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Marco, il combattente italiano di Afrin: la resistenza curda continuerà

Nome di battaglia Gelhat Drakon ha militato nella fila dell'Ypg ed è appena rientrato a Rovigo dopo essersi opposto a Erdogan e ai suoi tagliagola

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Marco Gelhat

Claudia Sarritzu

22 Marzo 2018


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Marco, nome di battaglia Gelhat Drakon, ha 23 anni e si vedono tutti. Un viso da bambino ma gli occhi mi sembrano sicuri, hanno quel coraggio della gioventù che ti fa mangiare il mondo e credere che davvero tutto si può cambiare se si è fedeli a se stessi e all’amore per i propri valori e ideali. Sarebbe stato un ottimo partigiano come tanti lo furono durante la seconda guerra mondiale a Rovigo, ma è nato nel 1995 Marco e l’unica guerra che si sta combattendo per un pezzo di libertà e non solo di terra, oggi, è quella dei curdi contro l’Isis prima e ora per fermare la follia di Erdogan.
E’ appena tornato a casa, per lui sono giorni frenetici. 
Cosa lo ha spinto ad arruolarsi? Del resto Non è la “loro” guerra, ma è anche la nostra, d’altronde il battito di ali di una farfalla fa sentire i suoi effetti molto lontano… L’indifferenza per le umane genti, ovunque siano, è una brutta malattia debilitante.

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Purtroppo la paura facilmente copre il rumore delle catene che ci stringono. Non te ne liberi mai. Un pericolo imminente può essere materiale, ma la paura è un veleno dell’immaginazione. E come ogni veleno bisogna imparare ad utilizzarlo.
La rivoluzione curda non sarebbe mai stata possibile senza l’apporto delle donne, dalla fondazione del Pkk allo Ypg,hanno avuto un ruolo fondamentale da Sakine Cansiz ad Avesta Khabur nel ricordare al mondo che è possibile ribaltare quella forma mentis patriarcale al limite dello schiavismo, e chiusa da un rigido conservatorismo che vive da secoli in medio oriente. E’ pur sempre bene ricordarsi che la parola “amargi”, in sumero, significa tra le sue possibili interpretazioni  “ritorno alla madre”.
Chi sono veramente i miliziani del sedicente esercito libero siriano?
C’è una grande confusione che regna sopra l’argomento. Definirei le Fsa come un fantoccio dello stato turco; la composizione dei milizie d’altronde è variegata e comprende fondamentalisti islamici come i nazionalisti turchi, un esempio: i lupi grigi.
Qual è la situazione ad Afrin città e nel cantone?
La situazione è ancora grave.La città è stata evacuata in parte e il cantone è quasi del tutto sotto il controllo della Turchia e dei suoi alleati. Mentre La popolazione soffre la fame e sete (la rete idrica è in mano turca), al contempo si sta cercando di salvaguardare le famiglie spostandole in zone sicure dello Ypg e di Assad, almeno temporaneamente. L’Onu sta pensando di creare un campo profughi, però questo dipende da discussioni internazionali.
Come si sta organizzando la resistenza curda?
La resistenza curda continuerà seguendo tattiche di guerriglia montana, di hit and run, attacchi a sorpresa, celandosi e adattandosi all’ambiente circostante. Organizzata in piccole unità di composizione variabile ma pur sempre limitata.
Erdogan dice che la loro presenza è temporanea, ma qual è il disegno politico-strategico della Turchia nel Rojava?
L’esercito regolare turco non credo rimarrà nel cantone, ma sarà lasciato nelle mani dei propri accoliti tagliagole. Penso sia un disegno politico che Erdogan avanzerà ad un futuro tavolo di trattative con Usa e Russia per ridisegnare la Siria avanzando le sue proposte politico-economiche, probabilmente vantandosi del grande lavoro di estirpazione della minaccia “terroristica”. E’ abbastanza irrealistico pensare che la Turchia possa attaccare Manbij con gli americani in mezzo. C’è sempre da dire che le dichiarazioni di membri delle Fsa di arrivare a Mosul suonano abbastanza propagandistiche… ma sono pur sempre gruppi imprevedibili nelle azioni, e nel calderone chiamato Siria tutto può accadere.
Cosa vorresti che l’opinione pubblica sapesse di Afrin?
Vorrei che l’opinione pubblica si indignasse per quello che accade. E’ un mondo favolistico che sembra lontano come una mille e una notte, tutto tace perché le potenze parlano e l’occidente rimane in silenzio. Riprendendo John Donne potrei ribadire che nessun uomo è un’isola, ma che ogni uomo è un pezzo di continente; la morte di ogni uomo è un fardello in quanto l’umanità è la mia/nostra casa. Non servono le molotov o le distruzioni insensate che coalizzerebbero le forze Nato ancora di più qui in Europa; ma una discussione seria a livello internazionale che possa fermare un genocidio in atto nei confronti di un popolo che è quello curdo.
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