Baraonda, il potere cambia maschera ma non voce
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Baraonda, il potere cambia maschera ma non voce

Al Ginesio Fest l’anteprima nazionale del folgorante lavoro del gruppo Uror, liberamente ispirato a Ubu Cocu di Alfred Jarry. Una satira feroce che non prende di mira un politico, ma la macchina del potere

Baraonda - Gruppo Uror - Ginesio Fest 2026
 - recensione di Alessia de Antoniis - Ph. Ester Rieti
Baraonda - Gruppo Uror - Ginesio Fest 2026
 - Ph. Ester Rieti
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31 Agosto 2026 - 12.00


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Per l’anteprima nazionale al Ginesio Fest di Baraonda, una sorta di Berlusconi entra in platea stringendo mani. Sale sul palco e prende il microfono. Ringrazia, promette, chiama a raccolta. Pronuncia comunità, futuro, libertà, sogno, rabbia. Potrebbe essere di destra o di sinistra, conservatore o progressista, populista o tecnocrate.

«Dateci il vostro coraggio, dateci i vostri sogni, anche la vostra rabbia», chiede l’oratore. Ogni desiderio collettivo deve essere consegnato a chi promette di rappresentarlo.

Un piccolo topo meccanico attraversa la scena e il Presidente scappa terrorizzato. La montagna della retorica ha partorito il topo e il topo le fa paura. Una promessa smisurata produce una creatura ridicola e basta il più piccolo elemento sottratto al controllo per mandare in crisi il potente.

In scena Evelina Rosselli e Caterina Rossi danno vita a una macchina teatrale lucidissima, comica e feroce, nella quale il potere politico, quello scientifico e quello economico si seducono, si divorano, si riproducono e infine si uccidono.

Sopra il palco un laboratorio sospeso, insieme acquario, gabinetto scientifico e gabbia. Al suo interno uno scienziato in camice bianco osserva il proprio esperimento. Si compiace della crescita rapidissima delle sue creature, le divide in fedeli, affettuose e obbedienti; ricorda che alcune si sono ribellate e che ha dovuto «rimetterle in riga».

Sulla parete del laboratorio campeggia il ritratto ufficiale del Presidente. La politica non si limita a finanziare o controllare la ricerca: pretende il proprio culto. Anche la scienza lavora sotto la sua effigie.

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Fuori dalla teca, il Presidente suona una tastiera e il corpo dello scienziato reagisce. Non è il pifferaio che incanta e guida i topi: il comando arriva da lontano, prodotto dietro le quinte. La tastiera sembra una consolle dalla quale il potere può azionare corpi, parole e desideri senza neppure sporcarsi le mani.

Finché non decide di entrare. Ubu irrompe nel laboratorio, ne disprezza gli studi, si proclama superiore e decide di stabilirvisi. La conquista procede attraverso un piccolo cerimoniale di cooptazione: l’alcol, il premio, la seduzione; gratificare, comprare, rendere dipendenti. 

È difficile non riconoscere il funzionamento dei grandi apparati di pressione, nei quali politica, capitale e competenza si legittimano a vicenda, finché la ricerca smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. 

Quella del potere che fagocita la scienza è un’immagine violentissima, che conserva qualcosa di bestiale e osceno. La teca può contenere l’umanità ridotta a cavia dagli apparati scientifici, industriali e farmaceutici; il sangue che imbratta Ubu è quello che scorre sulle mani del potere per guerre, fame e morte che produce.

Ma Baraonda non concede allo scienziato la comoda assoluzione della vittima. Quando si spoglia del camice, e indossa giacca e cravatta, assume la struttura del Presidente. Ringrazia per il premio, racconta i sacrifici compiuti, invita a non smettere di sognare e promette un futuro di abbondanza, la sconfitta dell’invecchiamento, la salvezza della coscienza e una specie umana finalmente interplanetaria. La retorica elettorale si è trasformata nel messianismo del fondatore tecnologico, con echi riconoscibili del linguaggio di Elon Musk.

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Abbiamo consumato le grandi religioni e le grandi costruzioni ideologiche del Novecento, ma non il bisogno di credere. Lo abbiamo trasferito sul Presidente, sull’imprenditore visionario, sul miliardario che si presenta come salvatore della specie. Il sacerdote può cambiare; la richiesta di fede rimane identica.

Evelina Rosselli e Caterina Rossi ci lasciano senza vinti né vincitori. Chi era oppresso, quando occupa la posizione dell’oppressore ne ripete gesti e parole. Il male non appartiene a un individuo: è una funzione universale, una baraonda ordinatissima che sopravvive a ogni corpo.

A renderla visibile sono le straordinarie maschere realizzate da CreaFx Effetti Speciali. Due volti maschili, calvi e invecchiati: uno scavato, l’altro massiccio, fissati in fisionomie che cancellano ogni psicologia individuale. 

Quando alla fine Rosselli e Rossi rientrano in scena senza maschera e il pubblico scopre due giovani donne là dove per tutto il tempo aveva visto due uomini maturi, lo stupore è enorme. È la conferma politica dell’intero spettacolo: il corpo maschile del potere era un involucro, una parte indossabile. Presidente e scienziato non sono identità, ma posizioni, e dietro ciascuna di esse può comparire un corpo diverso.

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Le due interpreti compiono un lavoro fisico e vocale impressionante. Costrette dentro fisionomie immobili, costruiscono i personaggi attraverso la postura, il peso, il ritmo, l’inclinazione della testa, la qualità del movimento. La scena di Luca Giombi, le luci di Camilla Piccioni, il suono di Federico Mezzana e i costumi di Caterina Rossi compongono con le attrici un unico organismo teatrale.

Il pubblico di San Ginesio lo ha accolto con un’autentica esplosione di entusiasmo, meritatissima. 

Baraonda restituisce alla satira ciò che tanta comicità televisiva addomesticata ha smesso di cercare: il rischio. Non si accontenta di ridicolizzare un politico: attacca il potere, la sua lingua, i suoi desideri, la sua capacità di contaminare anche chi pensa di combatterlo.

BARAONDA

Liberamente ispirato a Ubu Cocu di Alfred Jarry
Traduzione e adattamento di Francesca Garolla
Drammaturgia e regia GRUPPO UROR
Con Evelina Rosselli e Caterina Rossi

Produzione Teatro Metastasio di Prato
Residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t
Con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato

Anteprima nazionale: Ginesio Fest, Chiostro Sant’Agostino, San Ginesio, 28 agosto 2026

Prossime date:
13 e 14 ottobre 2026 – La Pelanda del Mattatoio, Roma, nell’ambito del Romaeuropa Festival (REF)
Dal 20 al 25 ottobre 2026 – Teatro Fabbricone, Prato

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