Un’intervista di qualche anno fa per raccontare uno dei grandi attori contemporanei, scomparso a 86 anni
Ci sono attori che interpretano personaggi memorabili e attori che finiscono per incarnare un’idea. Patrick Stewart apparteneva alla seconda categoria. Per milioni di spettatori in tutto il mondo è stato Jean-Luc Picard, il capitano filosofo e uomo d’azione, poeta e dinamico di Star Trek: The Next Generation, l’uomo che ha dimostrato come l’autorità possa convivere con il dubbio, la forza con l’ascolto e il comando con l’umanità. Ma ridurre Stewart a Picard significherebbe dimenticare una delle grandi figure dell’entertainment britannico contemporaneo: un attore shakespeariano di straordinaria profondità, capace di attraversare teatro, televisione e cinema con lo stesso rigore intellettuale e la stessa eleganza morale. Ho incontrato Patrick Stewart a Londra nel 2002, in occasione dell’uscita di Star Trek: Nemesis, il decimo film della saga e, almeno nelle intenzioni di allora, il commiato definitivo dell’equipaggio di The Next Generation. Stewart aveva sessantadue anni, una carriera immensa alle spalle e la serenità di chi guardava a Picard non come a una gabbia dorata, ma come a un compagno di viaggio. Nelle sue parole colpiva l’assenza di qualsiasi nostalgia artificiale. Parlava del personaggio con affetto, ma soprattutto con lucidità. Era perfettamente consapevole che la vera sfida fosse continuare a essere Patrick Stewart oltre Jean-Luc Picard. Rileggere oggi questa lunga conversazione, mentre salutiamo uno degli interpreti più amati degli ultimi decenni, significa ritrovare tutte le qualità che lo hanno reso speciale: l’ironia discreta, la cultura teatrale, il rispetto per il pubblico, la capacità di riflettere sui propri personaggi senza mai prenderli troppo sul serio. In questa intervista Stewart riflette sul tema del doppio al centro di Nemesis, sul confronto con l’allora giovane Tom Hardy, sullascito di Gene Roddenberry, sul futuro di Star Trek e sulla sottile linea di confine che, dopo sedici anni di convivenza, separava ormai l’attore dal capitano dell’Enterprise. Una conversazione che oggi assume il valore di una testimonianza preziosa, perché ci restituisce non soltanto una star mondiale, ma soprattutto un uomo di grande intelligenza e rara generosità. E forse la frase che meglio riassume Patrick Stewart arriva proprio parlando di Picard. Quando gli ho chiesto quali fossero le differenze tra lui e il suo personaggio, rispose che il capitano era “più elegante, più colto e più bravo” di lui. Era la tipica modestia di un grande attore. Perché, in fondo, la verità era un’altra: Jean-Luc Picard è diventato un personaggio indimenticabile proprio perché a interpretarlo c’era Patrick Stewart. E oggi, mentre il sipario cala definitivamente, resta la gratitudine per un artista che ha saputo insegnarci che il coraggio più autentico non è quello di chi alza la voce, ma di chi trova sempre il tempo per ascoltare.
Nel corso degli anni lei ha dimostrato di non soffrire della “sindrome dello smoking” che ha afflitto Sean Connery quando ha lasciato il ruolo di 007. Lei è riuscito ad emanciparsi velocemente dall’uniforme di Picard…
Adesso, forse, è così, ma negli anni scorsi mi ci è voluta una grande lotta per fare capire al mondo del cinema e in parte anche al pubblico, che potevo fare a meno dei gradi e della divisa di capitano dell’Enterprise. Con molte persone è stato relativamente facile dimostrare che ero un attore anche prima di Star Trek e che lo sarò ancora dopo. Da molti, invece, l’essere stato così famoso grazie ad un personaggio di una serie televisiva viene ancora considerato una sorta di handicap.
La mia vita lavorativa è molto piena e diversificata, esattamente come lo è stata in passato negli ultimi otto anni da quando è finita The Next Generation. Solo ad Hollywood mi trovo ad avere a che fare con persone che mi definiscono “Quel tizio di Star Trek…” . Del resto Picard è stato un peso anche quando sono diventato il Professor Xavier degli X men. Qualcuno a Hollywood riteneva che il mio passato come membro del cast di Star Trek fosse un peso…
Le dispiace?
No, nel senso che se qualcuno mi vede così è certamente una persona con cui non sono sicuro di avere davvero voglia di lavorare.
Che ricordo ha di Gene Roddenberry il creatore di Star Trek?
Era affascinante e assolutamente unico. Un curioso misto di conservatorismo e di profondo atteggiamento radicale nei confronti del mondo che creava un’interessante tensione nella sua vita. Era un uomo interessante dalla notevole imponenza fisica…
Lei proviene dal teatro, ha lavorato in televisione e, alla fine, è approdato al cinema. Qual è – a livello personale – l’equilibrio tra questi momenti della recitazione?
Tempo fa ho visto in televisione un’intervista ad Ingmar Bergman cui fu posta esattamente la stessa domanda. Il regista svedese, che a Stoccolma ha la sua compagnia ha risposto esattamente come mi sento io: “Amo il cinema, ma il teatro è ciò che sono.” Il teatro è la mia vita. Quando sono troppo a lungo lontano dal palcoscenico inizio a sentirmi molto infelice. Mia moglie potrebbe confermarglielo. Del resto c’è sempre stato qualcosa di poetico e più alto in Star Trek, una serie dalle grandi qualità teatrali. Quando senti una battuta di una serie di Star Trek la riconosci esattamente come ti accorgi di stare ascolando un monologo shakespeariano. Questo – agli inizi – ha reso più confortevole il mio passaggio alla Tv. Il ponte dell’Enterprise ricorda per molti versi un teatro elisabettiano. In questo momento, però, mi sento molto tranquillo perché nei prossimi due anni sarò molto spesso in palcoscenico.
E’ molto bello che gli attori noti al grande pubblico sfruttino la loro popolarità per vincere la curiosità dei giovani e – magari – così portarli a teatro a vedere drammi classici che probabilmente nemmeno si sognerebbero…
E’ vero. Considero interessante notare come le persone che mi conoscono solo come Jean Luc Picard corrano per vedere qualcosa di completamente differente e – chissà – anche un po’ educativo. Certo, alle volte c’è qualche delusione. Si aspettano di vedere il comandante dell’Enterprise e trovano un personaggio completamente diverso.
I dialoghi trekkiani riguardo la scienza e la tecnologia non sono, però, molto teatrali…
E’ vero, ma fortunatamente non ne avevo molti. Ricordo, invece, che spesso sul set quando chiedevo a Brent: “Signor Data, un’analisi?” Quando Brent si ingarbugliava nelle spiegazioni ad un certo punto esclamava stizzito: “Fattela da solo la tua analisi, testa di palla da biliardo…”
Cosa pensa del suo doppio cinematografico, Tom Hardy?
Tom è un giovane attore serio e capace. Ha un background completamente differente dal mio e – soprattutto – la sua esperienza è molto diversa dalla mia. Abbiamo parlato a lungo di chi fosse Shinzon e di quale sia stato, nel corso degli anni, il percorso emotivo di Picard. La sua preparazione, tra l’altro, ha compreso decine di ore di episodi di Star Trek…poveraccio.
Come si è comportato con lui?
In maniera molto seria e spigolosa. Ho deciso di non “socializzare” con lui e fino a quando non siamo andati alla prima non ho mai passato un singolo momento con lui al di fuori del lavoro. Abbiamo lavorato molto duramente insieme, ma non volevo che – conoscendoci anche fuori dal lavoro – ci sentissimo troppo a nostro agio l’uno con l’altro. Non volevo andare con lui in un Pub sederci al bancone e fumare allegramente una sigaretta insieme bevendo birra. Sarebbe stato controproducente per la nostra interpretazione e credo che i benefici risultati di questa non facile decisione si vedano sullo schermo, con la spigolosità del rapporto tra Picard e Shinzon che non arrivano mai a fidarsi completamente l’uno dell’altro. La distanza c’è e si percepisce…
Ma lui ha capito il perché di questa scelta?
Spero proprio di sì, altrimenti credo che Tom mi odierà…vede, a teatro non è così, ma al cinema è essenziale: la natura del rapporto tra gli attori è quella che – a mio avviso – è in grado di decretare il successo oppure il fallimento di un film.
Una delle grandi forze di Star Trek The Next Generation stava nel fatto che noi sette fossimo molto legati da un’amicizia che andava molto oltre il set. Siamo tutti molto amici. Questa ricchezza umana si vede sia negli episodi televisivi che nei film.
E il contrario è altrettanto importante?
Preferibilmente senza arrivare ad odiarsi, ma direi proprio di sì. Quando ho girato Moby Dick nel ruolo del Capitano Achab, il regista Frank Roddam mi ha spedito per tre settimane in vacanza (un’idea molto carina) mentre gli altri membri del cast si allenavano a diventare marinai, pescatori e balenieri. Così quando abbiamo girato l’arrivo di Achab sulla nave per la prima volta, questo coincideva emotivamente a come io mi sentivo nei loro confronti e viceversa. Non ci eravamo mai visti prima…
Questo tipo di trucchi può aiutare molto.
Qual è – per lei – la fascinazione della metà oscura?
Credo che tutti gli attori rispondano meglio ai personaggi che siano ricchi per quello che riguarda le contraddizioni. Molti anni fa, ero tra i protagonisti della produzione di Troilo e Cressida, la commedia di Shakespeare. Avevo il ruolo del principe Ettore che – nella sua seconda scena – ha un lunghissimo discorso attraverso cui spiega perché Elena debba essere restituita ai Greci accampati fuori dalle mura di Troia. Alla fine di questo dettagliata esposizione, però, Ettore esclama a gran voce: “Nonostante questo, però, teniamocela e non restituiamola mai più!!!”. Ricordo che una sera Harold Pinter, il commediografo è venuto nel mio camerino per congratularsi dicendomi: “Lei è fortunato, perché oltre essere bravo ha avuto le due battute migliori dell’intero dramma. Quella frase rappresenta il momento più interessante.” Questo è indicativo di come un letterato della statura di Pinter sia interessato – in apparenza per motivi del tutto personali – ad un personaggio che tiene un lungo discorso praticamente per nulla. La contraddizione è quindi molto affascinante. Esattamente come lo sono l’ambivalenza e l’ambiguità. Nessuno di noi, nemmeno un essere umano, può affermare di non possedere un lato oscuro. Tutti gli attori sono interessati, anzi, credo che sentano fortemente la necessità di interpretare ruoli negativi come il mio personaggio in Ipotesi di complotto. Credo che gli aspetti meno piacevoli della nostra natura sia davvero importanti da esplorare.
Parlando di Picard: C’è qualcosa di lui che non le piace più?
No, assolutamente no. Nel corso del tempo siamo riusciti a cambiare molte cose di lui e ad attenuare determinati elementi negativi. Il personaggio – così come lo vediamo in Star Trek Nemesis – è il risultato di sedici anni di stretta convivenza tra me e lui.
Cosa pensa di lui?
Lo ammiro molto. E’ un uomo fuori dal comune.
Quali sono le principali differenze tra di voi?
Sono molte e tutte in suo favore. E’ più elegante, colto ed in gamba di quanto sia io. E’ più coraggioso e ha una caratteristica di cui io sono totalmente privo: la capacità e il piacere di stare a sentire gli altri. Questo è qualcosa di cui non sono mai stato capace. Picard è un grande ascoltatore che chiede sempre agli altri la loro opinione prima di addivenire ad una conclusione personale. Questo è il segno di un’intelligenza superiore. Ascoltare gli altri è un’arte ed un tratto distintivo che gli invidio molto. E’ una qualità che – nel corso del tempo – ho deciso di fare mia. Così è diventato molto difficile separarci. Sono interessato a lui come sono – o almeno credo di essere – in me stesso.
Parliamo di un altro personaggio: il professor Xavier di X men…
E’ un ruolo affascinante, ma il mio impegno nei confronti di qualsiasi saga è direttamente proporzionale alla quantità di cose che mi fanno fare. Nel fumetto Xavier è tornato a camminare dopo avere avuto per lungo tempo una sedia a rotelle volante. Quanti film ci vorranno per arrivare a questa nuova possibilità è impossibile da stabilire sulla carta.
Perché gli interpreti inglesi come lei, Ian McKellen, il compianto Richard Harris, Michael Caine sono così richiesti dal cinema americano, soprattutto per quello che riguarda i ruoli “da cattivo”?
In X men 2 eravamo ben quattro attori inglesi: io, Ian McKellen, Brian Cox e Alan Cumming posso solo rilevare che tutti quanti noi abbiamo una grande esperienza teatrale alle spalle. Sia nel teatro classico che contemporaneo. Dopo soli cinque anni a teatro come attore professionista avevo già interpretato qualcosa come cinquanta o sessanta ruoli diversi. Questa è la natura del mondo dello spettacolo da cui noi veniamo e nel quale ci formiamo come artisti. Un’esperienza così completa della recitazione è pressoché impossibile da ottenere per qualsiasi attore negli USA. In America pensano che se tu torni a fare teatro dopo avere fatto dei film è perché sei sul viale del tramonto o perché la tua carriera è crollata. Questo è assurdo!
Ha preferenze tra essere un “cattivo” o un eroe per eccellenza come Picard?
No, le uniche distinzioni che pongo riguardano la qualità della sceneggiatura e del personaggio. La vera grande fascinazione sta nel fare finta di essere quello che non sei. Solo con Picard la differenza tra Patrick Stewart e il suo personaggio è diventata molto sfumata…del resto è una figura che mi accompagna da circa sedici anni…
Lei vive tra Los Angeles e l’Inghilterra…
Ho la fortuna di avere una casa a Los Angeles e una nel Nord dello Yorkshire. Questo perché – per i motivi che enunciavo prima – L.A. non è una città molto teatrale. Sì, è vero se vuoi fare televisione o cinema devi necessariamente vivere là, ma se ti azzardi ad andare a teatro pensano che sei diventato automaticamente un disperato che non riesce ad avere nemmeno una particina in Tv…
Come si sente?
Una parte di me continua a considerarlo come qualcosa di transitorio e temporaneo. Sono un attore inglese che è stato fortunato al punto da potere stabilire una base di lavoro in Nord America. Hollywood non ha mai fatto parte dei miei sogni ad occhi aperti che mi permettevo, perché era così non realistico. Sono capitato così per caso su qualcosa che è diventato una parte preminente della mia vita professionale.
Dopo tutti questi anni cosa ha imparato da Picard?
A moderare la mia impetuosità e a tentare di diventare più paziente. Nel corso degli anni, poi, la linea di confine che separa l’attore dalla sua maschera è andata progressivamente a ridursi.