Gaza, la ferita del mondo: Nancy Fraser racconta la crisi morale dell’Occidente
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Gaza, la ferita del mondo: Nancy Fraser racconta la crisi morale dell’Occidente

Gaza come evento-mondo si presenta come un pamphlet classico, snello e breve, ma l’apparenza non inganni: nelle sue poche pagine non una parola viene spesa senza un’attenta riflessione.

Gaza, la ferita del mondo: Nancy Fraser racconta la crisi morale dell’Occidente
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26 Luglio 2026 - 16.49


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di Rock Reynolds

Se oggi davvero Gaza «si candida a sostituire “Auschwitz” come principale simbolo dell’atrocità umana, potrebbe forse contenere in sé anche un principio di speranza…?»

È con questa domanda carica di incertezze che si conclude Gaza come evento-mondo (Castelvecchi, traduzione di Federico Lopiparo, pagg 81, euro 15) di Nancy Fraser, insigne teorica politica e filosofa statunitense di discendenza ebrea. L’impossibilità di anticipare eventuali scenari apocalittici – non così improbabili – e di impedirne il triste dipanarsi è soprattutto figlio della scellerata scelta del mondo occidentale di accodarsi alla inquietante arca dell’alleanza il cui arcigno cocchiere sembra sempre più essere Israele, con uno scomodo passeggero, gli USA, e il tiro di buoi affaticati e via via meno convinti, malgrado un’ostinazione ostentata, degli stati dell’Europa. Ecco come si è arrivati al paradosso del Partito Laburista britannico il cui leader storico, Jeremy Corbyn, è stato messo da parte da una cordata capitanata da Keir Starmer – sappiamo bene quali grandi prodezze abbia poi compiuto e quali stia per compierne il suo successore Andy Burnham – sulla base di una ridicola accusa di antisemitismo. Da buon uomo di sinistra, Corbyn si era semplicemente espresso contro la reazione insensata e sproporzionata di Israele dopo i fatti del 7 ottobre 2023. In Francia, si è cercato di gettare lo stesso fango dal miasma antisemita su Jean-Luc Mélenchon, senza grande successo, ma in Germania, viceversa, l’irrisolto senso di colpa nazionale per l’orrore della Shoa ha portato, soprattutto con la salita al cancellierato di Friedrich Merz, alla messa al bando di ogni forma di dissenso e protesta antisionista. Non vale la pena nemmeno prendere in considerazione la deriva autocratica di un popolo, quello degli Stati Uniti d’America, che non ha realmente contezza di ciò che accade nel resto del mondo e si accoda quasi con il pilota automatico alle scelte del proprio leader di turno.

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La Fraser ci porta in giro per il mondo per illustrarci, per esempio, come si concilino il sentimento filo-palestinese e il sentimento filo-statunitense in un Giappone che, malgrado gli USA abbiano «sganciato sulle sue città due bombe atomiche, uccidendo circa duecentocinquantamila persone, non per vincere la guerra in corso, che era già vinta, ma per assicurarsi un vantaggio nella Guerra Fredda, che stava iniziando», manifesta grande solidarietà per i palestinesi. Di ebrei in Giappone ce ne sono pochissimi e l’autrice ha tentato di capire se, di fatto, in gioco vi siano dinamiche relative alla condizione di vittima e all’elaborazione di un passato all’insegna di pesantissimi crimini di guerra perpetrati a Taiwan, in Corea, Manciuria, Cina. D’altro canto, gli USA hanno fatto del Giappone un alleato strategico in chiave anticinese in quello spicchio di mondo, proprio come in Medio Oriente hanno scelto Israele come proprio incrollabile baluardo antiarabo «per garantirsi l’approvvigionamento di petrolio».

Gaza come evento-mondo si presenta come un pamphlet classico, snello e breve, ma l’apparenza non inganni: nelle sue poche pagine non una parola viene spesa senza un’attenta riflessione.

L’intento di questa succinta discussione l’autrice lo mette in chiaro fin dall’inizio: esaminare un «aspetto della travolgente campagna genocidaria di Israele contro Gaza: la sua importanza come “evento-mondo”, un punto di svolta epocale in grado di rivelare la natura del nostro tempo». Gaza, di fatto, come elemento che rappresenta una crisi dell’ordine mondiale che da una cinquantina d’anni investe buona parte dell’Occidente. Il peccato originale viene indicato nella «giustificazione dell’egemonia globale statunitense» e «dell’espansionismo israeliano». Il paradosso è il costante vittimismo di chi invoca gli orrori di Auschwitz «per giustificare un nuovo genocidio», naturalmente stracciandosi le vesti ogni volta che qualcuno si permette di utilizzare tale termine e accusando senza mezzi termini di antisemitismo chiunque abbia l’ardire di farlo.

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Parole durissime che sono costate a Nancy Fraser incarichi e inviti da parte di istituzioni accademiche, soprattutto in Germania. Ma la «dottrina tedesca… deve… essere criticata, dal momento che connette la responsabilità per l’ebraicidio non al dovere di difendere i diritti umani universali… bensì a un sostegno senza riserve allo Stato di Israele, inteso come appoggio incondizionato a ogni azione israeliana compiuta in nome della “sicurezza nazionale”». Naturalmente, la politica di pulizia etnica portata avanti da Israele almeno dalla Nakba, nel 1948, e le successive e crescenti occupazioni di territori assegnati dalle Nazioni Unite ai palestinesi non contano, così come non si possono citare come prova di tale orrore la tortura e l’assassinio mirato di attivisti, l’incarcerazione preventiva, la negazione di assistenza medica e alimentare alla popolazione civile e via dicendo. Il modello è quello di un suprematismo/colonialismo occidentale che finisce per legittimare ogni forma di abuso sionista.

La Fraser analizza la crisi di identità degli ebrei sionisti che hanno finito per stringere un’alleanza infausta con i nazionalismi di stampo cristiano del mondo occidentale, soprattutto con la galassia evangelica MAGA. Tali nazionalismi, in realtà, hanno sempre visto con occhio critico l’ebraismo e, in certi casi, ne sono stati addirittura carnefici.

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La barzelletta del «poiché in passato siamo stati vittime, ora non possiamo essere carnefici» naturalmente non regge.

Nel frattempo, in Cisgiordania ogni giorno si susseguono attacchi a comunità palestinesi da parte di gruppi armati di coloni ebrei che tanto rimandano con la mente ai pogrom di cui le comunità di ebrei dell’Europa Orientale furono vittime a partire dalla fine del XIX secolo. Peccato che di quel termine si sia appropriata del tutto la propaganda sionista – la hasbara – che ha fagocitato una serie di espressioni di uso comune con la pretesa dell’esclusività. È uno strumento di distrazione di massa che non consente, per esempio, di configurare come “genocidio” lo sterminio in atto ai danni della popolazione palestinese a Gaza, malgrado, secondo i giuristi dell’ONU e pure secondo diversi professori universitari israeliani, ne sussistano tutte le tristi condizioni.

L’eredità di questi anni è destinata a essere pesantissima. Cosa diranno i discendenti degli israeliani che oggi appoggiano le violenze indiscriminate a Gaza e in Cisgiordania quando chiederanno ai propri genitori come sia stato possibile trasformarsi da vittime in carnefici, davanti agli occhi del mondo intero? Basterà ancora la macchina della propaganda per fare tabula rasa di ogni parvenza di autocoscienza collettiva e per procedere con un plateale lavaggio del cervello di massa?

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