Non è la mancanza di intensità il problema di Bùbaro dei Bùbari. È, semmai, il suo eccesso. Lo spettacolo scritto da Carolina Balucani e diretto da Antonio Latella, visto al Ginesio Fest, ha una lingua teatrale riconoscibile e due interpreti, Chiara Ferrara (bravissima in Wonder Woman) e Luca Ingravalle, capaci di sostenere senza risparmio un lavoro fisico ed emotivo durissimo.
Sono due fratelli, due giovani rom che vivono ai margini, dentro una casa occupata che casa non è. L’erba cresce tra le mattonelle, l’acqua filtra dal soffitto, un telefono rubato e collegato abusivamente alla linea altrui diventa il loro unico contatto con il mondo esterno. Sul fondo della scena, gigantesca, la scritta luminosa «sta cazzo di terra»: una terra che gli altri rivendicano, delimitano, possiedono e dalla quale loro sembrano destinati a essere continuamente espulsi.
Ma il testo non parla semplicemente di emarginazione: parla di persone costrette a interpretare lo stereotipo che gli altri pretendono da loro.
La ragazza che torna a casa e il fratello le insegna come interpretare meglio il ruolo che gli altri si aspettano: deve zoppicare, raccontare un’infanzia terribile, avere una gamba di legno, possibilmente riuscire anche a piangere. Lo stereotipo smette così di essere soltanto qualcosa che viene imposto dall’esterno e diventa una parte da imparare per sopravvivere.
Ma dalla menzogna richiesta dal fratello nasce un’immaginazione autonoma, sproporzionata, infantile e tragica. La gamba diventa ramo, rifugio per gli uccelli e materia infiammabile. La finzione costruita per suscitare pietà viene sottratta per un istante al bisogno e trasformata in poesia.
Anche il telefono possiede una funzione più profonda di quella narrativa. I due ascoltano le conversazioni degli altri, entrano clandestinamente nelle loro solitudini. Chi possiede una casa, una famiglia, un posto riconosciuto nel mondo non appare necessariamente meno solo di loro.
Un altro tema che emerge è quello dell’essere vivi soltanto quando qualcuno ti riconosce. Quando una vecchia compagna di scuola incontra la ragazza e le dice, incredula, che pensava fosse morta, per un momento la sottrae al ruolo che le è stato assegnato. Non è più la mendicante, la nomade, la sorella da proteggere e controllare: torna a essere qualcuno che ha avuto una scuola, un passato, una memoria dentro lo sguardo di un’altra persona. Essere riconosciuti significa, letteralmente, tornare a esistere.
È una drammaturgia ricca di intuizioni, che però faticano ad arrivare.
Forse perché Balucani procede per accumulo, reiterazioni, deviazioni; e Latella non sembra voler alleggerire quella densità, ma rilanciarla attraverso i corpi degli interpreti, la scena, la luce, la parola scritta a caratteri enormi.
Ferrara e Ingravalle corrono, si affrontano, si cercano, piangono, urlano, inveiscono. Attraversano rabbia, ferocia, paura e sofferenza senza quasi concedersi tregua. Tecnicamente sostengono cento minuti di esposizione continua con una generosità impressionante.
Ma quando quasi ogni emozione viene portata al limite, il limite smette di essere un climax.
È qui che lo spettacolo perde progressivamente presa. Non perché manchi energia, ma perché manca il suo contrario: una pausa, una sottrazione, un cambio di temperatura che restituisca valore all’esplosione successiva. L’intensità continua produce inevitabilmente assuefazione e finisce per mettere alla prova l’ascolto dello spettatore.
Bùbaro dei Bùbari avrebbe probabilmente guadagnato molto da un taglio più deciso. Una mezz’ora in meno non sembra avrebbe sottratto qualcosa al senso, alla storia o alla prova degli interpreti; avrebbe forse permesso alle intuizioni migliori di respirare.
Resta uno spettacolo attraversato da una scrittura originale e da due prove attoriali notevoli.
BÙBARO DEI BÙBARI
di Carolina Balucani
regia Antonio Latella
con Chiara Ferrara e Luca Ingravalle
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente alla regia Riccardo Rampazzo
assistente alla regia dottorando ANAD Danilo Maglio
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
Durata: 1 ora e 40 minuti.