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Disuguaglianza e Crisi climatica: una miscela che fa esplodere il pianeta

L'allarme lanciato oggi in un nuovo rapporto diffuso dalla Loss and Damage Collaboration, di cui Oxfam fa parte assieme ad oltre 100 ricercatori, attivisti e decisori politici da tutto il mondo.

Disuguaglianza e Crisi climatica: una miscela che fa esplodere il pianeta

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24 Ottobre 2022 - 18.59


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I cambiamenti climatici, una piaga planetaria. Una piaga che marchia un mondo sempre più diseguale e devastato. In media ogni anno 189 milioni di persone vengono colpite da eventi climatici estremi nei Paesi in via di sviluppo, da quando, nel 1991, si è iniziato a misurare i costi del cambiamento climatico per i Paesi a basso reddito.

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È l’allarme lanciato oggi in un nuovo rapporto diffuso dalla Loss and Damage Collaboration, di cui Oxfam fa parte assieme ad oltre 100 ricercatori, attivisti e decisori politici da tutto il mondo. Un dossier che, a poche settimane dall’inizio della Cop 27, denuncia come i Paesi ricchi si siano ripetutamente opposti a qualsiasi tentativo di finanziare la risposta alla crisi climatica nei Paesi poveri, responsabili solo in minima parte dell’attuale emergenza.

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 In 20 anni il comparto fossile ha realizzato profitti stratosferici, mentre 55 tra i paesi più colpiti dalla crisi climatica hanno subito danni per 500 miliardi di dollari

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Bastano alcuni dati per restituire la fotografia di quanto disuguaglianza e crisi climatica procedano di pari passo. Solo nella prima metà del 2022, sei tra i più grandi attori dell’industria mondiale dei combustili fossili (BP, Shell, Chevron, Exxon Mobil, Total e Eni) hanno realizzato profitti superiori per 70 miliardi di dollari al costo associato ai disastri climatici, che hanno colpito i Paesi in via di sviluppo nei primi sei mesi dell’anno.  Complessivamente, 55 tra i Paesi più poveri al mondo hanno subito perdite economiche da eventi climatici estremi per 500 miliardi di dollari nei primi 20 anni del secolo. 

“Mentre i profitti per chi vende energia da combustibili fossili sono aumentati vertiginosamente da anni, milioni di persone che vivono nei luoghi più disagiati del pianeta pagano un conto salatissimo al cambiamento climatico –  annota  Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia – Il comparto fossile ha realizzato profitti stratosferici tra il 2000 e 2019: un ammontare che supera di quasi 60 volte il costo della crisi climatica nei 55 Paesi più vulnerabili analizzati”.

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 Il 97% delle persone colpite da disastri climatici vive nei Paesi in via di sviluppo

Secondo le stime riportate nel report, il 79% delle vittime registrate e il 97% delle persone colpite da eventi climatici estremi dal 1991 viveva nei Paesi in via di sviluppo. II numero di disastri climatici nelle aree più povere del pianeta è più che raddoppiato nello stesso periodo causando oltre 676 mila vittime.

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L’Africa – secondo i dati dell’African Development Bank – sta perdendo tra il 5 e il 15% di Pil pro-capite all’anno a causa dei cambiamenti climatici, pur essendo responsabile di meno del 4% delle emissioni inquinanti a livello globale.

Caos climatico in Pakistan e Africa orientale

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Le catastrofiche inondazioni di quest’anno in Pakistan hanno colpito direttamente almeno 33 milioni di persone e i costi sono stati stimati in oltre 30 miliardi di dollari. Eppure l’appello umanitario delle Nazioni Unite per le alluvioni è stimato in appena 472,3 milioni di dollari (poco più dell’1% del necessario) e finanziato solo per il 19%. Una risposta del tutto insufficiente per aiutare milioni di persone che hanno perso i loro mezzi di sostentamento, stretti nella morsa di fame, malattie, conseguenze psicologiche del disastro. Il Pakistan sarà costretto a richiedere un altro prestito al FMI per riprendersi dalle inondazioni. Se venisse istituito un fondo ad hoc per il finanziamento delle perdite e dei danni,risorse nuove e addizionali potrebbero arrivare sotto forma di sovvenzioni, per garantire che il Paese non sia gravato da nuovo debito all’indomani di un disastro causato dal clima.

Allo stesso tempo, in Africa orientale a causa della terrificante siccità che ha colpito i paesi dell’area, in media 1 persona ogni 36 secondi potrebbe letteralmente morire di fame nei prossimi mesi. Il numero di persone che soffrono la fame è infatti già oltre quello registrato nel corso della carestia del 2011, quando morirono oltre 250 mila persone. Anche qui però l’appello delle Nazioni Unite per rispondere all’emergenza è al momento sotto finanziato per oltre 3 miliardi di dollari.

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Alla Cop 27 bisognerà trovare un accordo sui finanziamenti necessari a fronteggiare le perdite causate dalla crisi climatica

“Non siamo di fronte ad uno scenario futuro, ma ad una catastrofe umanitaria che si sta consumando in questo momento – aggiunge Petrelli – Il tema dei finanziamenti necessari ad affrontare il costo dell’impatto sempre più distruttivo del cambiamento climatico – che non riesce ad essere scongiurato dalle politiche di mitigazione e adattamento adottate sino ad oggi – è destinato ad essere al centro della prossima Cop27 che si terrà a novembre a Sharm El-Sheikh in Egitto. Alla conferenza i Paesi in via di sviluppo chiederanno di agire dopo decenni di ritardi, rinvii e promesse non mantenute. Ci uniamo a questo appello perché senza un’azione immediata ed efficace ancora tantissime vite andranno perse. Non è troppo tardi, il vertice inizierà tra sole due settimane e sarà necessario trovare un accordo sui finanziamenti per far fronte alle perdite e ai danni causati dalla crisi climatica. Dobbiamo recuperare l’enorme ritardo accumulato e non perdere l’occasione”.

Alla Cop26 dello scorso anno, i Paesi in via di sviluppo erano uniti nel chiedere l’istituzione di un fondo ad hoc per il finanziamento delle perdite e dei danni, per garantire un approccio globale agli impatti climatici. Tuttavia la proposta è stata respinta dai Paesi più ricchi a favore di un dialogo triennale – il Dialogo di Glasgow – privo di obiettivi tangibili. Una scelta compiuta senza tener conto che ogni lieve aumento delle temperature globali comporterà ulteriori catastrofi climatiche con un conto in termini di perdite stimato tra i 290 e i 580 miliardi di dollari entro il 2030 per i Paesi in via di sviluppo. Nel calcolo non sono per altro incluse le perdite e i danni non economici, come l’impatto psicologico sulla popolazione o la perdita di biodiversità, gravissimi ma non completamente traducibili in termini monetari.

“Senza un immediato cambio di rotta, non si potrà evitare un aumento di 2,7°C delle temperature globali rispetto ai livelli pre-industriali e questo avrà effetti ancor più devastanti”, conclude Petrelli.

Quel Papa ambientalista

Tredici luglio 2022. Da SIR (Servizio Informazione Religiosa). “Il fenomeno del cambiamento climatico è diventato un’emergenza che non resta più ai margini della società. Ha assunto un posto centrale, rimodellando non solo i sistemi industriali e agricoli, ma anche colpendo negativamente la famiglia umana globale, in particolare i poveri e coloro che vivono alle periferie economiche del nostro mondo”. Torna a parlare dell’emergenza climatica Papa Francesco e lo fa oggi in un messaggio inviato ai partecipanti alla Conferenza promossa dalla Pontificia Accademia delle Scienze sul tema “Resilience of People and Ecosystems under Climate Stress”, che si svolge in Vaticano, presso la Casina Pio IV il 13 e il 14 luglio. “Oggi – scrive il Papa – ci troviamo di fronte a due sfide: ridurre i rischi climatici riducendo le emissioni e assistere e consentire alle persone di adattarsi al progressivo peggioramento dei cambiamenti climatici. Queste sfide ci invitano a pensare a un approccio multidimensionale per proteggere sia gli individui che il nostro pianeta”. Il Santo Padre ricorda che, nel Libro della Genesi, il Signore affidò all’uomo la responsabilità di essere amministratore del dono della creazione. “Alla luce di questi insegnamenti biblici, quindi, prendersi cura della nostra casa comune, anche a prescindere dalle considerazioni sugli effetti del cambiamento climatico, non è semplicemente uno sforzo utilitaristico, ma un obbligo morale per tutti gli uomini e le donne in quanto figli di Dio”, scrive Francesco. Nel messaggio, il Papa invita a chiedersi: “Che tipo di mondo vogliamo per noi stessi e per coloro che verranno dopo di noi?”. E rilancia quella “conversione ecologica” che propose nella Laudato si’ e che, aggiunge, “richiede un cambiamento di mentalità e un impegno a lavorare per la resilienza delle persone e degli ecosistemi in cui vivono”. Il Papa torna a chiedere “sforzi coraggiosi, cooperativi e lungimiranti” e si rivolge ai leader religiosi, politici, sociali e culturali perché si trovino “soluzioni concrete ai gravi e crescenti problemi che stiamo affrontando”. Due “ulteriori” preoccupazioni si sono aggiunte, dice Francesco: la perdita di biodiversità e “le numerose guerre in corso in varie regioni del mondo che insieme portano con sé conseguenze dannose per la sopravvivenza e il benessere dell’uomo, compresi problemi della sicurezza alimentare e dell’aumento dell’inquinamento”. Queste crisi, insieme a quella del clima terrestre, dimostrano che “tutto è connesso” e che “promuovere il bene comune a lungo termine del nostro pianeta è essenziale per una vera conversione ecologica”. Nel ringraziare i partecipanti al convegno per il lavoro di questi giorni dedicato all’esame dell’impatto dei cambiamenti nel nostro clima e alla ricerca di soluzioni pratiche, il Santo Padre conclude: “Lavorando insieme, uomini e donne di buona volontà possono affrontare la portata e la complessità delle questioni che ci attendono, proteggere la famiglia umana e il dono della creazione di Dio dagli estremi climatici e promuovere i beni della giustizia e della pace”.

L’economia che uccide

Illuminante in proposito è l’editoriale di  Andrea Tornielli

“Fin dal novembre 2013, nell’esortazione Evangelii gaudium che rappresenta la “road map” del pontificato, Francesco aveva parlato di un’economia “che uccide”. «Oggi — scriveva il Papa — tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in sé stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa… Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”».

Queste parole, che avevano fatto ricadere sul Pontefice l’accusa grossolana quanto infondata di marxismo mossagli da commentatori ignari di Dottrina Sociale della Chiesa, rimangono quantomai attuali. E Francesco è tornato a parlare in modo chiaro e inequivocabile da Assisi, rivolgendosi ai giovani, per chiedere con urgenza un cambiamento del modello di sviluppo, se vogliamo salvare l’umanità minacciata da pandemie, guerre e cambiamenti climatici.

«Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica — ha detto il Papa ai giovani di “Economy of Francesco” — si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra. Sono tante le persone, le imprese e le istituzioni che stanno operando una conversione ecologica. Bisogna andare avanti su questa strada, e fare di più. Questo “di più” voi lo state facendo e lo state chiedendo a tutti. Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo. La situazione è tale che non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale, che può non servire: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli».

Non basta dunque qualche azione superficiale, non bastano gli interessati espedienti di “greenwashing” per far continuare tutto come prima. Bisogna mettere in discussione subito il modello di sviluppo. Quello del Papa è un appello che va alla radice del problema e che non è stato adeguatamente accolto, compreso e sostenuto in questi anni. Rispetto al 2013, la situazione è ancora più tragica, a motivo della guerra scoppiata nel cuore dell’Europa con l’aggressione russa all’Ucraina, che ha fornito motivazioni ai governi per richiudere nei cassetti le già poco incisive politiche ecologiche. Papa Francesco, che nell’enciclica Laudato si’ aveva mostrato come fame, guerre, migrazioni e cambiamenti climatici fossero interconnessi, ha ricordato da Assisi che «il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido», chiedendo di preferire, tra le soluzioni ambientali, quelle che «riducono la miseria e le diseguaglianze».

Ma anche se il futuro del mondo ci appare oggi a tinte fosche per l’incombere della folle minaccia nucleare e l’altrettanto folle corsa al riarmo, quello che arriva da Assisi è un messaggio di speranza: ci sono giovani decisi ad impegnarsi con creatività per una economia nuova, per un’economia diversa e più umana, per una finanza nuova che non abbia al centro il “dio denaro” ma l’essere umano. Il modello di sviluppo potrà essere cambiato soltanto con una partecipazione dal basso, e da governi convinti della necessità di scelte lungimiranti per garantire un futuro alla terra e a chi la abita”.

Più chiaro di così… 

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