Addio a Tinto Brass, il regista che trasformò l'eros in provocazione
Top

Addio a Tinto Brass, il regista che trasformò l'eros in provocazione

Aveva 93 anni. Da 'La chiave' a 'Miranda', ha fatto del desiderio, del corpo e della trasgressione il suo linguaggio cinematografico. Amato, contestato, spesso censurato, non è mai stato un autore disposto a chiedere permesso.

Addio a Tinto Brass, il regista che trasformò l'eros in provocazione
Tinto Brass
Preroll

redazione Modifica articolo

4 Novembre 2026 - 15.15 Culture


ATF

Il cinema italiano perde uno dei suoi autori più riconoscibili, controversi e difficili da incasellare. Tinto Brass è morto oggi, 4 novembre, a Roma, all’età di 93 anni. Con lui se ne va un regista che ha fatto della provocazione una cifra stilistica e dell’eros una dichiarazione di libertà. Ma ridurre Tinto Brass al solo cinema erotico sarebbe ingiusto e, soprattutto, significherebbe non cogliere la complessità di un percorso artistico cominciato molto prima che il suo nome diventasse sinonimo di sensualità, nudità e scandalo.

Nato a Milano il 26 marzo 1933, Giovanni Brass, soprannominato Tinto dal nonno pittore Italico Brass, si avvicina al cinema dopo gli studi in Giurisprudenza. A Parigi frequenta la Cinémathèque Française, poi lavora con Roberto Rossellini, anche come montatore per L’India vista da Rossellini. L’esordio alla regia arriva nel 1963 con In capo al mondo, poi ribattezzato Chi lavora è perduto, film già attraversato da insofferenza verso le convenzioni e desiderio di libertà.

La sua prima stagione creativa è quella della sperimentazione, della ricerca linguistica, delle contaminazioni visive. Col cuore in gola, L’urlo, Nerosubianco raccontano un autore anticonformista e interessato a mettere in discussione le regole narrative e morali del suo tempo. Nel 1975 arriva Salon Kitty, mentre nel 1979 dirige Caligola, produzione internazionale destinata a diventare uno dei capitoli più discussi della sua carriera.

Leggi anche:  Quando Patrick Stewart raccontò come si era 'emancipato' da Jean-Luc Picard

La svolta che lo consegna definitivamente all’immaginario popolare arriva negli anni Ottanta con La chiave, interpretato da Stefania Sandrelli. Seguono Miranda, Capriccio, Paprika e Così fan tutte. Attraverso i corpi delle sue protagoniste, Brass costruisce un universo cinematografico nel quale il desiderio femminile diventa elemento centrale, spesso in aperta collisione con il moralismo e l’ipocrisia della società italiana.

Il suo cinema divide, scandalizza, diverte e provoca. Per alcuni è un esercizio di libertà contro la repressione sessuale mentre per altri una rappresentazione discutibile della donna, sospesa tra emancipazione e voyeurismo. Una contraddizione che accompagna tutta la sua opera e che contribuisce a spiegare perché Brass non sia mai stato un autore pacificato.

Anche quando il suo successo commerciale diminuisce, continua a rivendicare il proprio sguardo indipendente. Con L’uomo che guarda, Fermo posta Tinto Brass, Monella e Senso ’45 prosegue un percorso personale, senza rinunciare a quell’ironia dissacrante che lo ha reso immediatamente riconoscibile.

Nel 2010 un’emorragia cerebrale interrompe bruscamente la sua attività cinematografica. Comincia una lunga stagione lontana dai set, segnata dalla riabilitazione e dalla presenza della moglie Caterina Varzi, sposata nel 2017, che gli è rimasta accanto negli anni più difficili. Negli ultimi tempi il suo nome era tornato all’attenzione anche grazie alla riscoperta dei suoi film e agli omaggi della Mostra del Cinema di Venezia, che aveva celebrato Col cuore in gola nella versione restaurata.

Leggi anche:  Con "Libere visioni" i detenuti diventano giurati cinematografici

Tinto Brass lascia un’eredità che va oltre i suoi film più celebri: quella di un autore che ha attraversato la cultura italiana sfidandone continuamente i tabù, mettendo in discussione il confine tra arte, provocazione e spettacolo. Si può amare o contestare il suo cinema, ma difficilmente lo si può ignorare.

Native

Articoli correlati