo rischio di varare una legislazione che consenta anche per sbaglio a chi è scosso da un fatto, da uno stato d’animo, di suicidarsi legalmente dovrebbe indurre a riflettere. 

Dunque su cosa si potrebbe trovare un accordo? Su una legge imperfetta. Cioè sulla legge in discussione alla Camera e che riguarda il suicidio assistito per chi gravemente malato non sopporto più i dolori. Questa legga imperfetta sarebbe accettabile a molti cattolici che hanno rinunciato all’idea che i diritti siano di Dio e convengono che esistono i diritti umani. Smettere di soffrire tantissimo e senza più alcuna speranza potrà da loro essere considerato accettabile sebbene per loro il limite sia “accompagnare alla morte e non darla” perché infondo è una forma di accompagnamento, invocato da chi è stremato. Questa legge dunque per loro sarebbe imperfetta ma tale da garantire anche ai non credenti la soddisfazione di un loro problema: non inchiodare alla sua sofferenza chi non trova più la sofferenza di tollerarla, in modo imperfetto, perché per loro questo diritto va garantito anche al mal di vivere non fisico, ma psichico. 

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In questo reciproco andarsi incontro si vedrebbe il vero compromesso, cioè quello al rialzo, dove ognuno è chiamato a superare il suo limite. Questo è possibile e molti dai due fronti, credente e non credente, si stanno impegnando per questo. L’informazione è chiamata a scegliere: aiutare questo processo rendendo l’opinione pubblica più consapevole di cosa è in gioco, o arroccarsi nell’identitarismo di parte? 

Se si seguono le ideologie si può può facilmente finire in uno dei due vicoli ciechi: solo Dio può decidere, io devo decidere. Sempre? Questi assolutismi mirano alla legge perfetta. Ma la legge perfetta, in questo come in altri casi, non è di questo mondo. Nel mondo imperfetto è il bene maggiore la bussola. Non ci si avvicina al bene maggiore trovando insieme il modo di capirsi, nei limiti del possibile, e procedere insieme per lenire innanzitutto le sofferenze di chi soffre di più? Le imperfezioni sono sempre perfettibili, la legge sarà migliorabile, domani. Solo il perfetto non può essere perfezionato. Quello è per sempre, immodificabile. 

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