Grecia-Turchia, perché Kastellorizo può diventare la "Sarajevo" del Mediterraneo

Kastellorizo (Castelrosso) è un'isola greca la cui militarizzazione è limitata dagli accordi di Parigi del 1947. Ora la Turchia minaccia: "Se Atene li supererà sarà lei a rimetterci"

Soldati greci a Kastellorizo

Soldati greci a Kastellorizo

Umberto De Giovannangeli 2 settembre 2020

Segnatevi questo nome: "Kastellorizo” (Castelrosso). E’ un’isola greca, non di quelle famose per il turismo e la movida. Segnatelo perché può essere la scintilla che fa scoppiare la guerra nel Mediterraneo. Una guerra turco-greca che finirebbe per coinvolgere l’Europa, la Nato e altri attori globali e regionali. "Se la militarizzazione dell'isola di Kastellorizo supererà i limiti previsti" dall'accordo di Parigi del 1947, "sarà la Grecia a perdere".


Il minaccioso avvertimento viene dal ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, tornato ad accusare Atene per l'escalation nel Mediterraneo orientale. La Turchia è "a favore di negoziati per un'equa distribuzione" delle risorse nel Mediterraneo orientale, ha aggiunto Cavusoglu. "Dopo le notizie diffuse dai media greci" sullo sbarco di soldati ellenici sull'isola dell'Egeo sudorientale, le autorità di Atene "hanno detto che si trattava di un cambio della guardia. Forze di questo tipo possono essere mantenute senza armi pesanti per ragioni di sicurezza interna. Ma ci sono dei limiti", ha sottolineato Cavusoglu. Il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, al termine di una riunione con i vertici delle Forze armate turche ha fatto sapere che “la Turchia e’ determinata a proteggere i diritti e gli interessi della Patria Blu, compresa Cipro”, riferendosi alla Repubblica turca di Cipro del Nord, entità riconosciuta solo da Ankara.


Il Sultano corsaro


Ma è dal “Sultano” di Ankara, il presidente-padrone della Turchia, Recep Tayyp Erdogan che partono le dichiarazioni più incendiarie: ”l tempo delle potenze coloniali è finito. Crediamo in questa nuova era, gli alleati della Turchia aumenteranno gradualmente”.


In un video messaggio pubblicato giovedì 30 luglio in occasione della "Festa del sacrificio" (Kurban Bayrami), l'uomo forte della Turchia aveva ricordato tutta la determinazione a “coronare una vittoria per noi e per i nostri fratelli nella vasta area geografica che va dall'Iraq alla Siria alla Libia”, specificando che il suo Paese finirà il lavoro avviato per difendere i suoi diritti nel Mediterraneo orientale e nel Mar Egeo. Promettendo di “lasciare ai nostri figli nuove vittorie”.


il quotidiano filogovernativo Yeni afak sostiene che la Turchia abbia ora il diritto di invadere le isole greche di Kastelorizo e Rodi, a causa del trasferimento delle truppe greche. Selami Kuran, docente di diritto internazionale dell'Università di Marmara scrive che “se gli sforzi politici e diplomatici falliscono, può adottare le misure necessarie in virtù del diritto legale di difesa previsto dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Può neutralizzare gli elementi militari uno per uno in aria, mare e terra”.


 


Le bordate di Ankara hanno avuto l’effetto di far i partner di Atene in questa partita che qualcuno vorrebbe anticipare a prima delle elezioni americane: dopo Tel Aviv e Il Cairo, ecco l'accoppiata Parigi-Abu Dhabi schierarsi con la Grecia.


Emmanuel Macron ha fatto partire per il Mediterraneo la portaerei Charles de Gaulle, accompagnata da fregate e sottomarini, e punta anche a vendere 18 caccia Rafale ad Atene. Gli Emirati Arabi Uniti dopo l'Accordo di pace con Israele che riveste un peso specifico anche per tutti i paesi a cavallo tra l'euromediterraneo e il Medio Oriente, intende rafforzare il dialogo con Atene: lo ha confermato al telefono al primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti. Già ai tempi del lockdown Covid i due leader avevano avuto modi di interfacciarsi: gli Eau infatti avevano fornito assistenza medica alla Grecia, mentre nelle ultime settimane da Abu Dhabi sono giunti nell'Egeo i caccia F-16 per dare manforte all'Aeronautica greca contro le provocazioni turche.


La Francia passa immediatamente all’incasso per l’aiuto concreto che sta fornendo alla Grecia. Atene starebbe perfezionando con Parigi l’acquisizione di un numero non ancora precisato di aerei da combattimento Rafale. L’accordo prevederebbe l’acquisto in una prima fase di 10/12 velivoli nuovi e il ritiro a titolo gratuito di otto macchine di seconda mano, finora in uso all’Armée de l’Air, l’aviazione militare transalpina. L’operazione permetterebbe anche la ripresa della cooperazione militare tra Francia e Grecia interrotta perché la Marina greca avrebbe ritenuto troppo oneroso il prezzo chiesto per alcune fregate da combattimento francesi.


Ancora una volta, rimarcano gli analisti militari sondati da Globalist, la Francia ha saputo dimostrare coerenza in politica estera e di Difesa mandando un forte segnale, mostrando la determinazione e la leadership di Parigi ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’Italia non ha mosso un dito, forse intimidita dal “bullismo” turco in grado, ora che Erdogan ha l’egemonia in Tripolitania, di ricattare Roma minacciando di colpire gli interessi italiani in Libia. In Libia, l’Italia continua a essere visibilmente schierata (pur facendo ben poco sul campo) dalla stessa parte di Turchia, Qatar, Fratellanza Musulmana. Sul fronte opposto Francia, Egitto, Arabia Saudita e EAU, oltre alla Russia. Roma rischia di venire percepita ormai irrimediabilmente come assente e passiva su tutti i “dossier caldi” in quello in che una volta era il “Mare Nostrum”, dove oggi sembra aver abdicato a qualsiasi ruolo di rilievo.


Per decenni, Ankara è stata solo una potenza terrestre. Dal 2000, sta investendo copiosamente sulla flotta. Surclassa ormai Atene per naviglio: oltre 120mila tonnellate contro 65mila. Cipro è indifesa. Non ha una Marina, ma solo un pugno di pattugliatori costieri. 


Annota Franco Palmas su Avvenire: “Erdogan ha gioco facile. Ha tessuto una trama circolare, quasi una tenaglia, avviluppando i potenziali nemici in una rete di basi navali, dal Corno d’Africa a Misurata, in Libia. Con il governo di Tripoli ha siglato un’intesa sulle zone economiche esclusive, dal potenziale esplosivo. L’accordo ha esteso la piattaforma turcomediterranea a 200 miglia nautiche, contro le 12 previste dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e le 6 relative al mar Egeo. Con Ankara esiste un ‘mega-problema’ a tratti irriducibile. La Turchia disconosce la Convenzione e, di conseguenza, non è possibile adire il Tribunale internazionale sul diritto del mare. La sua intesa con Tripoli è gravida di conseguenze, perché priva Atene di ampi spazi di mare, aperti a sud di Creta a promettenti ricerche energetiche; in seconda battuta, separa la Grecia da Cipro e, terzo, taglia in due il Mediterraneo, creando problemi geopolitici sulla libertà di navigazione e la posa di gasdotti fra Israele, Cipro, Grecia e l’Italia.


L’aggressività marittima dimostrata da Ankara non deve, comunque, essere letta con la sola chiave politico-economica che le ha fatto imboccare la rotta della politica del “Navtex”, una sorta di nuova "diplomazia delle cannoniere", usata per proteggere e ampliare in modo aggressivo i suoi confini marittimi. Il veemente, e prepotente, attivismo turco in mare e in politica estera deve essere anche letto in chiave interna in un momento nel quale, per effetto delle numerose epurazioni, la figura del presidente Erdogan non sembra brillare in modo particolare. A ciò si aggiunge anche il tentativo di proporsi al mondo musulmano come un riferimento politico, in grado di sfidare la potenza occidentale anche nel campo religioso. Ricordo ancora, a tal proposito, le decisioni relative alla già citata Santa Sofia, dello scorso luglio, e la trasformazione in moschea il 21 agosto scorso di un reliquiario della tradizione cristiana bizantina a Istanbul, la chiesa di San Salvatore in Chora.


Come confermano i più importanti analisti internazionali, il sogno e la determinazione turchi di appropriarsi delle acque comprese tra Creta, l’Anatolia e Cipro non svanirà quando il presidente non sarà più Erdogan. Ma se gli Stati Uniti indulgessero ulteriormente nel sostegno aprioristico ad Atene, Ankara uscirebbe definitivamente dall’orbita occidentale.


D’altro canto, l’atteggiamento turco allarma non solo l’UEema anche la leadership degli Stati Uniti. All’inizio del 2019, Washington ha revocato l’embargo sulle armi a Cipro e ha inoltre concluso un trattato sullo spiegamento di basi militari, la modernizzazione degli aerei da combattimento F-16 e l’acquisto di nuovi jet F-35.


In risposta, la Turchia ha continuato ad aumentare la sua potenza militare nella regione. Ciò è dimostrato dall’adozione della nave d’assalto anfibia multiuso “Anadolu” per il servizio nel 2020 e la progettazione di sei sottomarini di tipo 214. Allo stesso tempo, Ankara ha istituito una base militare sul territorio della Repubblica turca di Cipro del Nord, dove vengono dispiegati gli ultimi UAV turchi “Bayraktar”.


L’uso della forza per la risoluzione delle questioni regionali spinge Ankara alla giustificazione ideologica della sua politica estera, in particolare in Libia. Attualmente, il concetto di “Blue Motherland” viene attivamente diffuso all’interno del Paese. Secondo la sua tesi, la Turchia ha storicamente il diritto di fingere nei vasti territori del Mar Egeo e del Mediterraneo.


La controparte egiziana
Uno dei principali avversari di Ankara nel risiko del Mediterraneo orientale è senza dubbio il Cairo annota Pierluigi  Barberini in un documentato report per Affarinternazionali.it -. Nel corso degli ultimi anni le relazioni tra Turchia ed Egitto si sono progressivamente deteriorate, soprattutto da quando l’attuale presidente egiziano al Sisi prese il potere nel 2013 con un colpo di stato militare, rovesciando l’allora presidente ed esponente dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi, politicamente vicino ad Ankara. La partita tra quest’ultima ed il Cairo non presenta solo caratteri ideologici, importanti ma secondari nel calcolo complessivo. La posta in palio consiste da un lato nella leadership del mondo musulmano a livello regionale e mediorientale, e dall’altro nell’estendere la propria influenza e nell’affermare i propri interessi sui principali dossier in gioco. Questi ultimi spaziano dalla partita sui giacimenti di idrocarburi scoperti nella Zee egiziana e di altri Stati adiacenti, fino alla guerra per procura in Libia, dove Turchia ed Egitto sostengono due schieramenti contrapposti (rispettivamente al-Sarraj la prima, Haftar il secondo). La forte condanna egiziana dell’intesa turco-libica e le minacce di un possibile intervento militare diretto nel conflitto testimoniano la centralità della posta in gioco anche per il Cairo, e in generale la grande valenza geopolitica delle dinamiche in corso nel Mediterraneo orientale.


Ecco perché Kastellorizo può diventare la “Sarajevo” del Mediterraneo. La scintilla che fa esplodere la polveriera mediterranea.