Bonomi è preoccupato: "Riapriamo, l'Italia deve tornare a lavorare"

Il presidente di Assolombarda e candidato alla guida di Confindustria sul Foglio

Bonomi

Bonomi

globalist 3 aprile 2020

″È ora di rendersi conto che la fase del tutti a casa non può durare ancora a lungo ed è ora di rendersi conto che in modo graduale l’Italia deve riaprire”. Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e candidato alla successione di Vincenzo Boccia alla presidenza di Confindustria, in un colloquio con Il Foglio sottolinea la necessità di iniziare a pensare a come ‘riaprire’ l’Italia. Il Paese, sostiene, deve tornare al lavoro. Ma come? L’imprenditore parla di un modello che “metta insieme una sicurezza sanitaria mirata e che ancori a questo la riapertura”. Si tratta di quello che definisce un progetto a tre D: dispositivi, dati, diagnostica. Si legge sul Foglio:



Le imprese che riaprono devono avere i dispositivi adeguati per poter operare in sicurezza, lo stato che permette all’Italia di riaprire in modo graduale deve disporre di dati che identifichino meglio l’ordine di grandezza del contagio con tamponi a tappeto, indagini sierologiche, ricerche su cluster della popolazione per procedere a misure restrittive mirate e chi si occupa di diagnostica precoce deve consentire a chi governa di tenere monitorate le situazioni a rischio.



Bonom fa riferimento poi al metodo usato in Corea del Sud, dove dopo l’esplosione del virus si è riusciti ad arginare il contagio. Poi torna sul nostro Paese e dice:



Ho l’impressione che in Italia sia tornato un forte e radicale pregiudizio anti industriale e devo notare che su questo terreno i segnali che ci arrivano dal governo non sono incoraggianti.



 A chi gli chiede l’Italia cosa rischia ritardando troppo la riapertura risponde: “L’osso del collo”. Accanto alla parola ripartenza, per Bonomi, ce ne sono altre due: velocità e deroga. Per ricostruire l’Italia, precisa, occorre utilizzare “lo stesso modello adottato a Genova per ricostruire il ponte Morandi”. E ancora:



C’è bisogno di una serie di deroghe mirate su ciò che ha mostrato di non funzionare come, per esempio, il codice degli appalti. Inoltre i problemi dell’Italia si risolvono pensando più a ciò che l’Italia può fare per se stessa rispetto a quanto l’Europa può fare per l’Italia.