Tibet, il genocidio culturale di Pechino: la lingua, le tradizioni e l’identità di un popolo sotto assedio
Top

Tibet, il genocidio culturale di Pechino: la lingua, le tradizioni e l’identità di un popolo sotto assedio

Nel nuovo numero di The Passenger, il Tibet raccontato attraverso la storia dell’occupazione cinese, la repressione culturale, la crisi ambientale e la resistenza di un popolo. Un viaggio tra testimonianze, analisi e reportage firmati da diversi autori.

Tibet, il genocidio culturale di Pechino: la lingua, le tradizioni e l’identità di un popolo sotto assedio
Tibet
Preroll

globalist Modifica articolo

8 Novembre 2026 - 20.07


ATF

di Rock Reynolds

Con un’altitudine media di 4500 metri sul livello del mare e un territorio vastissimo, il Tibet è quasi un universo a sé stante, per lungo tempo impenetrabile a influenze esterne e, in quanto tale, custode rigorosissimo di tradizioni e costumi antichi. La sua posizione geografica ne ha inevitabilmente fatto un luogo di transito e, in un certo senso, un baluardo tra le mire espansionistiche dell’impero cinese e quelle dell’India.

Confesso di non sapere granché su quello spicchio di mondo. Per questo, mi sono accostato con favore al penultimo numero della rivista The Passenger, una splendida iniziativa della casa editrice Iperborea. Tibet (176 pagine di grande giornalismo e altrettanto valida grafica, a un prezzo di 22 euro) può davvero essere la porta su un mondo da approfondire attraverso ulteriori letture, magari proprio quelle indicate alle pagine 174 e 175.

Avevo letto la prima uscita della rivista, Islanda, e poi il capitolo intitolato Palestina (che consiglio caldamente per la passione e l’equilibrio con cui è stato confezionato). Il giudizio sulla collana va ribadito anche per Tibet e le ragioni sono tante, a partire dalla difficoltà di approcciare un tema di portata enorme e di presentarlo con parole lucide e chiare.

La catastrofe accaduta un paio di mesi fa in Nepal, sul confine con il Tibet, ha fatto puntare i riflettori del mondo su un’area uscita da qualche anno dalle cronache internazionali, sotto i colpi di una deliberata normalizzazione voluta dal governo cinese. Il dissesto idrogeologico dell’area rischia di peggiorare vistosamente per via degli interessi economici in gioco e dei faraonici cantieri che proprio la Cina ha avviato per costruire ulteriori dighe e vie di comunicazione.

La cultura tibetana ha in qualche modo influenzato l’intera area, un territorio oggi frammentato tra regioni più o meno autonome di Cina e India e stati indipendenti: in particolare, Ladakh, Nepal, Bhutan e Sikkim. Ma gli slanci espansionistici della Cina sono sfociati in una vera e propria invasione, nel 1950, nella trasformazione del Tibet nella regione autonoma cinese e nella rivolta di Lhasa, la capitale, nel 1959, con numerosissimi morti e un numero imprecisato di profughi alla ricerca di un luogo che li accogliesse. Il processo di sinizzazione del Tibet non si è ancora concluso, semmai, con l’avvento dell’era di Xi Jinping, si è intensificato, radicalizzandosi, soffocando ogni forma di dissenso e poi tentando di spegnere sul nascere ogni manifestazione di unicità linguistico-culturale in un territorio ritenuto strategico e storicamente rivendicato come parte integrante della Repubblica Popolare Cinese. Sappiamo bene quanto stia a cuore alla nomenclatura del partito il mantenimento dell’integrità territoriale del paese e quanto ciò pesi sull’assoluta intolleranza del potere centrale rispetto ai particolarismi locali. L’etichetta “Regione Autonoma del Tibet” non inganni: il controllo esercitato da Pechino sul Tibet è asfissiante e, negli ultimi anni, con il perfezionamento di appositi strumenti informatici, la popolazione non ha il minimo margine di movimento e libertà.

È risaputo che, dal 1950, il Dalai Lama, massima autorità spirituale e pure politica – e qui risiede una grande anomalia con la quale dovranno fare i conti le generazioni future – risiede a Dharamsala, nello stato indiano dell’Himachal Pradesh, quartier generale del governo tibetano in esilio. L’India concesse asilo a Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, dopo il suo quasi epico attraversamento dell’Himalaya, in fuga dal giogo dell’invasore insieme a molto suoi adepti.

L’atteggiamento della Cina si è fatto progressivamente più aggressivo nei confronti del Tibet e l’obiettivo è chiaro: sfiancare ogni slancio indipendentista.

Per invogliarvi a fare vostra una copia di The Passenger – Tibet, parto dalla fine, l’illuminante scritto del sociologo dissidente Gyal Lo, costretto all’esilio in Canada: la sua analisi del processo di sinizzazione attraverso l’obbligo dello studio del mandarino e l’abbandono della lingua tibetana apre la mente. Negli ultimi anni, i bambini tibetani sono stati strappati alle famiglie fin dalla più tenera età per formarli in scuole-convitto, lontane da casa, con un logoramento del tessuto familiare che rischia di essere irreversibile. Gyal Lo è chiaro: «Nel corso dei secoli, la cultura tibetana ha dovuto affrontare una quantità di sfide… Ma ciò che stiamo vivendo oggi è su una scala completamente diversa». L’ingerenza cinese è inesorabile e l’assimilazione linguistico-culturale è l’ultimo tassello di un progetto di annientamento etnico. Il sociologo tibetano ammira il Dalai Lama, ma è convinto che serva anche un approccio più pragmatico. Non esattamente agli antitesi ma certo nemmeno in assonanza con le idee espresse dall’attivista e intellettuale Jamyang Norbu nella magistrale intervista fattagli dalla giornalista Judith Hertog. La posizione di Jamyang Norbu sul ruolo del Dalai Lama è decisamente meno in linea con le scelte della massima autorità spirituale e politica del suo popolo. Non si spinge a criticarne apertamente le scelte pacifiste, però sostiene che la nonviolenza sia «un concetto importante ma non centrale nel buddhismo tibetano» e che il Dalai Lama «ne abbia fatto il fulcro del suo insegnamento perché è qualcosa che piace agli occidentali», in qualche modo accusandolo di idealizzare la cultura del suo popolo a uso e consumo dell’Occidente e di distogliere l’attenzione dai suoi problemi reali. «Addirittura, ho sentito alcuni occidentali dire che i tibetani non hanno bisogno della democrazia, perché è molto meglio essere governati da un “re filosofo” come il Dalai Lama. Per quanto io rispetti Sua Santità, questo culto della personalità è semplicistico e dannoso. Non credo nemmeno che sia molto buddhista». Insomma, il Tibet ha bisogno di democrazia, anche se ciò significasse allontanarsi un po’ dalla figura iconica della sua guida tradizionale, perché non si può fondare un’identità e una cultura nazionali su una sola persona.

La Rivoluzione Culturale e l’invasione successiva del Tibet hanno portato morte e distruzione nel paese, con l’abbattimento di molti templi e la cancellazione di parecchi elementi di distinzione che, secondo i dettami di Pechino del tempo, sarebbero stati un ostacolo insormontabile all’inglobamento di tale territorio nella grande Cina, facendo del Tibet una pericolosa eccezione per le spinte separatiste di altre regioni.

Ma il fascino di quel territorio resta immutato, con le vette più elevate della terra e un clima non certo accogliente. La bellezza a esso associato è stata appannaggio di Hollywood, che ne ha celebrato il potere terapeutico nel film Orizzonte Perduto (1937) di Frank Capra, tratto dal celebre romanzo omonimo dell’inglese James Hilton: la scoperta di una valle perduta tra le montagne dell’Himalaya in cui prospera la comunità mitica di Shangri-La, un’oasi di serenità.

Corredato da foto splendide e da abbondanti suggerimenti letterari, cinematografici e musicali, The Passenger – Tibet sarà un ricco punto di partenza per un viaggio alla scoperta di un mondo lontano che sta attraversando un periodo di grandi difficoltà.

Native

Articoli correlati