Cop26, tutte le verità scomode su un fallimento annunciato
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Cop26, tutte le verità scomode su un fallimento annunciato

È ormai evidente come vi sia una chiara correlazione tra le emergenze climatiche e le migrazioni forzate, ha dichiarato ieri l’Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati

Lotta contro i cambiamenti climatici
Lotta contro i cambiamenti climatici
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

7 Novembre 2021 - 11.16


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Cop 26, un fallimento annunciato. Perché, come nella favola del “Re nudo” a un certo punto c’è un bambino, simbolo di una arguta innocenza, che svela la verità che tutti vedono ma che nessuno vuole gridare. Per paura, per ignavia, per ottusa complicità. E sulla lotta contro il cambiamento climatico, la verità è che senza un cambiamento di sistema, senza una critica radicale all’attuale modello di sviluppo, senza porre al centro dell’agire globale la giustizia sociale, che tiene in sé la giustizia ambientale, il destino del pianeta è segnato. Ma quel cambiamento di sistema non può essere determinato, guidato e neanche pensato, da coloro che, per complicità o ignavia, a quel sistema hanno portato acqua e soldi, tanti soldi. E leggi pro inquinamento, pro deforestazione…

Le verità scomode

È ormai evidente come vi sia una chiara correlazione tra le emergenze climatiche e le migrazioni forzate, ha dichiarato ieri l’Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati, implorando i leader mondiali a passare dalle parole ai fatti e intensificare gli aiuti destinati alle persone in fuga e alle comunità che le accolgono, per prevenire e mitigare le perdite e i danni nelle regioni più vulnerabili.
Mentre la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop 26) entra nella sua settimana finale e si concentra sulle strategie di adattamento, l’Unhcr ha lanciato un appello ad assicurare maggiore assistenza alle comunità e ai Paesi che, pur risultando tra i più colpiti dall’emergenza climatica, ricevono meno supporto. È necessario concentrare tali sforzi a favore di progetti di adattamento implementati a livello comunitario per aiutare i milioni di persone alle prese con gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, molte delle quali, spesso, sono state costrette a fuggire più volte.
“La maggior parte delle persone a cui assicuriamo sostegno proviene dai Paesi più esposti all’emergenza climatica o è accolta da Stati da questa parimenti colpiti”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Si tratta di persone esposte a catastrofi correlate ai cambiamenti climatici, quali alluvioni, siccità e desertificazione, ovvero eventi che distruggono mezzi di sussistenza e alimentano conflitti, costringendo alla fuga. Sono urgentemente necessari un nuovo modo di pensare, innovazioni, finanziamenti dai più ricchi e la volontà politica di, quanto meno, contenere gli effetti di tale situazione, se non quella di provare a migliorarla”.
A Glasgow, il Consigliere Speciale dell’Unhcr sull’azione per il clima, Andrew Harper, sta mettendo in evidenza quale sia l’impatto dei cambiamenti climatici sulle persone in fuga. Il 90 per cento dei rifugiati che ricadono sotto il mandato dell’Unhcr e il 70 per cento degli sfollati interni provengono da Paesi vulnerabili meno pronti ad adattarsi. Molti altri milioni di persone, ogni anno, sono costretti a fuggire dalle proprie case per effetto di catastrofi naturali. Harper illustrerà le modalità con cui i cambiamenti climatici stanno già aggravando le vulnerabilità in numerose regioni che accolgono persone costrette a fuggire. In Afghanistan, l’innalzamento delle temperature e gli episodi sempre più frequenti di siccità hanno esacerbato gli effetti di 40 anni di conflitto, aggravando la carenza di scorte alimentari in un Paese in cui si registrano oltre 3,5 milioni di sfollati interni. In Mozambico, il conflitto ha costretto 730.000 persone a fuggire, mentre il Paese è in ginocchio, colpito dai cicloni.
Nel Sahel, le temperature aumentano 1,5 volte più rapidamente che nel resto del pianeta e le conseguenze derivanti dalla crisi climatica inaspriscono la competizione per accaparrarsi le risorse in aree in cui i gruppi armati si avvantaggiano già della debole presenza del governo, della povertà e delle tensioni etniche. Sostenendo la Strategia integrata delle Nazioni Unite nel Sahel, l’Unhcr ha riunito una serie di esperti in analisi predittive nell’ambito di un progetto volto a prevedere le modalità con cui i cambiamenti climatici produrranno i propri effetti sui rischi e a sostenere le attività umanitarie, di sviluppo e di costruzione della pace.
L’Unhcr lavora in 130 Paesi assicurando protezione e assistenza alle persone costrette a fuggire e alle comunità di accoglienza, supportandole affinché possano adattarsi e trovare soluzioni per vivere in condizioni climatiche sempre più inospitali. “Siamo operativi in numerose aree già soggette al devastante impatto provocato dall’aumento di temperatura di 1,5 gradi”, ha dichiarato Harper. “Non possiamo più permetterci altre conferenze sul clima e altri impegni disattesi. Le persone in fuga e le comunità che le accolgono hanno bisogno di aiuto ora, per poter rafforzare le proprie capacità di resilienza e resistere all’incombente incremento di eventi segnati da condizioni climatiche estreme”.
“Le migrazioni forzate rientrano tra le più devastanti conseguenze dei cambiamenti climatici sugli esseri umani e mostrano le profonde disuguaglianze esistenti nel mondo”, ha aggiunto l’Alto Commissario Grandi. “Agire insieme a coloro che stanno già soffrendo gli effetti dei cambiamenti climatici, specialmente le persone costrette a fuggire, è di fondamentale importanza per conseguire soluzioni che abbiano successo. Ma queste persone hanno bisogno dell’aiuto della comunità internazionale, e ne hanno bisogno ora”.

Giustizia sociale vo cercando

Rimarca Jean Paul Fitoussi, Professore emerito all`Institut d`Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all`Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione.: Adesso i governi hanno capito che la lotta contro il riscaldamento climatico implica il dover dare una importanza molto più grande di quanto sia stato finora fatto, alla questione sociale. Quello che ha impedito di condurre con efficacia la lotta al riscaldamento climatico è il fatto è che quando si mette in moto questa politica si rende più povera una parte importante della popolazione, che protesta. Un discorso che non investe solo i tanti Sud del mondo ma riguarda anche l’Occidente più ricco, l’Europa stessa. Le faglie sociali attraversano anche le nostre società. Siamo arrivati ad uno stato di diseguaglianza tale che una parte sempre più consistente della popolazione non può sopportare. Non può sopportare, pena un ulteriore impoverimento, la lievitazione del pezzo del petrolio, per fare un esempio. I Paesi, non solo le leadership ma l’insieme della comunità nazionale, hanno capito che la storia è molto più complessa di quella che volevano fare e che non è solamente il problema del riscaldamento climatico a proiettare pesanti ombre sul futuro del mondo ma anche il problema della coesione sociale. Per certi versi, la lotta contro la diseguaglianza è propedeutica a quella contro il cambiamento climatico”.

Eppur si muove

Centomila persone, secondo gli organizzatori, si sono raccolte ieri mattina al Kelvingrove Park per la Marcia della Giornata globale per la giustizia climatica e hanno sfilato per tutto il pomeriggio sotto la pioggia. Come nella manifestazione di venerdì anche ieri a marciare con i manifestanti fino al Green Park c’era Greta Thunberg. Marce per il clima si sono svolte anche a Londra e in altre città della Gran Bretagna e dell’Irlanda, per un totale di 200 eventi. 

Manifestazioni di protesta si sono svolte anche in altri Paesi. Gli attivisti nelle Filippine avevano già finito la loro protesta quando è iniziata quella a Glasgow, scrive il Guardian, riferendo di marce in Corea del Sud, Indonesia, Olanda, Francia e Belgio. A Londra centinaia di manifestanti si sono riuniti davanti alla banca d’Inghilterra, dando via ad una lunga marcia verso Trafalgar square al suono dei tamburi con striscioni del movimento Extinction rebellion. Centinaia di attivisti si sono riuniti anche al parco della Rimembranza a Dublino, mentre un’analoga manifestazione si è tenuta a Belfast, in Irlanda del Nord. A sfilare per le strade di Glasgow non c’erano solo i Fridays for future. C’erano gli Scientist Rebellion, scienziati giovani e in pensione, che in tuta da laboratorio si sono incatenati a vicenda e hanno bloccato il King George V bridge, un punto nevralgico della città. L’unico altro momento di tensione è stato l’arresto di un manifestante del Partito comunista in Saint Vincent street, che si era opposto al cordone della polizia. Ma le voci di giovani e anziani che dal corteo chiedono azioni pratiche ai governi del mondo sono state tante e diverse. Chris, 31 di Glasgow, affetto da Sla e una bandiera scozzese e una della Ue sulla carrozzina. È lui il simbolo della giornata, all’agenzia Ansa ha detto: “Il mondo brucia, la gente vuole un futuro”. La Cop26 cambia poco, dobbiamo far sentire la nostra voce”. L’hanno fatta sentire i tantissimi giovani, ma anche Fred, che di anni ne ha 66 ed è venuto dalla Pennsylvania. “Voglio sostenere il cambiamento – dice -. Serve un cambio di sistema”, ha detto mentre sul suo cartello chiede lavori sostenibili.

C’erano anche i Climate Healers, che denunciano quanto poco si parli dell’impatto degli allevamenti di carne– soprattutto rossa- sulle emissioni di Co2 nell’atmosfera. Giravano con un palloncino gigante a forma di mucca, come il maiale della copertina di “Animals” dei Pink Floyd, e il loro portavoce Carl LeBlanc ha detto al Guardian: “Questa mucca è stata ignorata alla Cop26″. La pensa così anche Fiona inglese di 62 ani in maglietta a maniche corte nonostante la pioggia e il vento: “L’agricoltura è la principale fonte di emissioni, dobbiamo smettere di mangiare carne. Dobbiamo cambiare noi i nostri comportamenti, non possiamo aspettare i governi”. Molti anche dai sindacati britannici e molti esponenti delle minoranze etniche e dei Paesi meno sviluppati, che alla Cop 26 non hanno voce. Un concerto di cornamusa scozzese e tamburo sikh, suonati da Chris e Gurjt, ha scandito il ritmo degli interventi. Tra questi anche Jasmin, scozzese di 8 anni. Il suo cartello recitava “i giovani dicono la verità”, e la sua verità è scritta poco più sotto: “Bisogna che gli alberi vivano”. I cartelli comparsi nel corteo, sono tantissimi, in molte lingue e diversi alfabeti, ma molti dicono “Climate refugees welcome“.

I Grandi Inquinatori

Le parole del premier Narendra Modi a Glasgow arrivano come una doccia fredda per la lotta al climate change e l’urgenza di agire in fretta: “LIndia raggiungerà le emissioni nette zero nel 2070. Oltre quel 2060 che finora sembrava poter essere l’obiettivo di New Delhi, allontanandosi anche da quel “a metà del secolo” messo nero su bianco alla vigilia di Cop 26 dal G20. Il terzo inquinatore del pianeta, dopo Cina Usa, apre a mosse green annunciando che il 50% del suo fabbisogno energetico sarà coperto da rinnovabili e che ridurrà i combustibili fossili, ma deve fare i conti con un’economia basata sul carbone, le coltivazioni intensive e il trasporto su strada. Per il governo Modi è difficile conciliare il controllo delle emissioni con altre priorità, anche alla luce della crisi Covid. L’India non è il solo grande Paese che si mostra timido, per usare un eufemismo,  sul fronte delle promesse. Anche Cina, Russia e Brasile nicchiano.

Cina 

E’ il più grande inquinatore al mondo, 27,9% delle emissioni di CO2- ha solo fissato l’obiettivo della neutralità ‘ carbonica al 2060, senza altre concessioni, se non il il picco delle emissioni prima del 2030. Il presidente Xi Jinping ancora una volta non ha presenziato al vertice ma ha mandato una dichiarazione scritta per ribadire che “azioni vanno messe in campo contro il cambiamento climatico, ma differenziate, tenendo conto delle esigenze nazionali”. In sostanza Pechino non ci sta a finire sul banco degli imputati, di quelli che frenano la svolta green, e ha anche contrattaccato, prendendo di mira gli Usa e il presidente Joe Biden per la sua “delusione” sulla mancanza di ambizione cinese sui cambiamenti climatici, alla chiusura del G20 di Roma. Negli ultimi 200 anni di industrializzazione i Paesi sviluppati – ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin – hanno avuto “una responsabilità ineludibile sulle emissioni di gas serra” e “storicamente gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificare il Protocollo di Kyoto e si sono ritirati dall’Accordo di Parigi, minando gravemente la fiducia e l’efficacia della cooperazione globale” sul clima.

Russia
E’ Il quarto Paese più inquinante al mondo e uno dei maggiori produttori di combustibili fossili, ha annunciato nei giorni scorsi che investirà tra l’1,5% e il 2% del suo Pil nella riduzione delle emissioni dell’80% di gas serra fino al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Inoltre, punta a raggiungere le emissioni zero entro il 2060. Ma il presidente Vladimir Putin non è a Glasgow. 

Brasile

Anche il Brasile partecipa a Glasgow senza il suo presidente, Jair Bolsonaro. Ma quale sia il suo modus operandi in questo campo, è raccontato dalla tragedia amazzonica. L’ong austriaca AllRise ha presentato la scorsa settimana una denuncia contro Bolsonaro alla Corte penale internazionale (Icc) dell’Aia per “crimini contro l’umanità”: A renderlo noto è stata la versione online del quotidiano Estado de S.Paulo.

L’Ong sostiene che la politica ambientale del leader di estrema destra ha portato ad un aumento della deforestazione in Amazzonia, come tale considerato un attacco a tutta l’umanità. AllRise accusa Bolsonaro per la distruzione della foresta e degli organismi e individui che proteggono l’Amazzonia. Gli esperti che hanno presentato il rapporto stimano che i cambiamenti nel bioma durante l’amministrazione di Bolsonaro potrebbero essere responsabili di 180.000 morti indirette in questo secolo a causa dell’aumento delle temperature globali. Secondo il documento, oggi l’Amazzonia emette più anidride carbonica di quanta ne sia in grado di assorbire. “Nella denuncia presentiamo prove che mostrano come le azioni di Bolsonaro abbiano una connessione diretta con le conseguenze negative dei cambiamenti climatici in tutto il mondo”, ha spiegato in un comunicato stampa il fondatore di AllRise, Johannes Wesemann. “I crimini contro la natura sono crimini contro l’umanità”, ha aggiunto. 

Il Re è nudo. E non solo quello brasiliano. 

 

 

 

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