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Verso Cop27: un miliardo di bambini a rischio di shock climatici

Allarme è Paloma Escudero, Capodelegazione dell’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia,  alla Cop27 e Direttore della Comunicazione e dell’Advocacy.

Verso Cop27: un miliardo di bambini a rischio di shock climatici
Cambiamenti climatici

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Novembre 2022 - 17.07


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Un miliardo di bambini al mondo sono esposti  a un “rischio estremamente elevato” di subire shock climatici.

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A lanciare l’allarme è Paloma Escudero, Capodelegazione dell’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia,  alla Cop27 e Direttore della Comunicazione e dell’Advocacy.

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 “Nell’agosto 2021, l’Unicef ha lanciato l’Indice di rischio climatico dei bambini, il primo indice climatico al mondo incentrato sui bambini. L’indice ha rilevato che 1 miliardo di bambini a livello globale – quasi la metà dei bambini del mondo – sono esposti a un “rischio estremamente elevato” di subire shock climatici come ondate di calore, cicloni, inondazioni e scarsità d’acqua. Quest’anno  – spiega Escudero – abbiamo analizzato più da vicino le ondate di calore e il modo in cui i bambini ne sono colpiti, col rapporto: “L’anno più freddo del resto della loro vita. Proteggere i bambini dall’impatto crescente delle ondate di calore”. 

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Grazie ai nostri partner di The Data Collaborative for Children, che hanno guidato questa analisi, vorrei condividere quattro risultati e cifre chiave. 

559 milioni di bambini, ovvero 1 su 4, sono attualmente esposti a una frequenza elevata di ondate di calore. Entro il 2050, si prevede che quasi tutti i bambini sulla terra – poco più di 2 miliardi – dovranno affrontare frequenti ondate di calore, indipendentemente dal fatto che il mondo raggiunga uno “scenario a basse emissioni di gas serra” – con un riscaldamento stimato di 1,7 gradi nel 2050 – o uno “scenario a emissioni di gas serra molto elevate”, con un riscaldamento stimato di 2,4 gradi nel 2050. 

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528 milioni di bambini sono colpiti oggi da un’elevata durata delle ondate di calore. Questa cifra salirà a 1,6 miliardi di bambini nel 2050 in uno “scenario a basse emissioni di gas serra” o a 1,9 miliardi di bambini in uno “scenario a emissioni di gas serra molto elevate”. 

28 milioni di bambini sono esposti oggi a una gravità elevata delle ondate di calore. In uno scenario a “basse emissioni di gas serra”, il numero di bambini esposti sarà quasi quadruplicato, raggiungendo i 100 milioni. In uno scenario a “emissioni molto elevate”, il numero di bambini esposti aumenterà di quasi otto volte, raggiungendo i 212 milioni. 

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740 milioni di bambini vivono oggi in Paesi che registrano un caldo estremo, con 84 o più giorni all’anno che superano i 35 gradi Celsius. Questa cifra salirà a circa 816 milioni entro il 2050 in uno “scenario a emissioni di gas serra molto elevate”. 

Quest’anno – in tutto il mondo – abbiamo avuto la prova dei crescenti pericoli rappresentati dai cambiamenti climatici. Dalle inondazioni storiche in Asia, alle siccità mortali in Africa, agli incendi e alle ondate di calore che hanno colpito l’India, l’Europa e il Nord America, è chiaro che la crisi climatica è arrivata e sta avendo un impatto devastante sul benessere dei bambini e dei giovani di tutto il mondo. 

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I neonati e i bambini piccoli sono meno capaci di regolare la loro temperatura corporea rispetto agli adulti, il che li espone a un rischio maggiore quando sono colpiti dal caldo elevato. Oltre a minacciare la salute dei bambini, le ondate di calore minacciano anche il loro accesso al cibo e all’acqua, la loro istruzione e i loro futuri mezzi di sostentamento. 

L’anno scorso molti di noi hanno affrontato ondate di caldo estremo nelle città in cui vivono. E mentre ci spostavamo in casa, bevevamo di più, chiudevamo le scuole in alcuni luoghi e adottavamo molte altre misure per mantenere noi stessi e i nostri giovani al sicuro, una conclusione spaventosa è apparsa evidente a tutti noi: se pensate che quest’estate sia stata calda, aspettate l’anno prossimo, e l’anno dopo ancora, e l’anno dopo ancora. Infatti, per i nostri bambini, questo è stato probabilmente l’anno più freddo della loro vita. 

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C’è un’ingiustizia intrinseca in tutto questo: alcuni dei Paesi meno responsabili della crisi climatica sono quelli che si riscaldano più velocemente e che affrontano gli impatti più frequenti e dannosi. I bambini delle comunità più povere affrontano i rischi maggiori delle ondate di calore, ma spesso ricevono meno sostegno. È più probabile che non abbiano accesso a meccanismi di adattamento che potrebbero offrire protezione, come l’aria condizionata, un riparo, l’acqua per l’idratazione e l’assistenza sanitaria per le cure. Dobbiamo dotare le comunità delle risorse necessarie per resistere alle ondate di calore che inevitabilmente dovranno affrontare. Quindi, ancora una volta, lanciamo un allarme. 

L’Unicef chiede ai leader mondiali adesso e alla Cop27 in Egitto di agire immediatamente per proteggere i bambini dalla devastazione climatica adattando i servizi sociali essenziali su cui fanno affidamento, come l’acqua, la salute, la nutrizione e l’istruzione. Tutti i servizi sociali devono essere attenti al clima e tutte le politiche e i piani climatici devono essere attenti ai bambini. I Paesi sviluppati devono mantenere gli impegni assunti alla Cop26 di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento climatico, portandoli almeno a 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, come passo verso la destinazione di almeno 300 miliardi di dollari all’anno per l’adattamento entro il 2030.  Tutti i governi devono rivedere i loro piani climatici nazionali e ridurre le emissioni di almeno il 45% entro il 2030 per mantenere il riscaldamento a non più di 1,5 °C. I Paesi del G20 dovrebbero agire in prima linea”. 

Così Escudero

 Quella Cop blindata

Ne dà conto, in un documentato report su Linkiesta, Fabrizio Fasanella.

 Scrive Fasanella: «Le tattiche della National security agency (Nsa) e le sue costanti minacce e intimidazioni, stanno distruggendo le vite di attivisti, difensori dei diritti umani e operatori delle Ong. Non possono lavorare né viaggiare e passano le giornate temendo di essere arrestati. L’obiettivo è chiaro: stroncare l’attivismo politico e quello per i diritti umani», queste dichiarazioni di Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International, riassumono perfettamente il clima di terrore e di repressione che aleggia in Egitto, sede della ventisettesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 (6-18 novembre). 

In un periodo in cui, tra zuppe lanciate sui quadri e vetrine imbrattate, l’attivismo e la disobbedienza civile per il clima  sono al centro dell’attenzione mediatica, la Cop27 di Sharm el-Sheikh potrebbe essere contraddistinta da una scarsissima presenza della società civile.

Quest’ultima, però, è un elemento chiave per la credibilità di un appuntamento in cui la voce delle nuove generazioni non può rimanere inascoltata. Ecco perché Greta Thunberg, presente a Glasgow nel 2021, ha deciso di non partecipare all’evento climatico più importante dell’anno: «Lo spazio per la società civile sarà estremamente limitato. La polizia non garantirà l’opportunità di una mobilitazione. Le conferenze Cop non intendono davvero cambiare l’intero sistema. Sono utili per i progressi graduali, ma non per i cambiamenti radicali».

Da mesi gli attivisti ambientali stanno aspramente criticando la scelta di organizzare la Cop27 in uno Stato che conta circa mille prigionieri politici e in cui il dissenso viene represso con violenze e arresti. Critiche che, a meno di una settimana dall’inizio, si stanno sempre più concretizzando. Sotto il governo di Abdel Fattah al-Sisi le manifestazioni pubbliche sono di fatto vietate, e già questa è una partenza in salita. In più, diversi quotidiani internazionali hanno accusato gli organizzatori della Cop di aver limitato gli accrediti e i badge riservati agli attivisti, soprattutto quelli provenienti dalle Nazioni più povere. 

Ufficialmente, il governo egiziano ha affermato che l’inclusione della società civile alla Cop27 è una priorità, concedendo a 35 Ong locali di partecipare alla conferenza. La realtà, però, pare non così rosea. Hossam Bahgat, fondatore dell’Egyptian initiative for personal rights (Eipr), ha detto all’agenzia Reuters che «l’elenco delle organizzazioni accreditate non include una singola associazione per i diritti umani: non c’è nessuno dei gruppi indipendenti per i diritti umani in Egitto, compresi quelli che stanno lavorando sul rapporto tra diritti umani, giustizia ambientale e giustizia climatica».

Tuttavia, secondo un portavoce della Cop27 sentito sempre da Reuters, il processo di selezione dei membri della società civile è stato «completamente trasparente» e approvato dall’Onu dopo minuziose verifiche. Ufficialmente, secondo le Nazioni unite, sono state accreditate circa diecimila persone provenienti da quasi duemila organizzazioni diverse: numeri simili a quelli della Cop26 di Glasgow.

Per gli attivisti non sarà semplice accedere all’area di Sharm el-Sheikh da domenica 6 novembre. La città egiziana, situata tra il deserto della penisola del Sinai e il Mar Rosso, è delimitata dal mare (da un lato) e da un muro di cemento e filo di ferro di 36 chilometri (dall’altro) che la separa dal deserto. Si può raggiungere in aereo o attraverso strade colme di posti di blocco delle forze di sicurezza egiziane. Sharm el-Sheikh sarà blindatissima e, secondo Bahgat, «sarà praticamente impossibile entrare per chiunque non sia accreditato per la Cop27».

A scoraggiare gli attivisti, specialmente quelli provenienti dai Paesi più poveri, sono anche i prezzi degli hotel. Solo tre settimane fa il governo egiziano ha messo a disposizione delle stanze a trenta-quaranta dollari a notte e annunciato un tetto massimo di centoventi dollari per gli alberghi a due stelle.

Una decisione presa estremamente in ritardo, secondo i membri di diverse organizzazioni: «C’è un problema di accesso per la nostra gente dall’Africa. Sarà un vertice altamente regolamentato e non ci sarà spazio per le domande scomode», ha detto Omar Elmawi, attivista per il clima dell’Africa orientale e membro della Cop27 Coalition

I timori di Elmawi e Bahgat sono confermati da un report di Human rights watch, secondo cui il governo egiziano – anche attraverso la violenza e finanziamenti arbitrari – ha costantemente scoraggiato e represso i gruppi ambientalisti locali, costringendo alcuni membri a lasciare lo Stato. L’Ong con sede a New York sostiene che dal 2014, anno di insediamento di Abdel Fattah al-Sisi, lo spazio per l’ambiente e per il clima si sia drasticamente ridotto all’interno del Paese. Gli attivisti – rimasti anonimi – intervistati da Human rights watch hanno parlato di molestie, intimidazioni, restrizioni di movimento e arresti: ingredienti che creano un’atmosfera generale di paura. Lo stesso clima descritto a inizio ottobre da alcuni membri indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc). 

«La crisi climatica non riguarda il pianeta. Il pianeta sopravviverà a tutti noi. La crisi climatica riguarda la vita sul pianeta. E la vita in Egitto, ora, è molto pericolosa. Mio fratello non deve morire in prigione», ha detto con la voce rotta Sanaa Seif, sorella dell’attivista Alaa Abd-el Fattah (condannato a cinque anni di carcere e in sciopero della fame da più di duecento giorni), durante un intervento al Parlamento europeo.  Inoltre, la Cop 27 deve rappresentare un momento per ribadire che tutti i bambini e i giovani devono essere inclusi in tutti i processi decisionali relativi al clima. Nel 2019, durante la Cop25 a Madrid, un gruppo di Leader mondiali si è unito ai giovani attivisti in un momento storico: per firmare una Dichiarazione intergovernativa sui bambini, i giovani e l’azione per il clima. Come uno dei custodi della Dichiarazione, l’Unicef sta chiedendo agli Stati che non l’hanno già fatto di aderire alla Dichiarazione in occasione della prossima Cop27”.

Così Fasanella.

Una Cop blindata, quella in programma a Sharm el-Sheikh. Che servirà come vetrina internazionale per colui che è a capo di uno Stato di polizia, dove la tortura è la regola e ogni forma di dissenso è considerata come un attentato alla sicurezza nazionale. Quello che si respira nell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi è un clima mefitico. In ogni senso.

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